Thursday, March 10, 2022
Venti di guerra nell'emergenza climatica ed ambientale
Stiamo appena per uscire dalla pandemia e un altro disastro, anche questo catastrofico, appare all’orizzonte. Lo spettro di una possibile terza guerra mondiale sembra ora farsi avanti. Qualcosa d’impensabile fino a pochi decenni fa si mostra come un’eventualità da non scartare. In che modo questa remota ipotesi oggi, nell’era nucleare sembra farsi avanti, nonostante lo spettro dell’annientamento globale e di un’estinzione di massa. L’essere umano ancora una volta sembra fare i conti con sé stesso, con la propria stupidità, con l’incapacità a ragionare e a riflettere sui propri pregiudizi, sulla sua ansia di dominio globale.
Questa guerra, poiché di vera guerra si tratta, tra l’Ucraina e la Russia si pone come qualcosa di irrisolvibile, Non si tratta della solita crisi né di qualcosa che si possa risolvere in qualche settimana. Anche questa guerra ancora limitata a quell’aria geografica, ma che minaccia anche tutta l’Europa, coinvolge i cittadini ucraini inermi. Appare ovvio che si tratta di un’invasione delle truppe russe ed è altrettanto evidente che l’Ucraina come nazione libera e indipendente ha tutto il diritto di difendersi. Quali sono i meccanismi che l’hanno scatenata? E’ solo la follia di Putin, il suo tentativo non tanto nascosto di ricreare un’egemonia russa, un’espansione che ha come finalità quella di creare un impero di antica memoria?
Qui le cause vanno trovate in una dimensione non solo di ciò che per noi occidentali appare come una follia, una malattia, una provocazione, un crimine ma anche in un contesto storico ben definito e in una logica geopolitica differente rispetto a quella con la quale eravamo abituati. Il nostro mondo è fatto di equilibri, di crisi e risoluzioni, di sistemi che sempre si rinnovano. È proprio nella capacità del genere umano ad adattarsi e cambiare che consiste il nostro successo come specie.
Ciò che è accaduto in questi ultimi anni nelle strategie di adattamento e nel tentativo di ricreare nuovi equilibri internazionali mi sembra sia stato fallimentare. L’Europa non solo non è mai decollata veramente ma i suoi interventi si sono dimostrati fragili e senza una vera capacità di mediazione.
Al di là dei nobili scopi su cui l’unione europea si è fondata non si è mai riusciti ad avere una sua vera politica indipendente da altri interessi, una propria forza di difesa, una coesione salda e responsabile. Unione europea e Nato hanno finito per identificarsi. Lo scopo della Nato era di difendere i paesi occidentali dalla minaccia dell’Unione sovietica, mentre l’Unione Europea nasceva su principi di solidarietà, sul rispetto della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza e del rispetto dei diritti umani. Sono tutti principi ancora lontani dall’essere realizzati. Intanto lo strano equilibrio fra il mondo occidentale e quello orientale fondato sulla minaccia nucleare e sulla capacità delle nostre democrazie a esportare libertà e sicurezza si è logorato.
Tutto è cambiato. Ora lo scenario presuppone logiche interpretative completamente differenti da quelle del passato. Bisognerebbe mettersi tutti insieme intorno a un tavolo e ragionare sulla questione cercando nuovi equilibri, nuovi sviluppi rispetto alle problematiche attuali. Prima di farlo però bisogna sapere ascoltare bisogna essere disposti ad ascoltare. Ed è proprio quello che non si sta facendo e che non riusciamo a concepire. Né possiamo pensare che le altre urgenze siano scomparse. Sono le nuove emergenze del clima, dell’ambiente, della salute del nostro pianeta rispetto ai suoi ecosistemi ma soprattutto è la nostra possibile estinzione come specie, se continuiamo a ragionare come prima, a doverci preoccupare.
Questa guerra non può che risolversi affrontando le vere urgenze planetarie oltre che ridisegnare nuovi equilibri internazionali, le nuove mappe di influenza nel rispetto dell’indipendenza dei popoli che abitano questo pianeta. Queste questioni dobbiamo saperle affrontare tutte insieme. L’una richiama l’altra e l’altra ha una ricaduta sul resto dei problemi. Gli sforzi per aprire un dialogo da parte delle nostre diplomazie sono molto parziali e molte volte ruotano ancora secondo vecchi schemi. Secondo principi inutili e tortuosi. E’ chiaro che così ci si avvicina a una terza guerra mondiale che per tutti noi vorrebbe dire la fine della nostra specie e non solo delle nostre acciaccate democrazie.
Il nervo più esposto che sembra alimentare l’incomprensione e lo scontro è il modo con cui i media affrontano tale questione. Mi riferisco soprattutto al mezzo per eccellenza, quello più popolare e seguito, la televisione. Ho già espresso i miei dubbi sulla dimensione oscena, generalista della comunicazione televisiva. Non solo riconfermo questi miei dubbi ma posso spingermi ad affermare che siamo sotto un regime della comunicazione che occlude le menti, che censura ogni sguardo e dibattito che non sia quello basato su logiche oppositive, emozionali e spettacolari, desueti e tristi. È alquanto angoscio e fuorviante assistere a questo spettacolo indegno di una società che si professa libera e democratica.
Senza qui dovermi soffermare sulla politica attuale che in questo paese sembra non esserci più. Non esiste, cioè, il concetto di un fare politica concepito come servizio, vorrei qui affrontare brevemente il tema del servizio pubblico televisivo che in queste due ultimi disastri, la pandemia e la guerra è stato assolutamente disinformativo. Quanto questo mezzo abbia abbassato le nostre capacità di lettura sulle cose e di giudizio etico ed estetico è sotto gli occhi di tutti ma ora esso ha raggiunto una fase di regressione totale rispetto alla verità.
Il solipsismo televisivo prevale come messaggio e sembra alimentare lo stato di confusione, di emozionalità pericolosa. Ai virologi che imperversavano in televisione fino a qualche settimana fa si sono sostituiti i generali, gli strateghi della guerra. Sembra che si voglia alimentare una specie di adesione a una possibile guerra globale invece che favorire un dialogo con la controparte. Ad una guerra contro la pandemia ora si è sostituita una guerra anche se economica contro la Russia. È come se ci stessimo preparando all’ineluttabile, come se la guerra fosse la sola via da percorrere. Così si alimentano lo scontro e i pregiudizi invece che fermarli.
