Wednesday, September 8, 2021

Il salone del mobile e del Design, il mercato della stazione centrale e quel che resta della bellezza

Dopo un anno di sospensione a causa del Covid ha riaperto a Milano il salone del Mobile e del Design. Assistiamo alla solita baraonda per le strade di Brera dove si tiene il fuori salone. Come se non fosse accaduto niente e la terribile pandemia , fra l’altro non ancora esaurita, non ci avesse insegnato nulla. Si ha tanta voglia di tornare come prima, a essere felici che si dimentica tutto il resto: la pandemia, la povertà, il cambiamento climatico, le emergenze ambientali, l’Afghanistan, i talebani. Alé divertiamoci e consumiamo come prima nel nome dei mercati, della produzione e della transizione ecologica. E’ sempre il design la stella che fa da guida creativa al benessere, che ci induce allo svago. Questo design spento, incapace di esprimere il mondo, Esso è ancora una volta il segno di un élite che si crogiola del suo mondo nel nome di un artefatto recupero di materiali sostenibili, riciclati o ancora peggio nel nome dell’arte.
In realtà queste manifestazioni sono il palcoscenico della falsità, la bottega dell’ipocrisia, della standardizzazione. Esse sono un surrogato di realtà, menzogne a ciel aperto. Se poi vogliamo dire che qui si mostra la bellezza. Ancora una volta si afferma il falso. Quasi in contemporanea alla riapertura del salone del mobile alla stazione centrale si festeggia un altro grande evento. Al lato della stazione dove prima c’era un semplice supermercato si è inaugurato il mercato della stazione centrale. Il mercato di 4.500 metri quadri su due piani raccoglie 29 botteghe e tutte le migliori firme del cibo milanese, dalla panetteria alla pescheria al ristorante con le carni prelibate, passando per i dolci, la pizza e il cibo etnico. Esso si ispira a quello di Firenze e di Roma e altri progetti simili sono in corso. Si sostiene che Il messaggio è quello di riqualificare aree urbane in disuso trasformandole in luoghi attraenti, altamente desiderabili, per i quali cittadini, turisti e passeggeri siano disposti a fermarsi, spendere, addirittura cambiare meta, per la spesa o per il pranzo. Quanto questa posizione sia superata e anacronistica nelle attuali condizioni socio economiche è fin troppo evidente. Si vede che la tendenza è quella di fare dell’Italia una grande stazione ferroviaria della ristorazione e dei piaceri della gola. Sarà questa la tendenza dello sviluppo economico ed ecologico del nostro paese, la narrazione delle nostre delizie culinarie? Nello spazio all'interno dello scalo ferroviario si trovano bar, locali e angoli per gli eventi e la socialità. Gli spazi sono stati lasciati quasi intatti con interventi murali di scrittura, scarabocchi slogan ed epitaffi. Gli interni invece sono stati ben ristrutturanti con un design corrispondente alle tendenze in voga.
Nei lunghi corridoi sia al piano interiore che superiore ruotano una catena di offerte culinarie di tutti i tipi con i marchi noti e di successo. Sembra una catena di montaggio della libagione, dello sfarzo mangereccio, un grande parco alla faccia dei più poveri . Io direi alla faccia di tutti. Anche qui una folla immensa senza alcuna ragione d’essere tranne per consumare e per curiosità si accalca senza mascherine intono ai tavoli , ai banconi , alle casse, altro che green pass. Fuori, appena un centinaio di metri più in là della stazione, nello slargo adiacente il marciapiede stazionano i derelitti, gli immigrati, i mendicanti, i perdenti, i senza tetto che attendono esausti che qualcuno si occupi di loro. La scena oltre ad essere contraddittoria mette i brividi. Ormai la tracotanza del mercato e delle élite finanziarie hanno raggiunto livelli inimmaginabili di prepotenza. Quel che si mostra è la supponenza dei vincitori, di chi ha tanto e la povertà disperata di chi non ha niente e vive ai margini. Tutto questo in nome di che cosa, del mercato o della bellezza? Qui il lusso e il design si mescolano miseramente.
Quel che oggi viene fatto passare come arte, come bene pubblico, come manifestazione della creatività, della socializzazione non è altro che una zuppa ben congegnata di sobrietà e sviluppo etico e sostenibile, immagine edulcorata e bene pubblico, azienda e mercato. Certo non si tratta di economia solidale. Oggi il bene comune è inteso principalmente in termini economici e non etici, è inteso come prodotto interno lordo, come partecipazione ai dividendi aziendali, alle imprese miste che producono ricchezza solo per pochi. Il che porta ad un impoverimento del discorso, allo stesso impoverimento dell’arte e della cultura oltre che a quello politico e sociale. Ciò con cui abbiamo a che fare è la manifestazione dei riti del successo accoppiati al bisogno di divertirsi, di partecipare, di danzare, di perdersi nell’immensa ignoranza.
Si tratta di una catastrofe che non vogliamo vedere e che respingiamo in tutti i modi aggrappandoci ai vecchi riti della perdita identitaria, dell’orgia catalettica, della comunicazione globale, dell’eccesso. Siamo inesorabilmente eccitati e resi insensibili dalla televisione aziendale, dagli Smartphone, dai social, dallo smart system e dal bisogno di esserci. Siamo tutti nutriti dall’eccesso tanto che viene da chiedersi: ma dov’è il pensiero abissale, per citare Nietzsche che di feste dionisiache se ne intendeva ?
A proposito della bellezza abbiamo detto e scritto fin troppo. ma la domanda è ora: dove si trova la bellezza ? Nello spettacolo, nelle oscenità pubbliche, nel moralismo, nel design , nella moda, nelle stazioni ferroviarie? Tutti pensiamo che sia così e scambiamo la volgarità, l’apparizione seducente, la falsificazione per bellezza. Invece ciò che ci viene incontro non è la bellezza estetica oppure la vera bellezza ma il suo surrogato, il suo incedere banale nel camuffamento, nel lucore dell’apparire.
Rimane ancora da chiedersi ma dov’è questa tanto acclamata bellezza, questa dea della svelatezza? Essa non è nei palcoscenici della comunicazione integrata, né nelle fiere, nel design, nella moda, nelle fiere dell’arte.
Quel che resta della vera bellezza è ovunque intorno a noi e sfugge ai riti della fascinazione. Essa è come una ninfa volteggiante, velata, quasi nascosta, si trova ai bordi di ciò che appare, sul ciglio del precipizio, splende sulla strada della malinconia, dell’etica e della solitudine, forse ancora nell’arte. Come scrive Georges Didi Huberman nel suo bel libro Ninfa moderna, la ninfa che ha incarnato fino alla modernità la bellezza è caduta, si è ripiegata progressivamente in se stessa, le sue vesti si sono staccate dal suo corpo fino a raccogliersi e ammucchiarsi al suolo, sole e abbandonate.
Ed è proprio da qui che pensiamo essa possa elargire ancora una grazia, un dono, un sapere divino. Per vederla, però, bisogna meritarsela la bellezza.
Immagini 0 autoritratto di Francesco Correggia 1 District Brera Salone del mobile e del Design 2 Stafano Maderno, Santa Cecilia, 1600 3 Veduta esterna del mercato della stazione centrale Milano 4 Giorgione Sleeping Venus 1508 5 Uno dei banchi all’interno del mercato della stazione centrale 6 Magritte, the false mirror, 1928 7 Raffaello, la velata, 1516 8 Gina Pane , azione sentimentale, 1973 9 Francesco Correggia, velata, solo olio, 1987

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