Friday, March 6, 2026

Ai confini della verità

 

                                                       Francesco Correggia


È possibile nell’epoca del digitale solo pensare la verità? Non si tratta solo di pensarla ma anche di dirla, di poterla, in qualche modo avvicinare al linguaggio. La verità è alloggiata nell’essere ed è proprio il linguaggio la sua dimora. Ma dobbiamo anche dire che l’essere si è da tempo velato o come direbbe Heidegger occultato. L’essere stesso si è fatto o lasciato dimenticare, si è appunto velato ed è un simile velo a suscitare l’oblio. L’oblio è un’epoca dell’essere che ha dimenticato la sua sostanza d’essere più propria, il suo linguaggio e con ciò anche la verità. La verità è dunque sparita con l’essere e si è persa tanto da non poterla più rintracciare o addirittura evocare come questione aperta, oppure dell’essere non ne è più e neppure possiamo ancora parlarne nell’epoca della supremazia della tecnica?   Il pensiero ontologico non lascia scampo: la verità così come l’essere si è occultata ma occultare vuol dire che essa non è sparita del tutto ma si è solo nascosa così come la natura ama nascondersi. È proprio così, dobbiamo saperla disoccultare o si è proprio eclissata tanto da rinunciare all’essere stesso, al logos, allo stesso sguardo che vorrebbe afferrarla; quel logos che è il dire stesso della verità e non certo il dire del tutto opinabile dei mortali. L’essere si palesa nella verità e si lascia vedere nell’atto di emergere dal buio in maniera innegabile e incontrovertibile. Ciò che oggi celebriamo con esultanza è la dominazione della tecnica e del calcolo che ha preso il sopravvento sulla verità dell’essere. L’ente stesso ha velato l’essere, sostiene Haidegger. L’esperienza dell’essere  rappresenta l’ente o dice l’ente sempre in quell’aspetto per il quale esso si è già a mostrato da sé in quanto ente. Tuttavia la metafisica non fa mai attenzione al fatto che proprio in questo ente, (realtà o la cosa che esiste) in quanto si è svelato, si è già anche velato. Qui sta, l’essenza stessa della tecnica in questo svelarsi-velarsi, dire e nascondere.


Non si tratta di rinunciare alla tecnica e all’era delle macchine intelligenti ma comprendere se può esistere ancora un linguaggio che dice l’essere, che dice il mondo insieme ai suoi enti quando tutto è rivelato, tutto è detto, tutto è transitato dal piano dell’apparizione al piano della realtà, tutto si è falsificato tanto da non saper distinguere il vero dal falso. Ma poi siamo proprio sicuri che bisogna distinguere e ricorrere all’interpretazione per decifrare la realtà o siamo già da sempre dentro la falsificazione?  Finché l’essere e con esso la verità si sono nascosti possiamo ancora pensare che essi rappresentino un nodo da sciogliere non perché esista una verità ma perché esistono molteplici modi di poterla cogliere anche in relazione al suo opposto la falsificazione. Ciononostante la verità è unica. Ha che fare con l’Uno. Non si può a lungo occultare. Essa è con l’essere. Saper distinguere è anche saper cogliere l’enigma come enigma.




Gli antichi pensavano che fra il Nous, la mente, la ragione o l'intuizione razionale, che per Anassagora era la divina ragione ordinatrice del mondo e la conoscenza sensibile ci fosse una sostanziale differenza.  Nel Nous stazionava l’essere , non l’esserci ma la verità dell’essere, Il concetto di verità aveva a che fare con l’essere, con la sostanza divina che tutto abbracciava, con l’uno così come lo intendevano i Greci mentre la ragione discorsiva , il logos si prestava a scivolare nel nulla a entrare nella logica oppositiva dell’è e del non è. Ma il logos non è il dire stesso del tutto opinabile dei mortali ma è il dire  dell’essere che è luminoso, illumina la verità, la rende accessibile, dal non è all’è. Tra il mondo intelligibile e il mondo dei sensi, tra l’intelletto e l’opinione verace c’è la forma con cui l’essere appare. Le forme sono. Ed è inutile aggiungere intelligibili, perché la forma è sempre intelligibile e in quanto intelligibile, essa appare anche come sensibile.




