Saturday, June 4, 2022

Bandiere, simbolismo e sentimento

Questo testo nasce dopo più di un mese dall’invasione della Russia all’Ucraina. In realtà avevo dedicato una mia opera alla bandiera ucraina insieme a qualche mia riflessione sulla guerra. Lo sconcerto che ho provato allora e che ancora provo è enorme. Ho sempre dedicato alle bandiere, ai loro colori e alle simbologie in esse depositate un’attenzione particolare. Le ho trattate e viste come paesaggi e non come bandiere di una retorica patriottica sebbene questa non sia del tutto esclusa dal loro universo rappresentativo. Certo la bandiera è il simbolo di una nazione attraverso cui l’unità di un popolo si manifesta ma al contempo è anche un qualcosa di territoriale, un confine fra noi e gli altri, un popolo e l’altro.
Affrontando più direttamente l’argomento specifico dobbiamo innanzitutto riflettere sul termine simbolismo che significa rappresentare, manifestare con estrema sintesi un qualcosa attraverso segni convenzionali: L’uomo stesso è un segno. La nostra convivenza ha bisogno di richiami che, alludendo a concetti e norme, orientino il cammino della società verso ciò che si ritiene giusto come la socialità, la libertà, la tolleranza.
La simbologia nel caso delle bandiere costituisce pertanto una scienza che esprime attraverso un linguaggio figurato, valori, idee e forme culturali, evocanti un concetto astratto ma di grande interesse collettivo. La bandiera è appunto uno di questi simboli, forse il simbolo dei simboli in quanto pur affondando le proprie radici nella storia dell’uomo, ha tuttora il raro potere di creare coesione ed esprimerla attraverso il fascino del drappo, dei colori, delle forme che rappresentano una vera mappatura del proprio status giuridico e della propria identità.
Ora cerchiamo di definire meglio il significato di questo simbolismo. Il simbolo viene dalla parola greca Symbolon che è ciò che tiene in relazione, ciò che tiene insieme. Quel che non c’è è quel pezzo di coccio, quel sigillo, che anticamente i Greci rompevano in due, dandone una metà all’ospite, così che i discendenti, mostrando quel simbolo avrebbero trovato ospitalità. Simbolo è dunque quell’unità spezzata che indica una dimensione che per i Greci era sacra e cioè l’ospitalità. Simbolo e segno svolgono la stessa funzione, ma il primo è verticale, il secondo è orizzontale: il simbolo accade sempre mentre il segno accade morendo e rinascendo in una semiosi infinita, un’interpretazione illimitata come direbbe Peirce. Così che l’accadere della bandiera consiste nella sua dimensione rappresentativa storica e immobile e insieme nel suo costante rinascere nel processo interpretativo. Ed è proprio ciò che la bandiera sottende e che la rende viva.
Al di là del suo significato simbolico vorrei soffermarmi sul suo potere di creare coesione ed esprimerla ma anche sui sentimenti che il drappo colorato porta con sé. Sentimenti a volte irrazionali che manifestano atteggiamenti, esclusioni, prese di posizioni fin troppo nette. La bandiera è dunque anche un segno che rimanda ad una serie di altri segni dietro i quali si nascondono significati, valori come, lo scambio, l’unità, l’ospitalità e anche alcune ambiguità imprevedibili. Che significato può avere questo simbolo che oltre al fatto di rappresentare un popolo, una patria un’entità, addirittura una cultura è anche portatore di scontri? Basta soltanto metterli insieme questi segni – simboli per raggiungere un’unità di intenti, un nuovo equilibrio mondiale una specie di nuova cultura geopolitica? Abbiamo visto proprio con questa guerra che non è così, che la bandiera è anche una cesura verso altri segni che non corrispondono ai nostri valori e certezze, verso altre identità, altre storie.