Insomma Putin è improvvisamente impazzito o era pazzo anche prima, quando tutti andavano a riverirlo e a concludere affari? Questo sembra emergere dagli attuali dibattiti televisivi: l’espansione dell’impero russo, la terza Roma come sostiene Cacciari, sempre più spesso in televisione a presentare i suoi nuovi libri, o la totale sottomissione dell’Ucraina a cui va tutto il mio rispetto e simpatia. Insomma ben poca cosa rispetto alle vere ragioni di questa guerra.
La nostra responsabilità rispetto a quanto accade è enorme. Il fatto stesso che emerga solo oggi il tema della responsabilità verso le generazioni future e che una guerra sia ancora possibile con la presenza di armi di distruzione di massa significa che non siamo proprio sicuri che le nuove generazioni avranno uno standard di vita migliore, anche se sapranno far tesoro delle nostre esperienze. L’ipotesi di una fine di tutte le cose è quanto mai reale ed è per questo che l’Europa deve volere questo incontro, questa specie di tavolo comune con tutte le parti in causa. Anche se dobbiamo farlo con chi ci appare come un pazzo, dobbiamo capire le sue ragioni, le nostre le sappiamo già. Lo dobbiamo alle future generazioni. La Terra non è di nostra proprietà ma ci è data in prestito. Ne emerge una consapevolezza inedita e non prevista: togliere futuro a chi verrà è il vero crimine contro l’umanità. Cerchiamo di uscire dalle nostre solite gabbie interpretative e cominciamo ad usare l’intelligenza, la ragione e l’immaginazione.
Immagini:
1 Francesco Correggia, Omaggio al popolo Ucraino, olio su tela, 50x60, 2022
2 Immagine guerra
3 Immagine guerra
4 Richard Oelze expectation, 1935
5 Liu-zheng, Nanjing massacre waxwork in a memorial museum 2000
6 David Nebreda, tavolo
7 Cacciari, durante un programma televisivo sulla guerra in Ucraina
8 Il museo di Kiev mette in salvo le proprie opere
9 Nebuolosa di Orione
10 Donald Sultan Mimosa 2000
11Francesco Correggia, preghiera, 2017
Monday, December 27, 2021
conclusioni inaspettate
Nato alle ore 12,30 del 27 dicembre del 1949 sono stato registrato all’anagrafe del comune di Catanzaro il 3 Gennaio 1950. Questa che sembra una dimenticanza di poco conto mi ha accompagnato per tutta la vita. Nell’intento di mio padre avrei dovuto guadagnare un anno rispetto al servizio militare in realtà più che allungare la mia vita sono cresciuto fin dai primi anni con l’idea del suicidio in testa. Così come mi hanno accompagnato per tutto questo tempo una sistematica ricerca della verità e un’esistenza sempre in bilico tra l’incertezza e la voglia di viaggiare per sottrarmi al male di vivere. In questo senso la cosa e cioè l’esistenza e la navigazione in mare, l’amore per l’arte, il quadro e la lettura si sono incontrati a livello tale che molte volte il viaggiatore, il pittore e lo scrittore si sono intrecciati lasciando il mio io quasi nullificarsi rispetto ad una dimensione sempre altra e inciampando spesso in una specie di pessimismo verticale.
Così oggi sarei tentato a mettere la parola fine alla mia attività di blogger e forse anche di scrittore. Credo di avere esaurito, ogni mio tentativo, ogni mio desiderio di scrivere quel qualcosa che valesse la pena di essere letto, quel qualcosa che sembrava mancare alla pittura, ma anche all’arte tutta. Il non avere lettori mi costringe ora a sostenere che il mio è stato un fallimento reale e non una mia interpretazione pessimistica della vita. Era al lettore che erano rivolti i miei scritti o a un ipotetico lettore che forse ero io stesso aspirante suicida?
Con questa specie di dubbio e di abbandono dipingo le mie ultime tele. Mi avvio ad un periodo di silenzio, di disperazione felice che mi fa dire: se nessuno mi legge, come nessuno sembra comprendere la mia pittura tanto vale smettere. Questa conclusione comunque rimane sospesa e apre un’altra riflessione, quella che ha accompagnato tutta la mia vita, quella sulla morte e sull’esilio. Morire vuol dire anche sentirsi eternamente in esilio e al contempo non occorre suicidarsi per morire. Levarsi di vita vuol dire anche fare a meno del mondo, sottrarsi al suo aspetto spettacolare, alla comunicazione e alla presenza il che non coincide sempre con la decisione di morire. Farla finita, praticare la distanza è piuttosto un alto esercizio di virtù, significa allontanarsi da tutto ciò che ci costringe a vivere: dalla vita come suggestione, come competizione, produzione, professione di eternità.
Pensare al suicidio non vuol dire suicidarsi per davvero ma pensarlo in ogni sitante della propria vita come uscita dal mondo, possibilità. Non si tratta una vigliaccheria per nascondere un fallimento o un voltare le spalle al vero morire, ma qualcosa che si compie qui, nella vita di tutti i giorni, nell’affanno, nella rinuncia e sofferenza ma anche nella gioia. Tutto è vano sembra indicarci il libro di Qohelet. Le sue parole appaiono ancora scandalese non per quello che dicono e che trasportano come materia corrente di interpretazioni già al suo tempo in ambienti religiosi, ma per la loro drammatica presenza, direi per la loro funzione disvelatrice.
Sul tutto è calata la nebbia. Niente redenzione e salvazione dalla corruzione ma proprio il nulla, il sempre ostinato silenzio che è già qualcosa ma non acquieta il nulla. Piuttosto dovremmo essere noi a interrogare noi stessi nel vuoto della natura umana. L’importante è non aspettarsi niente, morire ogni giorno con pazienza e umiltà. In questo senso anche lo stare da soli o vivere in solitudine, in silenzio, senza un amore, una speranza, può essere di fatto una condizione felice: un vivere per sé e in sé, il che è anche, come pensavano gli stoici, un vivere per altro. Niente di nuovo sotto il sole.