Dobbiamo tornare all’origine antica della parola verità per comprendere meglio a quale malia contemporanea siamo sottoposti. A differenza della veritas latina che spesso indicava la conformità logica, per i greci era il termine Aletheia che significava verità. Essa voleva dire letteralmente disvelamento o svelamento o dimensione del nascosto (oblio/nascondimento), indicando il processo in cui la realtà emerge dall'oscurità o dall'oblio per diventare evidente. Con Aletheia il mondo non si spiega e l’unico che lo spiega è la doxa che per i Greci era opinione soggettiva, credenza o apparenza, contrapposta alla conoscenza vera e certa. La doxa è una forma di conoscenza basata sui sensi, spesso ingannevoli e mutevolima la verità non è l’adeguarsi della cosa alla cosa, della rappresentazione alla rappresentazione ma è l’esistenza stessa che è inseparabile dall’essenza è così che essa si chiude in tale circolo, tanto da imporsi con una necessità che nulla può vincere al mondo, la necessità di ricercare le spoglie della verità che ora nel tempo del sapere calcolante  pretendono da noi una cura e attenzione  maggiore ed essere salvate. L’Aletheia ha la necessità del diritto anche se non può arrivare a spiegare il mondo e tuttavia la doxa non può fare dimenticare l’Aletheia.  Non si può eludere la povertà dei molti sulla terra, l’accumularsi della ricchezza e ingenti capitali in poche persone. Come non possiamo non domandarci se sia possibile un sistema più equo senza rinunciare alla libertà, come abbattere le diseguaglianze e l’influenza del denaro sulla politica e sui modelli culturali oggi dominanti. Aletheia è, un processo attivo che ci impone di pensare, ci obbliga come avrebbe detto Kant a un obbligo morale, a un imperativo categorico, che, come scrive J. L, Nancy rimanda a qualcosa che ci riguarda da vicino l’assunzione di responsabilità dinnanzi al mondo, responsabilità del pensiero di questo mondo e dunque svelamento di ciò che è nascosto e non appare ma ancora di più s-velamento delle forze oscure che ci opprimono. È proprio nell’ oscuramento di ciò che è essenziale che la parola verità fa capolino, si lascia guardare, si mostra senza veli. È in questa aporia fra Aletheia e doxa che si può ancora pensare le verità e scoprire la realtà e l’autenticità delle cose. Ciò che sta al limite della verità è l’attendersi della possibilità dell’impossibilità. Cos’è la realtà se non immagine dell’immagine, linguaggio che non dice più la parola ma la sbiadisce o ancora peggio la rende serva dei media. L’attendersi non è la promessa di eternità che l’intelligenza artificiale sembra annunciare ma proprio lo svelarsi dell’autentico fine di quella possibilità a cui siamo rimandati e in cui ci attardiamo. Il linguaggio stesso è quella possibilità, quella simultaneità impossibile che tuttavia, attendiamo insieme e che Aletheia svela pur mantenendosi lontano dal clamore e dai celebranti. È questo che ci distingue dall’intelligenza artificiale, dagli algoritmi e da tutto il resto, quello di poter pensare la possibilità dell’impossibilità, l’attendersi della fine che è anche il vero non luogo, il senza linguaggio, il non del non. Ai confini della verità c’è quell’attesa svelante, quella soglia che ci fa dire questa è la vita realmente vissuta, il resto è menzogna, apparenza travestita.



Vivere la vita vuol dire viverla consapevolmente, viverla nel passato nel futuro e quindi nel presente, Non possiamo sganciare la vita dai modi con cui la  viviamo e , dunque, l’esperienza è  ciò che ci permette di entrare nel mondo , di essere con il mondo. Tuttavia l’esperienza di questo essere mondo non ci allontana dall’essere originario, dalla dimensione del disvelamento costante di ciò che è fuori dal nostro universo sensoriale. È quell’invisibile che anch’esso costituisce il mondo; è carne del mondo. La nostra esistenza si caratterizza da questa tensione tra visibile e invisibile. La vera vita consiste in questa dimensione che soggiace all’universo intelligibile, alla ragione, all’intelletto, alla stessa anima.


Le immagini sono opere di Francesco Correggia

 

 

 

 




Tuesday, July 22, 2025

Lo sviluppo urbanistico a Milano

 




L’ inchiesta sull’urbanistica a Milano svela scenari molto più inquietanti rispetto alla logica politica e di sistema che si vuole sostenere attraverso i media. È indubbio che saranno i magistrati a individuare i responsabili di questo sistema corrotto fin dalla sua radice.  Lo sviluppo urbanistico della città era sotto gli occhi di tutti. Interi quartieri devastati per far posto a grattacieli, torri, aree, piazze anonime, utilizzo di pratiche di costruzioni improprie, senza alcun rapporto con il contesto storico. Uno sviluppo insensato che è servito a far posto ai ricchi, alle categorie emergenti del lusso e del turismo, alla nuova finanza immobiliare. Ma quel che è ancora più assurdo e colpevole è il modo con cui tutto questo è stato realizzato senza alcuna remora morale, senza alcun interesse pubblico se non quello di sostenere e favorire il privato e cioè l’alta finanza e avviare secondo Sala uno sviluppo creativo e sostenibile della città che si fonda sull’attrazione e l’apparizione, il che sempre secondo Sala attrae sempre di più turisti e ricchezza.