Queste domande sono inquietanti ora che le bandiere vengono di nuove innalzate nelle piazze, esposte, usate come luoghi di una tradizione, segni di una distinzione quasi elitaria fra democrazie e totalitarismi per cui vale la pena di morire. Simboli essi stessi non di un’unità spezzata che va riempita di senso nella fessura aperta del Symbolon ma di una divisione netta che mai si rimargina, segno di un’infinità di angolature, definizioni e prese di posizioni radicali e contrastanti. Le bandiere stesse e ciò che rappresentano sono diventati non solo simboli e segni ma immagini, quasi carne delle cose, corpi dii scontri e battaglie feroci. Il loro potere cresce sulle masse e si manifesta innalzandole o anche distruggendole, incendiandole come se con ciò si volesse distruggere non solo la fisicità di un vessillo di stoffa ma quella nazione, quel popolo, quella identità. Mettere a fuoco una bandiera vuol dire annullarne il suo valore sacrale, quell’energia identitaria attraverso cui si rispecchia l’anima di un popolo, la sua identità culturale ma anche distruggere, eliminare fisicamente l’altro, quelle persone che vi appartengono. È questo uno dei maggiori meccanismi di disprezzo, tanto che gli stessi media vi si soffermano non poco acuendone la portata simbolica di distruzione, di conflitto.
Come fare per fermare questa irrazionalità di cui le stesse bandiere esposte sono vittime e che si esprime senza alcuna ragione? Nessuno si parla per davvero e i media accendono gli animi con i loro spettrali, barbarici talk show. Tutti danno la colpa agli altri e il nemico è vicino e bisogna abbatterlo, difendersi. Ma chi è il nemico? Il regime mediatico delle nostre democrazie non ha dubbi è sempre l’avversario, nel caso dell’Ucraina, chi ha invaso cioè i Russi. I motivi per cui lo hanno fatto passano in secondo piano e lo si può comprendere ma ciò che non va è l’accanimento con cui si pensa alla pace facendo la guerra o per lo meno incentivandola. È proprio così che si può fermare la guerra ora con i mezzi di distruzione di massa e con la minaccia nucleare alle nostre porte?
Si sta corrompendo perfino l’anima di un popolo, di un sentimento di pace. Sembra che andare verso la guerra sia quasi diventata un’esigenza primaria, una difesa per le nostre seducenti democrazie del benessere. È questo che ci raccontano i media sfavillanti di personaggi indecenti, di specialisti, giornalisti, medici e magistrati, veline e marionette, portatori di vessilli che sono sempre gli stessi della comunicazione integrata mentre il nostro pianeta si avvia verso una lenta ed inesorabile catastrofe sotto i nostri occhi. Forse il vero nemico siamo noi la nostra incapacità a ragionare, a trovare soluzioni accettabili ad uscire appunto dalla logica negativa delle bandiere, dal loro portare discordie da una parte mentre dall’altra sarebbero segni di ospitalità, di accordo e di accoglienza.
La vera guerra la si deve fare contro le povertà contro i cambiamenti climatici, contro i regimi altrettanto totalitari della comunicazione, dello sfarzo della ricchezza esibita, contro un sistema sempre più privatistico che ha creato disparità, arricchimenti e truffe. Nessuno ascolta la scienza e fra qualche decennio saremmo sommersi dalle acque, esposti al sole e morire come esseri spiaggiati. Altro che difendere la democrazia. Se la nostra finanza ed economia neo liberista significa arricchire sempre gli stessi, i ricchi, produrre denaro per pochi e alimentare sprechi, creare povertà e distruggere il pianeta allora vale la pena rinunciare alla potenza e a quell’economia che nel nome della creazione di posti di lavoro crea squilibri sociali e al contempo produce effetti letali, sull’ambiente, sugli ecosistemi nelle stesse menti delle persone.
Un’onda gigantesca alla fine ci distruggerà ed è per questa ragione che bisogna mettersi insieme e far sì che le bandiere non siano soltanto simboli di un passato di guerre ma segni in cammino, segni di una nuova avventura umana, di un nuovo equilibrio sociale, politico geografico fra occidente ed oriente. Occorre far ripartire la macchina della riconversione e del dialogo fra storie e culture.