Chi cerca il suicidio nasconde un male ancora più oscuro del desiderio di morire o di quel nulla che sembra aleggiare nelle parole del libro e nella condizione dell’esiliato. Esso, in realtà, porta il proprio egoismo ad una vetta ancora più alta e cioè alla consapevolezza dell’inutilità dell’opera, della ricerca della verità anch’essa vana. Vi prego non fraintendetemi non intento suicidarmi. Vi sono gesti nella vita di ognuno di noi, gesti irreparabili e irresponsabili, No, non amo i grandi gesti risolutivi anche se da giovane pittore praticavo l’arte gestuale.
Preferisco cambiare casa ogni qualvolta mi si presenta il dubbio, ovvero ogni volta che dall’idea si è quasi portati alla pratica, dove il suicidio diventa una necessità, espressione umana di consapevolezza della vanità. Così in questi ultimi venti anni ho cambiato molte volte casa, affrontando traslochi paurosi di libri e quadri. Trascurando quei brevi periodi della mia vita in cui ho abitato per poco tempo dopo il mio arrivo a Milano nel 1985 in appartamenti precari; dagli anni novanta in poi ecco l’elenco di case dove ho abitato all’incirca per più di due anni: Via Gramsci Cormano, Palazzo Pozzo Bonelli Vermezzo, a Milano in Via Villoresi, Via Lorenteggio, Via Rubens, Via Poggibonsi, via Panizzi, via Faruffini, via Brembo. Ho avuto studi di pittura che hanno resistito un po’ di più come in via Cirillo, Ripa di porta ticinese, Via Gaetano Previati. Poi ho dovuto ricavare il mio studio di pittura a casa, o meglio è stata la casa a diventare il mio studio, Tutte scappatoie o mancanze che lasciavano aperto un qualche spiraglio di cambiamento. Ciononostante nessuna casa era in qualche modo adatta a guarirmi dal mal di vivere.
Abitare voleva dire vivere senza pensare alla morte senza praticarne l’idea come soluzione finale, rimandandola di volta in volta, per quel vuoto che è abbandono al niente qui su questa terra e non altrove. Ciò che attrae è proprio quel nulla che invece di rigenerarsi ci offre inaspettata la bellezza, quella dei segni, quella che sta al di qua e al di là delle cose, non oltre. Sono loro che restano e riempiono di senso la nostra vota. Sono i segni che lasciamo e che non appartengono più a noi a farci uscire dall’ineluttabilità della fine. Essi sono i veri corpi del destino che si depositano nella storia umana e collettiva di ognuno di noi. Forse questo c’è qualcosa oltre, non è altro che la bellezza del segno, questa sinfonia della significanza, liberatoria di umanità.
L’etica non è più imperativo morale, imposto da una trascendenza che ci domina, da una sorta di valore escatologico ma questo iscriversi dei segni nella tavola del diritto umano, nella congiunzione del destino umano non più con il vuoto ma con lo stesso senso della vita. Il valore sarebbe inseparabile da questa etica del diritto ai segni, del diritto alla vita come lascito, donazione. Da sotto la terra non si rinasce e il cielo rimane inalterato, è sempre un sopra che non vedremo mai, ciononostante l’opposizione fra cielo e terra, segno e immagine va superata e noi abbiamo di pretendere il diritto alla significazione.
L’uomo stesso è un segno, non tanto del divino ma del suo essere segno, del suo portarlo, del suo mettersi in cammino verso un segno e ancora un altro segno. Sono i segni a sfidare la morte e a ergersi non solo come testimonianza ma come tepore e significanza, verso quel Dio che da tempo ci ha abbandonati o forse siamo noi ad averlo fatto. Non è con il mostrarsi nel palco dei protagonisti, degli emergenti e celebrati artisti dell’arte contemporanea che ci si avvicina a quella pienezza dell’essere sempre in bilico con il nulla, a quella sostanziale presa sulla realtà, che esprime il corpo dell’arte, ma nel lasciare un segno, seppure breve di un’interpretazione, l’istanza di una relazione di rappresentanza. E’ proprio questa relazione che misura il nostro tempo.
La bellezza autentica, sempre che nel nostro mondo possa esistere qualcosa di autentico, non è altrove ma sta nel nostro diritto ai segni, nel lasciare segni che si iscrivono nella geografia del senso e del tempo duraturo. Ciò dovrebbe essere il compito di un pittore e non il sorvolio fragile della sua passione verso la pittura oppure l’attività frenetica del proprio esserci nell’immanenza della comunicazione pubblicitaria, come un vero artista professionista. Questa è la ragione per la quale sarei tentato dall’assenza a non dalla presenza. Forse è arrivato il momento di cambiare ancora casa e riprendere quell’antica distonia dell’esistenza, di creatura inciampante tra senso ed essere.
Immagini
1 Francesco Correggia , letture, MAON, 2019
2 Georges de la Tour, Maddalena penitente, 1640
3 Von Ruisdael, la grande foresta, 1655
4 Paul Cezanne: Roches pres des grottes au dessus du chateaux noir, 1904
5 Foto di Egoni Schiele, 1914
6 Kazimir Malevich, White on White , 1918
7 Mark Rothko Blue Over Red, 1954
8 Makoto Fujimura, Banquo’s dream, 2012
9 Albert Oehlen, senza titolo, 1994
10 Cristopher Wool, senza titolo, 2000
11 Ursula Matinez, Hanki Panky, 2002
12 Francesco Correggia, bianco con cancellatura, 2009
Sunday, November 21, 2021
Cultura ed etica nell'arte contemporanea
Di nuovo cultura ed etica appaiono disgiunte in questa dimensione di post-coronavirus. Anche se sembra che la mortale pandemia sia stata sconfitta, non è così. Non è stata sconfitta e forse dovremmo conviverci ancora per molti anni, Penso che si possa parlare di un’epoca post coronavirus che segue l’epoca post moderna che a sua volta aveva soppiantato quella della modernità. Abbiamo più volte sostenuto che dopo questa pandemia il mondo non sarebbe più stato come prima, ma non abbiamo detto in che modo sarebbe cambiato. Abbiamo lasciato la domanda in sospeso ma al contempo abbiamo pensato che i cambiamenti maggiori sarebbero avvenuti non solo in ambito economico, finanziario e politico ma anche in quello dell’arte contemporanea.