                            

Quanto tutto questo sia falso e osceno lo si può da subito individuare. Si è trattato, al contrario di quanto sostengono sia i politici di destra che  di sinistra   di uno sviluppo legato ad una   quantificazione del benessere come se solo questa fosse la necessità di tutti, di una tutela del cittadino e delle sue esigenze sociali ridotte a merce. Costruire una città del lusso secondo i principi democratici di una collaborazione fra pubblico e privato produrrebbe una bellezza che tutti possono fruire tanto il ricco nell’attico quanto lo straccione che lo sta a guardare. Sarebbe questa una virtù secondo il principio di questo sviluppo urbanistico? Peccato ormai che a Milano non si trovano più appartamenti in affitto decenti con cifre accessibili ma sono anch’essi diventati mini appartamenti di lusso oppure  b&b  solo per il turismo  mordi e fuggi, per non parlare di ciò che un tempo erano chiamati studi, depositi, magazzini cantine ormai anch’essi diventati  spazi che il più delle  volte sono topaie  su cui lucrare.



 Dietro questo spettacolo edilizio blandito come sviluppo (dai nuovi alloggi per studenti a grattacieli per abitazioni, a nuove aree di urbanizzazione) si nasconde un modo di alimentare l’illusione di un progresso che è solo la facciata di ciò che veramente è, l’espropriazione del pubblico, l’invasione di spazi, costruzioni senza alcun criterio estetico se non quello della cementificazione a tutti i costi. Abbiamo assistito a una gentrificazione selvaggia che ha portato a un aumento dei prezzi degli immobili e, in alcuni casi, alla sostituzione della popolazione residente con residenti più ambienti. La verità è che si è trattato di rivitalizzare un nuovo paradigma della corruttela e dello sfruttamento del territorio e dell’ambiente e non di una riqualificazione a beneficio dei cittadini. Ma come non c’è una specifica commissione per il paesaggio?  Chi sono in componenti di questa commissione? Anche questa è la solita beffa.  Dov’è l’etica del paesaggio e dell’ambiente, quali sono i criteri estetici che tutelano, un luogo pubblico, una natura, un ambiente?

La verità è che manca una visione coerente di sviluppo, un’etica del progresso che tuteli, al di là delle dichiarazioni pubbliche la cultura e i cittadini, il che non vuol dire solo puntare sulla moda, sul design, sul mobile, sulle fiere ma avviare un processo di sanificazione responsabile e attiva con la comunicazione, le problematiche del territorio, la cultura dialettica, con la stessa anima di una città. Non è che tutto si risolve con il dire che chi non ce la fa a stare a Milano se ne può benissimo andare ma con una specie di dirittura morale che sappia ancora rinsaldare il progresso e l’emancipazione con la sostanza etica, gli algoritmi con la ragione, lo sviluppo con la trasparenza, i cittadini con la città, le parole con il discorso vero, in sostanze ricercare nuovi valori di esistenza anche in una città produttiva come Milano. In sostanza credo che il sindaco Sala debba dimettersi per il caos che ha provocato in questa città e non autoaffermarsi dichiarando con candore che ha le mani pulite infischiandosene della maggior parte dei cittadini.

Immagini:

autoritratto

Opere di Francesco Correggia 2023


Wednesday, May 14, 2025

Senso e non senso

 


                                           ritratto Francesco Correggia, 1998 

Nell’era dell’intelligenza artificiale e della digitosi torna prepotentemente un’istanza che si riteneva superata, quella del senso   e più esattamente del desiderio di senso. Nel pensiero di Deleuze, nel suo celebre libro Logica del senso il senso si giocava tramite entità nuove e paradossali, che erano l'evento, la macchina, il rizoma, il ritornello, il flusso, lo stile, la sobrietà. Se prima l’accezione abituale di senso alludeva a qualcosa di definito, l'idea di Deleuze era quella di un senso indefinito, onnidirezionale, che si articolava in momenti eterogenei e, soprattutto, era qualcosa di assolutamente instabile e squilibrato. Più precisamente, l’espressione rimandava alla riflessione stessa sviluppata dall’opera del suo maestro  Hyppolite Taine,  la quale si occupava delle condizioni di un discours absolu in grado di eliminare l’opposizione intellettualistico-astratta dei due opposti come l'intenzione psicologica e quella materialista verso  l'obiettivo di una scienza dell'uomo e delle società umane nel tempo.  La prima condizione recitava: l’essere è solamente senso; la seconda corrispondeva al fatto che il pensiero è l’essere in quanto senso che si pensa; la terza equivaleva all’affermazione che il linguaggio è il senso del pensiero. Per Hippolite il sapere assoluto si dava in quanto discorso assoluto, il quale non è au de-là, bensì è il più vicino, il più semplice, il est là, in altre parole, non vi è nulla da vedere dietro il sipario.