L’invasione direi brutale dell’Ucraina è ingiustificabile e va fermata ma lo si deve fare con la forza della ragione e con la diplomazia ricercando quello spirito che le bandiere incarnano nonostante il loro valore simbolico fortemente nazionalista. Bisogna farlo cercando nuovi equilibri internazionali, evitando da qualsiasi parte sudditanze e sottomissioni, anche se qualche volta sottomettersi può essere una forza positiva, un modo per aprire il dialogo.
Non fermiamoci sull’approccio domestico dell’informazione e della comunicazione che i media ci propongono ma superiamo l’imponderabilità umana, le convenzioni, i sortilegi, la propaganda che ogni conflitto porta con sé. A questo si deve aggiungere la spettacolarizzazione della morte, degli uccisi, degli innocenti in fuga che oggi i media diffondono in nome dell’aspetto veritativo del messaggio televisivo quando invece si mescola tutto, ragione e sentimento irrazionale e razionale, verso e falso, realtà ed osservazione.
Riprendiamoci i colori delle bandiere che sono il nostro mondo, il nostro arcobaleno visivo. In fondo non dimentichiamo che esse sono portatori di esistenze, sono vita che palpita, sono paesaggi attraverso cui costruire sentieri dialoganti di pace e virtù. Ed è la pittura, l’arte, a narrarci qualcosa in più sulle bandiere, quel qualcosa in più che le riporta all’esistenza umana, al segno di qualcos’altro sottraendole a quell’universo inevitabilmente contraddittorio e divisorio della loro pretesa di rappresentare un territorio, una patria, un confine invalicabile ed essere un limite divisorio oltrepassato il quale non può che esistere uno scontro, una rottura, una verità o una menzogna. 0 Foto di F.C. 1. Francesco Correggia, bandiera ucraina , olio su tela 2022 2. Cafiero Filippelli , il tricolore, olio su tela , 1920 3. Francesco Correggia, dopo tutto vive, collezione Tarasconi, Milano 2014 4. Jasper Johns. The flag 5. Gely Khorzev La bandiera si sta sollevando». Parte centrale del trittico comunisti 1960 6. Eugene Delacroix, la libertà guida il popolo, 1830 7. Ilya e Emilia Kabakof, installazione, Tate london 8. La grande marcia cinese 9. Bandiera Inglese e sua interpretazione pittorica 10. Francesco Correggia, croce, 2022 11. Pavlo Makov fontana ucraina biennale di Venezia 2022 12. Bandiera Pianeta terra

Wednesday, April 13, 2022

La guerra e il che fare degli artisti

Viviamo in un mondo di catastrofi ma sembra che nessuno se ne accorga. Ce ne accorgiamo quando assistiamo da casa nostra seduti su una poltrona alle ultime drammatiche vicende di guerra dai nostri televisori, dai giornali e dalle cronache. Si accendono di nuovo dibattiti televisivi interminabili. L’onda emotiva prende tutti e molte volte si smette di ragionare. Se qualcuno prova a farlo allora si viene subito colpevolizzati come complottisti, filo russi. La guerra che avviene proprio in Europa ai confini con la Nato fa strage di civili inermi e incolpevoli. Semina terrore e non si sa quando si fermerà. Il rischio è che possa estendersi su tutta l’Europa e tutto il mondo con l’aggravante di uno scatenarsi di una guerra nucleare senza controllo che non avrà né vincitori né vinti; è tutta l’umanità a perdere e ad avviarsi verso un’estinzione di massa. Ciononostante proseguiamo con le nostre abitudini schierandoci come abbiamo fatto con il vaccino anti Covid. da una parte o dall’altra, sostenitori e detrattori. Seguiamo i talk show televisivi, avvertiamo il pericolo ma poi ricominciamo a sragionare, a fare quello che facevamo prima. Bisogna riconoscere e non c’è bisogno degli esperti televisivi per dirlo che ci si trova davanti a quattro grandi emergenze: i cambiamenti climatici, gli immigrati morti in mare, la pandemia che non ha smesso di diffondersi e la guerra che è anche guerra di notizie, di falsificazioni, di immagini. E’ una guerra dove lo schermo, il web, i social, le tecnologie infestano le nostre vite, la fanno da padrone e orientano le nostre idee.