Ancora più significativa appare la ricomparsa della separazione tra cultura e natura ora palesamene evidente e problematica con i cambiamenti climatici, la necessità di politiche economiche adeguate e una sostanziale riconversione industriale ed energetica. Tutte questioni che mettono in risalto non solo un impegno etico da parte delle Istituzioni politiche europee ma anche una trasformazione culturale dei modi con cui percepiamo il mondo e la realtà. Ecco che come aveva intuito Georg Simmel l’uomo deve abbandonare quella separazione fra etica e cultura che ancora domina il soggetto. Scrive Simmel: “Esse sembrano pretendere, con inesorabile assolutezza, l’uomo tutto ed ambedue proprio con piena oggettività: la cultura con l’oggettività di un’opera d’arte, che esige un abbandono senza riserve, l’etica con l’oggettività che è insita nel concetto assoluto della volontà buona, nel carattere dell’etica del dovere. Concepiti in tal modo questi due concetti circoscrivono l’ambito totale dello spirito”.
La questione non sta solo nei termini di una responsabilità comune che è anche istanza di libertà e dovere, ma in una riconversione dei valori che investe tutti e tutto, cultura ed etica, da una parte e cultura e natura dall’altra. Certo si tratta di ambiti di un sapere che la modernità aveva già affrontato e in qualche modo risolto con Rousseau, Fichte, Kant ma ora gli stessi concetti appaiono non solo rovesciati ma quasi incomprensibili rispetto alle attuali pratiche sociali come il web e le piattaforme digitali. Il mondo standardizzato e in rete ha separato ancora di più etica e cultura che appaiono ora opposte l’una all’altra. I media non fanno altro che ampliare questo disordine e alimentare la totale assenza di virtù etica nella comunicazione e nelle analisi socio economiche.
Occorrerebbe aprire una seria discussione sulla validità di tali sistemi o almeno concepire una riflessione sui modi del vivere quotidiano dove l’uomo cioè il soggetto possa in qualche modo avvalersi di tale sistemi e non esserne soggiogato, represso, dominato. Invece non accade assolutamente nulla. Sembra che al margine di tale situazione ci sia solo l’abisso che non è il vuoto da cui poi si rinasce e si ritorna ma la totalità nullificante dell’inerzia, l’annullamento di quello spirito assoluto che ci aveva fatto credere che esista una possibilità etica, discorsiva e soprattutto , un’arte capace di rinsaldare lo spirito con la natura, l’essere con il tutto. Non , dunque, quell’inerzia angosciosa che apre ad una dimensione letteraria e poetica ma il totale annullamento di quella coscienza che appartiene all’essere umano, al suo vivere con la natura, con la sua essenza. e non solo col suo apparire: non solo come essere di natura ma come coscienza indivisibile dalla natura tutta. A quanto sembra è proprio questo margine che si è rotto. Ora dilagano i torrenti. I fiumi si sono gonfiati, il mare conquista pezzi di spiagge e le inondazioni sommergono interi quartieri e pezzi di paesaggio mentre continuiamo a celebrare i riti speculari della bellezza.
Ciò che l’uomo aveva sapientemente coltivato ora vien distrutto. Perfino l’arte, l’ultima frontiera umana di una possibilità ne è stata contaminata. L’arte rimane confinata nel mondo oggettivo della sua storia, per essere vista, guardata seppure distrattamente da una miriade di turisti assetati di immagini. E’ stata disattivata da un punto di vista del suo corpo, della sua carne, del suo contenuto culturale e della sua stessa portata etica e sociale,. L’artificiale ha inglobato lo stesso reale, la stessa natura significativa, di senso dell’arte. Richiamarsi al senso di un’opera, al suo significato o contenuto appare come fuori luogo si rischia di passare per vecchi bacucchi.
Per quanto riguarda l’opera d’arte contemporanea la rigidità del vecchio sistema e la sua crisi non è solo evidente ma disastrosa da un punto di vista dell’etica. Nell’epoca del post-colonialismo e del post-coronavirus l’arte contemporanea fa prodigi di menzogne, di ferocia indistinta. La crisi che, da tempo ha invaso il sistema dell’arte a partire dalla galleria e il prevalere delle vendite on line, delle fiere, dei massimalismi di mostre istituzionali, sembra non trovare uno sbocco autentico, una sua dimensione etica là dove essa si rinsalda nel presente con la storia, con la cultura, appunto con lo stesso corpo dell’arte che è poi carne e sangue della pittura.
Siamo lontani non solo da ogni epica. Esserne lontani significa non avere più valori fondanti e neppur valori nuovi da condividere, quelli formali, linguistici, etici, discorsivi. Lontano da ogni senso e da un’etica dei valori, tutto si riduce ad una pochezza espositiva, ad una celebrazione narcisistica di una narrazione superata, desueta, priva di spiragli di luce, di parole, di tristizia lieta e feconda. Siamo nella melma. Il valore etico deve sussistere come valore particolare nella funzione dell’agire stesso dell’arte. Deve trovarsi cioè nel motivo, nel principio vitale del volere. Il volere stesso, scrive sempre Simmel, è etico, non il valore e contenuto distaccato. Non è che venga realizzato un contenuto il cui valore viene accettato da qualche parte, è l’eticamente fondato di valore, bensì che il contenuto venga realizzato.
Ci sono dunque contenuti che possono venir realizzati soltanto attraverso la volontà etica e divenire così specificamente etici ed estetici. E’ così accade che l’etica nell’arte non è solo una questione di rapporto fra etica ed estetica, etica e cultura ma il fondamento stesso dell’agire che fa, diviene contenuto. La dimensione linguistica di questo agire non è più sufficiente nella scala dei valori della pittura in particolare e dell’arte in generale poiché essa deve essere intesa all’interno del contenuto stesso, all’interno cioè di quell’etica del volere che è la vera essenza dell’arte. Così l’estetica si ritrova a essere specchiante di quell’etica.