Thomas Struth


Ora questa idea di un senso assoluto sembra avere perso la sua logica, la sua più profonda ragione anche rispetto alla crisi della modernità. Tuttavia nella logica di un sapere incondizionato e aperto alla logica non più linguistica di Deleuze, ma frammentata e aperta dall’Intelligenza artificiale, questa esigenza di un significato, di una sensazione, di un orientamento si fa oggi sentire con ineluttabile forza. Stiamo consegnando la scrittura, l’arte la letteratura ad una specie di simbionte che annichilisce il desiderio di senso, ma al contempo lo ravviva. Il processo di mercificazione del linguaggio è già in atto. Dal momento in cui saranno i dispositivi tecnici a manipolare il linguaggio, anzi a crearlo dal niente attraverso la logica degli algoritmi, niente impedisce di farlo pagare. Nell’istante in cui le parole non sono più di origine umana, non si cercano più le condizioni di un sapere che fa senso ma l’apertura a più sensi mercificata, senza l’essere che prima l’agglutinava, lo dimensionava verso l’anima e la stessa natura. 


                                                                Thierry De Cordier

Siamo entrati ancora nella caverna platonica senza accorgercene così persuasi che tutto quello che proviene dall’ombra sia la verità. Si tratta di un capitalismo linguistico oltre che del linguaggio.  Gli umani ora cercano di nuovo un senso ma questo senso è stato espropriato della scrittura ora consegnata alle macchine, ai circuiti, alle chat-GPT, alle reti, ai social, ma il rischio è che ci venga espropriato anche il senso nella sua interezza. Si rimane soli davanti alla morte che nullifica non solo la vita, ma la stessa morte che è anche un non senso del senso stesso. È questa un’eternità senza fine oppure stiamo sull’orlo di un precipizio?

                                     Spencer Tunick

Ritrovare un senso là dove il mescolamento tecnico della comunicazione integrata insieme all’intelligenza artificiale, ha artificialmente costruito un simbionte, appare un’impresa ardua e direi quasi impossibile in un regime di sottomissione e forse di nuove schiavitù. Il Leviatano si erge ancora innanzi a noi ma l’Intelligenza artificiale sembra aprire ad una nuova possibilità, far nascere un nuovo senso, un senso aperto come scrive Pascal Chabot nel suo libro: Un senso alla vita, sta a noi poterlo cogliere. Bisogna rivolgersi all’essenziale, a ciò che la vita sostiene, alle piccole cose, allo sguardo verso la natura, verso l’altro scrive  Chabot. È in corso una nuova mutazione o tutto cambia per non cambiare niente.

La pittrice Robot

Con il transumanesimo e i generatori artificiali di senso le tecnologie offrono agli umani la possibilità di mutare come mai pima d’ora sulla base di programmi elaborati dalle grandi aziende del settore digitale e dai governi di alcune potenze tecnologiche asiatiche. Queste proposte si collocano nel vivo di una ricerca che l’umanità ha sempre perseguito, scrive Chabot, quella di trasformarsi, quella del desiderio di metamorfosi che ha ispirato un gran numero di miti. E tuttavia non possiamo fare a meno di richiamarci alla natura evenemenziale di tali trasformazioni che ci collocano in un universo dove l’altro è essenziale, dove la natura ci richiama ad un senso di responsabilità verso la Terra e lo stesso pianeta, dove l’opera d’arte può ricostruire  un senso fra etica e responsabilità come ho scritto nel mio libro del 2007 dal titolo Di nuovo il senso.  Bisogna saper cogliere le possibilità che le nuove tecnologie ci offrono per salvare ciò che è necessario, ciò a cui la stessa natura ci obbliga.

Sterlac


Bisogna abbondonare il Medesimo per andare verso l’altro in uno strappo radicale che è solo possibile attraverso l’esperienza dell’incontro con il volto dell’altro scrive Levinas. È questa esperienza che sembra mancare nella dimensione di autoapprendimento delle macchine artificiali, quella dell’incontro con la natura non solo trascendente del volto dell’altro ma immanente alla nostra esistenza: Nell’esperire il volto dell’altro io stesso mi faccio senso. L’altro non solo mi somiglia ma mi parla, mi guarda, mi dice parole, verbi, suoni, mi ricorda, mi obbliga all’ascolto, ad uscire dal Medesimo e infine mi orienta di nuovo verso il senso. Sarà questo l’essenziale per tornare al senso delle cose? L’uomo è un essere per cui nella sua esistenza ne va sempre di questa esistenza stessa. O, ancora, l’uomo esiste in vista della propria esistenza. È il fatto stesso dì esistere, compiendo la nostra esistenza anche nell’errore, che ci rapportiamo al nostro potere essere per altro o meglio ancora per altri.  È la vita che ci richiama all’essere e con questo a tutte le grandi e le piccole cose della vita: dall’ambiente, all’amore, dal paesaggio al fiore, dall’arte alla natura e viceversa.


Francesco Correggia





 


Tuesday, April 22, 2025

La morte di Papa Francesco

 




La morte di Papa Francesco mi ha molto addolorato. Ho visto nella sua morte la mia, non per un processo di identificazione, ma per qualcosa che riguarda la memoria, gli anni che passano, la stessa storia. Forse anche il come è morto, stroncato da un Ictus cerebrale ha ricordato tanto il mio di anni fa, che per fortuna non ha avuto conseguenze letali. Come non pensare che questo Papa per tutti noi e non solo per me abbia rappresentato la dimensione del dolore, della sofferenza? Forse è veramente l’ultimo Papa della storia.  Il richiamo alla pace, la denuncia al capitalismo sfrenato, alle industrie delle armi, il suo essere fino all’ultimo insieme ai sofferenti, ai bisognosi, agli ultimi di questo mondo, non sono stati solo un messaggio ripetuto fino alla fine ma un bisogno, un avvertimento, un invito a rinunciare ai beni superflui, alle vaghezze esistenziali, allo spreco, alla menzogna prima che il nostro pianeta imploda. Ho molto riflettuto sul ruolo dei media in questo momento storico così particolare, pieno di conseguenze imprevedibili e mi sono convinto che ancora una volta i media stravolgono la realtà uniformando tutto alla banalità, alla mediocrità, ad un universo di speculazioni meramente prive di fondamento. Ognuno ha detto la sua, rendendo l’essenziale evanescente, la verità taciuta. È ritornato il ritornello martellante della condanna di Israele per i bombardamenti su Gaza che il Papa avrebbe pronunciato con parole dure ignorando la sua condanna altrettanto vigorosa dei terroristi di Hamas che hanno ancora nelle loro mani gli ostaggi catturati il 7 ottobre 2023 dopo aver barbaramente ucciso 1194 civili e militari. Per i media quei terroristi sono improvvisamente diventati dei bravi ragazzi. L’antisemitismo continua ancora ad aleggiare sulle nostre teste come un cancro inestirpabile.

 Anche le riflessioni critiche del Papa sul pericolo dell’intelligenza artificiale e sugli algoritmi sono state quasi sottaciute, rese superflue dalla fiducia cieca verso le tecnologie.   Tutto è diventato industria pubblicitaria, standardizzazione del consenso, interpretazione strumentale perfino della morte quando essa appare. L’ultimo papa della storia ha insistito con le parole e i suoi gesti a prendere atto della catastrofe immanente se non facciamo qualcosa, se i nostri comportamenti continuano ad essere illogici, senza nessun riguardo verso la natura e il creato. Si, debbo confessare che la morte del Papa è stata per me come precipitare in un torrente in piena senza potervi uscire. Mi ha lasciato l’angoscia verso un futuro che non solo appare incerto ma   privo di una possibile speranza.  Questo mondo non cambia o meglio non ne è capace. L’ipocrisia degli uomini ancora una volta ha avuto il sopravvento sul dolore e sulla pienezza del suo messaggio. Mi rimane il volto del Papa prima della sua morte lacerato dal dolore e dallo sconcerto per non aver potuto fermare, non solo le guerre in corso, ma ciò che sta dietro la loro logica.


Thursday, January 9, 2025

La Grande Brera e le mini-case di lusso a Milano.

 


Francesco Correggia 

Milano ha imboccato ormai da anni la strada della esagerazione senza porsi dei limiti. Così assistiamo ad una serie di eventi, mostre, inaugurazioni, passarelle di tutti i tipi, tutte grandi, tutte fuori dall’ordinario senza che qualcuno possa spiegare cosa sia l’ordinario rispetto all’eccezionale, l’estetica della città rispetto a quell’altra estetica, quella della verità. Oramai in questa citta assistiamo al tutto pieno, al mito della bellezza, al glamour, all’eccesso, alla invadenza professionale, alla celebrazione senza porsi alcuna domanda se tutto questo sia giusto, se corrisponde alla realtà delle cose, se ha a che fare con l’umano procedere? Si fa finta di niente e si risponde evasivamente, la città cresce, la crisi abitativa non c’è e anche se ci fosse è normale che ci sia, considerando l’attrazione che questa città ispira ai giovani professionisti, agli studenti e adesso anche ai turisti, al richiamo della moda, al design. Se li affitti sono alti, bene, vuol dire che quelli che non se lo possono permettere possono fare i pendolari andando a vivere fuori Milano. D’altronde è il mercato a dettare le regole del gioco e ciò giustifica l’aumento vertiginoso dei prezzi degli affitti. Lo spettacolo è salvaguardato; evviva lo spettacolo. Quanto di più falso e irragionevole pensare ad un mondo spettacolarizzato e inconsapevole, schiavo di desideri indotti, invaso da turisti, da una finanza selvaggia, da un narcisismo esasperato e fuori da ogni logica se non quella del profitto a tutti i costi.