Ritrovare di nuovo un rapporto dialettico che sempre si rinnova e riposiziona tra etica e cultura, etica e dimensione tecnica, etica ed estetica, cultura e natura ora appare quasi ineludibile nel nostro rapporto con la dimensione tecnologica e la stessa prassi digitale del contemporaneo. E’ qui che si misura la capacità dell’essere umano, di potere invertire la rotta del disastro. E’ ancora l’arte, la stessa parola dell’uomo ad aprirci ad una nuova interiorità. Sono gli stessi artisti ad essere chiamati a questa nuova responsabilità fatta di contenuti ed eticamente discorsiva. E’ in questo senso che si può dire che l’arte contemporanea, diventa pubblica, apre, cioè, una conversazione autentica con lo spettatore, un aspetto relazionale con chi guarda l’opera contemporanea e la interroga comprendendone i contenuti.
Immagini:
1 Francesco Correggia, fermo immagini da video performance, cambiamenti, 2000
2 Allan Sekula, boy looking at his Mother
3 David Medalla, Biennale 2017
4 Rikrit Tiravanija, A condition of experience, 2019
5 Jean Jacques Lebel, Alchetron, 1969
6 Jan Budaj, the lunch, 1978
7 Santiagio Sierra, Tate shots 2008
8 Tania Bruguera, calinca, 2014
9 Terry Atkinson, Two Software, Greaser, 2013
10 Francesco Correggia, Un cordone ombelicale mi lega ai libri, Marginalia, 2021
Wednesday, September 8, 2021
Il salone del mobile e del Design, il mercato della stazione centrale e quel che resta della bellezza
Dopo un anno di sospensione a causa del Covid ha riaperto a Milano il salone del Mobile e del Design. Assistiamo alla solita baraonda per le strade di Brera dove si tiene il fuori salone. Come se non fosse accaduto niente e la terribile pandemia , fra l’altro non ancora esaurita, non ci avesse insegnato nulla. Si ha tanta voglia di tornare come prima, a essere felici che si dimentica tutto il resto: la pandemia, la povertà, il cambiamento climatico, le emergenze ambientali, l’Afghanistan, i talebani. Alé divertiamoci e consumiamo come prima nel nome dei mercati, della produzione e della transizione ecologica. E’ sempre il design la stella che fa da guida creativa al benessere, che ci induce allo svago. Questo design spento, incapace di esprimere il mondo, Esso è ancora una volta il segno di un élite che si crogiola del suo mondo nel nome di un artefatto recupero di materiali sostenibili, riciclati o ancora peggio nel nome dell’arte.
In realtà queste manifestazioni sono il palcoscenico della falsità, la bottega dell’ipocrisia, della standardizzazione. Esse sono un surrogato di realtà, menzogne a ciel aperto. Se poi vogliamo dire che qui si mostra la bellezza. Ancora una volta si afferma il falso. Quasi in contemporanea alla riapertura del salone del mobile alla stazione centrale si festeggia un altro grande evento. Al lato della stazione dove prima c’era un semplice supermercato si è inaugurato il mercato della stazione centrale. Il mercato di 4.500 metri quadri su due piani raccoglie 29 botteghe e tutte le migliori firme del cibo milanese, dalla panetteria alla pescheria al ristorante con le carni prelibate, passando per i dolci, la pizza e il cibo etnico. Esso si ispira a quello di Firenze e di Roma e altri progetti simili sono in corso. Si sostiene che Il messaggio è quello di riqualificare aree urbane in disuso trasformandole in luoghi attraenti, altamente desiderabili, per i quali cittadini, turisti e passeggeri siano disposti a fermarsi, spendere, addirittura cambiare meta, per la spesa o per il pranzo. Quanto questa posizione sia superata e anacronistica nelle attuali condizioni socio economiche è fin troppo evidente. Si vede che la tendenza è quella di fare dell’Italia una grande stazione ferroviaria della ristorazione e dei piaceri della gola. Sarà questa la tendenza dello sviluppo economico ed ecologico del nostro paese, la narrazione delle nostre delizie culinarie? Nello spazio all'interno dello scalo ferroviario si trovano bar, locali e angoli per gli eventi e la socialità. Gli spazi sono stati lasciati quasi intatti con interventi murali di scrittura, scarabocchi slogan ed epitaffi. Gli interni invece sono stati ben ristrutturanti con un design corrispondente alle tendenze in voga.
Nei lunghi corridoi sia al piano interiore che superiore ruotano una catena di offerte culinarie di tutti i tipi con i marchi noti e di successo. Sembra una catena di montaggio della libagione, dello sfarzo mangereccio, un grande parco alla faccia dei più poveri . Io direi alla faccia di tutti. Anche qui una folla immensa senza alcuna ragione d’essere tranne per consumare e per curiosità si accalca senza mascherine intono ai tavoli , ai banconi , alle casse, altro che green pass. Fuori, appena un centinaio di metri più in là della stazione, nello slargo adiacente il marciapiede stazionano i derelitti, gli immigrati, i mendicanti, i perdenti, i senza tetto che attendono esausti che qualcuno si occupi di loro. La scena oltre ad essere contraddittoria mette i brividi. Ormai la tracotanza del mercato e delle élite finanziarie hanno raggiunto livelli inimmaginabili di prepotenza. Quel che si mostra è la supponenza dei vincitori, di chi ha tanto e la povertà disperata di chi non ha niente e vive ai margini. Tutto questo in nome di che cosa, del mercato o della bellezza? Qui il lusso e il design si mescolano miseramente.
Quel che oggi viene fatto passare come arte, come bene pubblico, come manifestazione della creatività, della socializzazione non è altro che una zuppa ben congegnata di sobrietà e sviluppo etico e sostenibile, immagine edulcorata e bene pubblico, azienda e mercato. Certo non si tratta di economia solidale. Oggi il bene comune è inteso principalmente in termini economici e non etici, è inteso come prodotto interno lordo, come partecipazione ai dividendi aziendali, alle imprese miste che producono ricchezza solo per pochi. Il che porta ad un impoverimento del discorso, allo stesso impoverimento dell’arte e della cultura oltre che a quello politico e sociale. Ciò con cui abbiamo a che fare è la manifestazione dei riti del successo accoppiati al bisogno di divertirsi, di partecipare, di danzare, di perdersi nell’immensa ignoranza.