                                                 La grande Brera
                                           

È inutile fare il confronto con la Milano di un tempo che certo era una città imprenditrice, con una vocazione industriale, dedita al commercio ma almeno aveva spazi, possibilità di cambiamento, promuoveva imprese culturali. Non c’era la grande Brera ma c’era Brera. Un luogo dove sono cresciute generazioni di artisti.  Era in luogo dell’avventura poetica esistenziale, dove gli artisti, i poeti s’incontravano, discutevano. Era appunto un vero luogo con una sua estetica un suo progetto etico. Non basta dire che non è più così. La Grande Brera è da anni che se ne parla, fin dagli anni settanta. Ora arriva in ritardo e non basta a dare uno slancio culturale al quartiere che ormai è diventata un’isola turistica e modaiola. Il mondo cambia e anche Milano è cambiata con tutte le problematiche che appartengono ad un mondo globalizzato, dominato dalla tecnica e dal lusso come in fondo sono tutte le capitali del mondo. La globalizzazione ci ha appiattiti ad un sistema unico, ad un pensiero unico.  E allora? Suonerebbe la risposta di chi vede un progresso, un movimento ininterrotto di possibilità in una città che si è al contrario denaturata, che si è appiattita a mere logiche di profitto, in ogni settore perfino nel rendere grandi e  lussuose le topaie, una città che è diventata brutta proprio puntando sul lusso. Là dove prima c’era condivisione, sostegno, comprensione, etica ora c’è solo sfruttamento, speculazione, guadagno immediato. Cos’è accaduto siamo tutti impazziti? La tecnica mostra la sua vera natura. Siamo stati tutti inghiottiti dagli schermi, schermini, da monolocali ridotti, da box, intercapedini? È probabile.

                                            Vittore Carpaccio , Visione di Sant'Agostino

Non c’è più spazio. Spazio caret diceva Sant’Agostino. Ex illo ergo, quod nondum est, per illud, quod spatio caret, in illud, quod iam non est. Quid autem metimur nisi tempus in aliquo spatio? E cioè: Da ciò che ancora non esiste, attraverso ciò che manca di spazio, a ciò che non esiste più.  Ma cosa misuriamo in uno spazio se non il tempo? Siamo quindi assistendo ad una logica drammatica di sottrazione, ad una involuzione dell’esistenza umana, ad una limitazione del corpo, ad una morte di lusso.  Milano, la capitale della moda e del design ha occupato tutti gli spazi perfino quelli dell’altra estetica e della stessa etica che ormai non si sa più cosa sia.

                                          La grande Brera

E veniamo ad uno di quegli aspetti non secondari della dimensione umana e moderna e cioè la casa, la ricerca di una possibilità abitativa.   Di chi è questa responsabilità di un aumento indiscriminato dei prezzi? Un monolocale di appena 14 metri quadri, con un canone mensile di 850 euro è semplicemente vergognoso. Il piccolo spazio, che include un ingresso, una cucina e un letto, privo di finestre, solleva non solo interrogativi sulla vivibilità e sul valore degli affitti nella capitale economica italiana, ma porta con sé anche una responsabilità nuova sul rapporto fra cittadini e ambiente, cittadini e politica, pubblico e privato, politica e morale. Di chi la colpa di questo aumento indiscriminato dei prezzi, degli immobiliaristi che ormai soffocano Milano, dei proprietari assetati di guadagni, degli Architetti, della finanza immobiliare, dello stesso mercato?

                                            Monolocale a Milano

Uno sviluppo deve sempre accompagnarsi a un’etica altrimenti è solo menzogna, sfruttamento. Che cosa dobbiamo dire che Milano non ha più una sua etica? È con il sostantivo grandezza che si misura lo sviluppo di una città? Grandezza rispetto a che cosa? Occorrerebbe una nuova responsabilità civile, etica, discorsiva e politica. Le stesse nuove potenzialità dell’agire esigono nuove regole dell’etica oltre che di una nuova estetica e forse perfino di una nuova responsabilità. Essa entra in scena in quanto istanza regolatrice di ogni agire sotto la guida del bene e del lecito. Responsabilità vuol dire saper rispondere alle domande essenziali dei cittadini, saper rispondere alle necessità ineludibili di una comunità, cercare una risposta. Se la politica ha da tempo abbandonato ogni valore di responsabilità etica, ciò non vuol dire che dobbiamo rinunciarvi. Il principio etico dal quale la dimensione valoriale trae la propria validità, suona: non si deve mai fare dell’esistenza o dell’essenza dell’uomo una posta in gioco nelle scommesse dell’agire economico senza equilibrio e del mercimonio.

                                            Vito Acconci, senza titolo

L’attività illimitata del moderno è semplicemente ripetizione, che conduce l’uomo lontano da se stesso, verso una città animale, un perfetto e definitivo formicaio. Quel metodo che ha reso l’uomo moderno non una realtà cristallizzata, bensì un sistema di riferimenti capace di costruire un’armonia fra le differenze, in primo luogo fra le differenti facoltà che vivono all’interno dello spirito stesso, cioè fra sensibilità e intelletto, tra ragione e retorica, tra descrizione e decostruzione è andato distrutto. Lo spazio simbolico, dove ciascuno ha indubbiamente la propria rete di rinvii immaginativi e affettivi, connessi alle singole esperienze e alle loro forme di vita, la singolarità dei vissuti non può dimenticare di doversi fondare su “costanti di senso”, che siano cioè comuni e condivisibili.

                                            Damien Ortega, Biennale di Venezia

È in questo senso che la casa è uno di quei diritti dell’essere umano che gli consentono di esistere, di sentirsi un cittadino libero e consapevole. Uno di quegli spazi che mette insieme cultura e memoria.  La casa, dunque, non è solo uno spazio ridotto all’osso dove si specula nel nome del lusso o di una vicinanza all’Università o alla Grande Brera ma un abito, uno spazio simbolico, aperto dove si misura l’equilibrio delle nuove responsabilità, l’orizzonte e la verticale e non un loculo. È proprio ciò che deve essere tutelato nell’interesse sia del proprietario che dell’affittuario; nell’interesse di tutti. Non è solo l’affittuario che deve dare delle garanzie economiche e sociali ma anche il proprietario nel nome dell’onestà e del diritto pubblico, nel nome di quell’etica a cui ci siamo richiamati. Accorrerebbe una specie di codice etico condiviso ma in questo senso che fa il grande Comune di Milano? Si silenzia o meglio fa finta di niente, si volta dall’altra parte oppure si richiama ai numeri, nuove case, nuovi edifici per gli studenti, i giovani, grande futuro per tutti mentre le file dei disperati aumentano.

                                           Celebre immobiliarista a Milano

L’ultima mini-casa di lusso meneghina viene mostrata nel corso del programma Zona Bianca. È l’ennesima follia di una Milano che tocca il fondo giocando al rialzo sul prezzo degli affitti. Una speculazione che colpisce studenti e lavoratori a tempo determinato in primis, ma che si ripercuote sulle famiglie e sulla difficoltà di trasferirsi. Chi propone l’abitazione in affitto la mostra nel corso del programma di Rete 4: si tratta di una stanza di 19 metri quadri (con bidet). Nei pensili della cucina di 2 metri e venti c’è lo scaldabagno, mini lavatrice e mini lavastoviglie e anche macchina del caffè. C’è un piccolo tavolo allestito per due persone, una finestra con vista sulle case d’epoca di milano, un divano a due posti che diventa anche letto, due armadi e un bagno senza finestra con mini-sanitari e box doccia, manca solo una bara per andare nell’altro mondo, ma su questo ci penserà Elon Musk .

Francesco Correggia, olio su tela, Kant il cielo stellato sopra di me
l'uomo morale dentro di me





Wednesday, November 27, 2024

Il dono

 

                                                                 


L’arte contemporanea si trova su un bordo che somiglia molto al bordo libero di una nave in balia delle onde da dove si può precipitare in mare oppure rimanere sul suo bordo tra un ponte e l’altro.  In questo bilico tra il cadere in mare aperto con il rischio di perdere la vita o rimanere a bordo della nave dove si sta in equilibrio tra limite e illimite consiste l’impossibilità di portare a compimento il nulla. L’artista contemporaneo preferisce stare all’asciutto dimenticando di avere a che fare con la storia. La perdita di coscienza è una specie di sincope, una dimenticanza da cui ci si può sottrarre solo attraverso l’offerta sublime dell’arte: il dono e la sottrazione.    

 

                                                 Francisco Zurbaran, Saint Serapion, 1628.

Solo se l’arte diventa offerta che contiene in sé il gesto del donarsi totalmente, rischiando la propria sparizione, sottraendosi ai riti nefasti della comunicazione, ci può essere un discorso vero sull’arte, almeno una sua traccia. Purtroppo oggi si dona solo la dimensione lussuosa dell’arte, la cupidigia mercantile e non la dimensione ontologica, la meditazione sull’inaudito che attraversa il mondo. Se non si ha a che fare con la necessità ontologica di ripensamento del senso nel prevalere della tecnica, che cosa possiamo pensare intorno all’arte se non in quell’unica prospettiva del nulla in cui precipita? 