Si tratta di una catastrofe che non vogliamo vedere e che respingiamo in tutti i modi aggrappandoci ai vecchi riti della perdita identitaria, dell’orgia catalettica, della comunicazione globale, dell’eccesso. Siamo inesorabilmente eccitati e resi insensibili dalla televisione aziendale, dagli Smartphone, dai social, dallo smart system e dal bisogno di esserci. Siamo tutti nutriti dall’eccesso tanto che viene da chiedersi: ma dov’è il pensiero abissale, per citare Nietzsche che di feste dionisiache se ne intendeva ?
A proposito della bellezza abbiamo detto e scritto fin troppo. ma la domanda è ora: dove si trova la bellezza ? Nello spettacolo, nelle oscenità pubbliche, nel moralismo, nel design , nella moda, nelle stazioni ferroviarie? Tutti pensiamo che sia così e scambiamo la volgarità, l’apparizione seducente, la falsificazione per bellezza. Invece ciò che ci viene incontro non è la bellezza estetica oppure la vera bellezza ma il suo surrogato, il suo incedere banale nel camuffamento, nel lucore dell’apparire.
Rimane ancora da chiedersi ma dov’è questa tanto acclamata bellezza, questa dea della svelatezza? Essa non è nei palcoscenici della comunicazione integrata, né nelle fiere, nel design, nella moda, nelle fiere dell’arte.
Quel che resta della vera bellezza è ovunque intorno a noi e sfugge ai riti della fascinazione. Essa è come una ninfa volteggiante, velata, quasi nascosta, si trova ai bordi di ciò che appare, sul ciglio del precipizio, splende sulla strada della malinconia, dell’etica e della solitudine, forse ancora nell’arte. Come scrive Georges Didi Huberman nel suo bel libro Ninfa moderna, la ninfa che ha incarnato fino alla modernità la bellezza è caduta, si è ripiegata progressivamente in se stessa, le sue vesti si sono staccate dal suo corpo fino a raccogliersi e ammucchiarsi al suolo, sole e abbandonate.
Ed è proprio da qui che pensiamo essa possa elargire ancora una grazia, un dono, un sapere divino. Per vederla, però, bisogna meritarsela la bellezza.
Immagini
0 autoritratto di Francesco Correggia
1 District Brera Salone del mobile e del Design
2 Stafano Maderno, Santa Cecilia, 1600
3 Veduta esterna del mercato della stazione centrale Milano
4 Giorgione Sleeping Venus 1508
5 Uno dei banchi all’interno del mercato della stazione centrale
6 Magritte, the false mirror, 1928
7 Raffaello, la velata, 1516
8 Gina Pane , azione sentimentale, 1973
9 Francesco Correggia, velata, solo olio, 1987
Sunday, June 27, 2021
A proposito della mostra Painting is Back, Anni ottanta la pittura in Italia.
Non senza una qualche difficoltà mi accingo a scrivere queste brevi note sulla mostra in corso alle Gallerie d’Italia dal titolo certo impegnativo sulla pittura degli anni ottanta in Italia. Avrei preferito non farlo visto il rilievo piuttosto basso e l’inconsistenza della mostra, poi mi sono deciso a intervenire poiché credo di trovarmi ancora in un paese libero di esprimere un’opinione, un giudizio anche se in disaccordo con il potere dei media e con le pratiche istituzionali dell’arte.
Il titolo della mostra Anni ottanta la Pittura in Italia è indubbiamente interessante e certo risveglia umori, questioni e discussioni ancora attuali. Il catalogo pubblicato da Skira è imponente e ampiamente illustrato anche se confuso e con immagini scadenti, sembra un libro di fumetti per ragazzi. Contiene comunque una ricca documentazione di quel periodo. Esso poi, piuttosto che rivelare le scelte critiche del curatore, quasi le nasconde offrendo una qualità delle immagini bassa e un’impaginazione confusa di documenti, foto di archivi, recensioni e locandine con il risultato finale di una grafica del volume pasticciata da sembrare più una grafica da rotocalco o da vecchio fotoromanzo piuttosto che un catalogo essenziale.
La mostra alle Gallerie d’Italia è a cura di Luca Massimo Barbero. L’avevo scambiato per Alessandro Barbero il noto storico medioevalista e forse sarebbe stato meglio che fosse stato lui. Certamente uno storico come il più noto Alessandro Barbero avrebbe fatto meglio da un punto di vista oggettivo e storico. Ma veniamo a Luca Massimo Barbero, il suo testo è ben fatto e si vede che è uno storico dell’arte e sembra non trascurare niente di ciò che negli anni ottanta è accaduto nella pittura. Il testo che scorre didascalicamente all’interno e nella parte centrale del catalogo confondendosi con i documenti e le immagini di repertorio, riporta perfino le notizie delle mostre più banali della pittura di quell’epoca. mentre mancano mostre importanti in spazi istituzionali. Certo la mostra può considerarsi un prologo di una mostra più ampia di quelle vicende. I quarant’anni trascorsi sono ancora molto pochi per fare una storia seppure parziale della pittura degli anni ottanta. Viviamo ancora in quel periodo e l’onda lunga della pittura di quell’epoca non si è ancora esaurita come sottolineava in un celebre film dal titolo Basquiat dedicato a Jean-Michel Basquiat, morto per overdose di eroina nel 1988, un pittore come Julian Schnabel.
Oggi bisognerebbe parlare di un ritrovato neo modernismo come sottolineava un pensatore come Fredric Jameson nel suo libro postmodernismo il quale sembra essersi sbarazzato di quel che per tanto tempo abbiamo chiamato il post-moderno. E’ proprio nella chiave di un nuovo modernismo (neo-moderno) che possiamo ricomprendere con lucidità ciò che qualcuno in maniera arbitraria ha chiamato la Weltanshauung degli anni ottanta, scomodando uno dei più grandi pensatori dell’era moderna Martin Heidegger, il quale ha scritto quel saggio incomparabile dal titolo L’origine dell’opera d’arte. Credo si rivolti dalla tomba. Sì, perché ciò che Luca Massimo Barbero scrive e riporta sulla pittura degli anni ottanta non è una nuova visione del mondo o una dimensione post modernista della storia e il conseguente superamento delle avanguardie né un mescolamento fertile di pratiche, di generi, né un nomadismo, ma piuttosto una nuova alleanza fra media e comunicazione, spettacolo e cultura non priva di conseguenze nel panorama dell’arte italiana.
La svolta chiamata dagli storici degli studi di cultura visuale iconic turn o pictorial turn aveva riabilitato l’immagine come oggetto di indagine, di dignità pari a quella del linguaggio. Fu questo l’ancoraggio teorico di quel ritorno promiscuo alla figurazione a fornire un alibi a quella cattiva pittura, a quel modo superficiale di riproporre la tradizione. Se non si comprendono le conseguenze di questa svolta rispetto a the linguistic turn teorizzata dal filosofo Richard Rorty che aveva influenzato l’arte concettuale degli anni sessanta, non si comprende bene perché quegli artisti abbiano avuto un certo successo in quel disarticolato panorama di tendenze e di mode che il curatore ha messo in mostra alle Gallerie d’Italia. Non fu, dunque, un passaggio senza conseguenze, una stagione dell’arte italiana che trasmetteva un segnale di fiducia di ritrovata armonia, ma una specie di modo quasi tribale di dimenticare, far fuori il nemico all’interno di una società postmoderna articolata in tribù, come aveva scritto un sociologo come Michel Maffesoli.
Il percorso della mostra appare celebrativo, descrittivo delle logiche di quel tempo. Esso è ondivago e privilegia un solo punto di vista quello degli artisti della transavanguardia. Tutti gli altri fanno da cornice. Gli accostamenti fra un artista e l’altro non sono solo arbitrari, ma funzionano secondo il criterio della nomea degli artisti celebrati. Molti di loro non hanno niente a che fare con la pittura ma ne sono la farsa, il tentativo di riavvicinamento alle temperie di quegli anni. Il ritorno al quadro negli anni ottanta non fu un vero ritorno alla tradizione o soltanto un riflusso, una reazione edonistica agli anni settanta caratterizzati dalla selvaggia lotta politica, dal terrorismo, dalle uccisioni per strada ma un allinearsi al mercato, un inizio di un cammino in sentieri ben individuati verso il totale disimpegno morale, etico e non come nei sentieri erranti nella selva di Holzwege, dove improvvisamente si scopre una radura.
Gli anni ottanta sono stati anni in cui le logiche performative, l’abbandono di ogni interrogazione sul senso del proprio fare hanno annullato ogni cosa, anche i veri tentativi di analisi critica e ritorno alla tradizione pittorica che in quegli anni si andavano a fatica sviluppando. Gli anni ottanta per la pittura che viene messa in mostra alle Gallerie d’Italia, tranne in alcuni casi, non sono stati gli anni del ritorno al gioco, all’ironia, al mito, ai valori plastici del novecento italiano, della supremazia della pittura italiana, né quelli del riflusso e della contaminazione fra linguaggi, fra arte povera e pittura ma quelli dello sberleffo, della derisione, dello smontamento di ogni teoria, di ogni traccia di riflessione estetica e filosofica sull’arte. Anni di una forma di primitivismo fumettaro, di un rimbambimento generale, di una evasione dalla realtà, di una pittura semplicistica fatta di bambolotti mal dipinti e non di una dimensione antropologica, antropocentrica della pittura.
La domanda che bisognerebbe porsi, dopo aver visitato questa mostra sarebbe semmai: di quale pittura si sta parlando? Forse quella del mercato? La tendenza e la volontà per la maggior parte dei pittori che il curatore celebra tanto, soffermandosi su ognuno di loro come a giustificarne le scelte era quella di celebrare i riti dell’apparizione, del protagonismo e raggiungere posizioni preminenti nelle classifiche delle vendite, nel nuovo mercato finanziario, favoriti in questo da certe riviste, come Flash art, da qualche banca che cominciava ad investire sull’arte contemporanea e dal clima modaiolo di quegli anni. Il che ha accompagnato i riti della pittura che si voleva a tutti i costi imporre e che doveva essere dominante. Quella degli anni ottanta non fu una dimensione di una ritrovata energia creativa che coinvolse tutta la provincia italiana ma solo un provincialismo mediocre esercitato da una visione centralista e accentratrice dell’arte che aveva come riferimento Roma, Bologna, Milano sfiorando appena Napoli.
Bisognerebbe dire che la vera periferia si manteneva volutamente a distanza, ai margini di quel sistema, come a piè pagina di un libro già scritto del quale si conoscevano già l’inizio e la fine. Le vere pratiche della pittura, il suo genius loci come veniva chiamato in quegli anni erano altrove, nel profondo sud, in Calabria, in Basilicata, in Sicilia, in territori ancora da scoprire. Ed era in quei luoghi che sostavano alcuni critici come Filiberto Menna e dove si sperimentavano nuovi modelli di ritorno alla pittura d’immagine con una forte componente mitologica ed europea. Ma questo Luca Massimo Barbero non può saperlo così coinvolto in uno schema centralista che ormai tutti conosciamo e naturalmente si ferma a Napoli, a un gallerista di rilievo come Amelio che aveva ospitato nella sua Galleria Beuys e Warhol, e che fu un riferimento per molti giovani del sud, oppure fa la cronaca delle Biennali di Venezia degli anni ottanta. Biennali estremante dominate dalla politica e dai giochi di potere del sistema dell’arte che già da allora si andavano delineando.
La lotta poi fra i critici socialisti come Achille Bonito Oliva, Renato Barilli, Flavio Caroli, solo per citarne alcuni, per accaparrarsi un posto al sole e lanciare la loro brigata di artisti con sigle sempre più evocative e affascinanti come i nuovi nuovi, i citazionisti, gli anacronisti, i neo futuristi, magico primario, la scuola romana e altro furono feroci e aveva escluso critici come Filiberto Menna, Enrico Crispolti, Maurizio Calvesi che pure ebbero una parte importante nella dimensione critica al post-modernismo.