 

                                                               Fra’ Arsenio, al secolo Donato Mascagni (Firenze, 1570 circa – 1637) raffigurante Il Conte Ugolino, del 1611 

Per l’arte contemporanea la questione dell’impegno verso un’ermeneutica del soggetto come conoscenza di sé e negazione inesausta degli apparati di regime sembra sia stata esclusa, quando invece è questo ripensamento la sua salvezza. La fuga dall’essere è il modo con cui l’arte insieme alla tecnica e al cantiere dell’artificio mettono in atto e s’insediano nel nuovo modo della volontà, della creazione e dei progetti. Scrive Peter Sloterdijk nel suo libro Non siamo ancora stati salvati: Il vecchio essere e il suo ente si vedono superati da un’aggiunta di nuove realizzazioni che hanno sempre più potere, realizzazione i cui prodotti si dispiegano come atti dell’artificializzazione nelle culture degli apparati e delle immagini. Ciò che un tempo si chiamava essere, già da oggi sembra una cappella fra grattacieli, o un cercare la prova dell’esistenza di Dio in una stampa da computer.  È la pratica del dono e del suo artificio   che deve essere posta al centro di quel fare e non fare, del Dire e non Dire. Se il cammino dell’arte contemporanea è qualcosa che ha a che fare con la vita stessa, con ciò che accade, e non è solo universo rappresentazionale dell’immediatezza, cioè un discorso tecnico, allora le pratiche del sé, dell’uscita dal sé, il discorso vero, assumono un ruolo di primo piano. Il pensiero della fine è il limite stesso. Ciò che realmente finisce è la possibilità di riflettere sulla storia dell’arte, della tecnica e della volontà a partire dalla storia dell’essere. È il bordo dell’arte. Il limite toccato, la vita sospesa, il cuore che batte, la sottrazione, la negatività disperata e insieme l’insonnia che si trasformano in un esilio che non ha più fondamento. È per questo che l’artista vero è inimitabile.

 

Marc Quinn Gli amanti 1994

È solo da questa prospettiva che possiamo comprendere il versante etico dell’arte contemporanea, l’inimitabilità. L’arte, in quanto rigeneratrice di senso là dove esso non c’è, riprende un ruolo di svelamento e di interpretazione della natura delle immagini in un’etica della rappresentazione che non ha volontà ma solo necessità ineludibile dell’in-essere nel mondo, il che si deve intendere come “esser dentro”, dentro il segreto dell’inafferrabile. 

 

Si tratta di una dimensione che ha a che fare non solo con l’etica ma anche con gli stessi modi del pensare, con la meditazione intorno al mondo, alle pratiche del soggetto e agli stessi linguaggi dell’arte. Le pratiche dell’arte sono pratiche del senso d’essere, del discorso vero e anche pratiche di disubbidienza costante e senza condizioni. E quale può essere questo discorso oggi? Esso si presenta come interrogazione e come capacità di stare ai bordi del limite e del senza limite, misura e dismisura fra natura e cultura. L’arte contemporanea non può fare a meno di pensare l’in-essere, come non può fare a meno di praticare una disubbidienza nuova verso ciò che abbaglia. La vera luce sta’ dietro ogni apparenza e si rivela proprio attraverso un donarsi oltre ogni limite.

 

Bill Viola, Video installazione  1998 

il discorso artistico dominante identifica l’arte con il mercato, il protagonismo, il successo personale e resta cieco davanti a qualsiasi opera prodotta e distribuita secondo qualsiasi altro meccanismo. In questo senso non si può eliminare il sospetto che l’esclusione dell’arte non prodotta secondo le condizioni standard del mercato abbia un solo scopo e cioè la soppressione di ogni elemento critico, la coercizione della rappresentazione visiva, la disumanizzazione e la soppressione del pensiero sull’essere.   L’arte, non solo quella contemporanea che ormai è una locuzione spenta, non può essere un circo all’aperto, un parco giochi dove si sperimentano le tecniche intermediali del consenso, le formule, i testi e le immagini dell’intelligenza artificiale ma deve saperci indicare una via differente che coniughi il presente con la tradizione, il pensiero con la pratica, riumanizzando il pensiero critico.

 

 Ad Reinhard, from the plach painting, 1966.

 È nell’arte come pratica della disubbidienza, dell’abbandono e al contempo come interrogazione etica che avviene l’offerta sublime del dono, della storia e dello stesso suo essere spirito che ascolta e va verso l’altro, soffia sull’altro, modificando la percezione delle cose e della stessa realtà. Dono che non è mai un donare secondo gli standard televisivi ma è anche denuncia verso il donatore, offerta di immunizzazione e una meditazione sull’inaudito. In questo senso è proprio l’arte che rende immune da ogni controllo, da ogni apparato, da qualsiasi tentativo di conciliarla con l’esistente.

                                   

 

                 Francesco Correggia, ruotando, olio e inserto fotografico  su tela, 1996