Gli anni ottanta dovevamo essere una liberazione dagli anni bui e dalle ideologie; corrispondere a una svolta, a un ritorno alla pittura consapevole, etico e rispettoso della storia e della tradizione e sono stati invece un coacervo di tendenze che molte volte con la pittura italiana del ventesimo secolo non avevano niente a che fare se non sul versante di un recupero neoespressionista. Concordo con Barbero sull’importanza che ebbe una mostra del novembre 1979 come quella delle stanze nel castello diroccato di Genezzano curata da ABO dove si comprese quale dovesse essere il ritorno alla pittura. E’ lì che avvenne l’ibridazione innaturale ma certo destinata a un certo successo, fra pittori come Cucchi, Clemente, Chia, Paladino e gli artisti che provenivano dall’arte povera come Mario Merz, Kounellis, Zorio. In realtà si stavano tutti riciclando. Io avrei aggiunto la mostra del 1986 della collezione Franchetti di Roma sempre al Castello di Genazzano dal titolo: Sogno italiano sempre a cura di ABO e con un ottimo catalogo di Giampaolo Prearo editore.
Che dire poi della trasversalità della mostra che non vuol dire proprio niente. Quella che si mette in onda nelle sale delle Gallerie d’Italia non è trasversalità, contaminazione, gioco, ironia, gioia ma semplicemente un mettere insieme pittori che usano linguaggi e pratiche differenti (un tempo queste mostre erano chiamate collettive). Che cosa ha a che fare un lenzuolo steso sulla parete e mal dipinto con attaccati sulla sua superficie dei frammenti di specchi di Enrico Baj, addirittura definito opera monumentale con un’opera di Mimmo Rotella e di Mondino, o che cosa ha a che fare un piccolo quadro di Carol Rama, una miracolata della pittura, con l’installazione dello Studio azzurro, un dipinto di Paladino con un quadro di Franco Angeli, un Ontani con Schifano? Per giustificare attraversamenti di questo genere ci vuole bene altro che fare la cronaca accreditata da Flash arte (all’epoca vendeva la sua rivista in tutti i luoghi dell’impero) e da qualche Galleria, sarebbe come arrampicarsi sugli specchi. Si torna sempre indietro come dovrebbe veramente fare la pittura nei suoi pentimenti, non come fa questa mostra con painting is back.
Infine questa mostra è diseducativa non aiuta a saper guardare, comprendere, ragionare, pensare E’ retorica, quasi una cronaca dell’epoca a cui tutti abbiamo assistito attraverso una serie di mostre che hanno censurato il dibattito, il vitalismo e altre vie. Essa non dice la verità ma si sviluppa come un elenco delle tendenze vincitrici dell’epoca nelle pratiche mediali della comunicazione di massa, della spettacolarizzazione, dell’evasione di massa dalla video arte a pittori come Tatafiore, a mio parere una piccola perla nel bailamme generale. Elenco, fra l’altro già conosciuto di artisti italiani che negli anni ottanta erano in voga e ce l’hanno fatta, come si diceva a quell’epoca sull’onda del ritorno alla pittura. Ciò non vuol dire ormai un bel niente se non il fatto che questo successo poi infine non c’è stato se non nei bollettini di guerra di alcune gallerie e riviste di tendenza. Proprio quel mercato cui quei pittori puntavano li ha scacciati dal tempio che ora Luca Massimo Barbera sta ricelebrando in questa mostra con acutezza certo degna di uno storico, ma senza quell’analisi di senso, quella dimensione oggettiva dello sguardo che sa osservare e interpretare, quella ricerca della verità che il mondo dell’arte ora richiederebbe. Ben altri problemi si pongono per la pittura contemporanea, e altre responsabilità. Abbiamo trascorso la nostra giovinezza a studiare nel licei, nelle Accademie di Belle arti, nelle Università apprendendo e imparando a pensare che la conoscenza e il sapere dell’arte fosse soprattutto ricerca della verità, impegno morale dell’artista rispetto all’opera, etica della responsabilità imprescindibile dal farsi stesso dall’opera. Che dire, a che cosa è servito? Ci siamo forse sbagliati? Non basta la risposta che l’arte sia al di fuori di ogni morale e che l’opera cerca il suo destino come una freccia lanciata nello spazio. Queste sono semplici sciocchezze o banali licenze poetiche.
Dobbiamo concludere considerando che certo questa è una mostra di una collezione privata quella della Banca Intesa che non è un luogo istituzionale, come un Museo di arte contemporanea anche se ci vuole provare, pertanto le scelte sembrerebbero libere e non imposte ma questo non vuol dire che non si debba avere una responsabilità etica a cui tutti noi siamo chiamati a rispondere verso gli spettatori, gli altri, i giovani, chi guarda e non conosce bene le cose del mondo dell’arte. Anche una Banca come Banca Intesa non può sottrarsi a questa responsabilità esponendo una propria collezione senza uno sguardo oggettivo, un’etica dello sguardo e un criterio curatoriale imparziale e rispettoso delle differenze. Il criterio adottato dal curatore sembra essere solo quello dell’inclusione ed esclusione, della nomea dell’artista e del mercato.
La risposta non può essere quella dello spazio limitato che non avrebbe potuto accogliere un ampio panorama della pittura degli anni ottanta. Magra risposta. D’altra parte ci vuole ben altro per far parte delle cerchia ristretta del vero mecenatismo che ha avuto in passato protagonisti illuminati, i quali hanno fatto la gloria della pittura italiana nel mondo. Ma non importa. Io suggerirei alle Gallerie d’Italia di Banca Intesa per la prossima mostra sulla pittura di nominare un virologo.
Immagini:
0 - Francesco
1 - La sede delle Gallerie d’Italia
2 Una delle sale
3 Luca Massimo Barbero
4 Enzo Cucchi, le stimmate, 1980
5 Flash art
6 Una delle sale con Schifano, Clemente e De Maria
7 Edoardo Sanguineti
8 Copertina del libro di Jameson
9 Aldo Mondino, ritratto, 1980
10 Fernando Aguiar, poeta sperimentale portoghese
11 Cy Twombly, Achilles mourning the death of Patroclo, 1982
12 Tano Festa, gli amanti, 1984
13 Francesco Correggia, Giallo archè, 1979
14 con alcuni miei libri
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