Le povere vittime civili sono esibiti a dimostrazione della ferocia dell’avversario. Ora non c’è ombra di dubbio che la guerra è dovuta all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e che le vittime civili uccisi e abbandonate sulle strade sono reali, sembrano vere e proprie esecuzioni e non una messinscena, una fiction costruita appositamente per l’occidente. Non c’è bisogna di una grande intelligenza per ammetterlo come è anche vero che l’invasione non è andata come sperava Putin, ora considerato il più acerrimo nemico dell’occidente. Come forse non era lui l’amico con cui trattare, comprare, scambiare? Certo Putin è da ritenersi senz’altro colpevole non solo della guerra ma di non essere quel maestro di calcoli strategici ed imperialistici cui molti osservatori di politica estera sembravano attribuirgli. Ci siamo sbagliati e solo l’America aveva ragione mettendoci in guardia. Considerazione amara questa ma piena di risvolti, di dichiarazioni e prese di posizioni direi stupide e retoriche come quelle di un guerrafondaio come Edward Luttwak. Un’analisi chiara e approfondita certo andrebbe fatta anche da un punto di vista geo economico oltre a quello geopolitico e militare prima di fare come gli struzzi. Soprattutto occorre che i dibattiti televisivi siano curati con una certa oggettività e rigore scientifico, evitando di invitare sempre gli specillasti del regime comunicativo e della confusione che alterano le notizie ed esasperano gli animi. Ahimè assistiamo invece ancora una volta ad un doppio fronte: quelli schierati per farla pagare a Putin con sanzioni, rifornimenti di armi al paese sotto attacco e quelli considerati pacifisti, non convinti che continuare a mandare armi all’Ucraina sia la soluzione migliore. Gli ultimi considerati pericolosi e contro l’occidente solo perché cercano di ragionare. Sembra anche questo un modo di dividersi terrificante.
Non aggiungo niente sul ruolo dell’Europa che sembra schierata pedissequamente su posizioni di difesa/offesa dei suoi confini, sull’invio di armi e sull’applicazione di sanzioni sempre più dure verso la Russia. Invece che adottare una politica autonoma con una propria difesa, una propria posizione rispetto alla fase di espansione della guerra, una diplomazia più efficace, sembra che l’Europa si adatti alla visione dell’America, alla sua concezione dell’occidente e del mondo. Come si fa a non capire che se continuiamo su questa strada di scontro fra occidente e oriente prima o poi ai nostri confini ci scappa l’incidente e poi cosa facciamo invadiamo la Russia per difendere le nostre libertà, la nostra democrazia? Intanto la flotta russa è già in mediterraneo e le navi Nato sono anche loro lì a fronteggiarla Insomma una follia diffusa.
E l’arte cosa fa oltre ai concerti per la pace? Gli artisti visivi in modo particolare in che modo rispondono? Stupendo, non poteva mancare il solito artista della comunicazione che guarda al domani a ricordarci che l’arte deve tornare nella realtà. Certo, costui ha ragione ma dimentica di dire che la realtà cui forse si riferisce è quella del denaro, del mercato, della moda, della sudditanza dell’arte al potere economico e finanziario e non alla realtà vera, a quella che richiede uno sforzo, una scelta, un impegno. Certo l’arte non può più rimanere ancorata ad una vecchia ideologia borghese, ad una dimensione romantica e ottocentesca, Gli ultimi anni hanno azzerato la dimensione critica, problematica dell’arte, il suo rapporto con la realtà sociale e ambientale. Stranamente essa si è addomesticata. Con la locuzione arte contemporanea ha cessato non solo di rivolgersi alla storia ma anche al pubblico, alle persone, ai problemi. Design, moda, arte e comunicazione sono andati a braccetto dimenticando ogni forma di impegno civile. Che fare?
Né possiamo dire che l’arte contemperane sia estranea ai processi di trasformazione in corso, alle dinamiche del mondo, alle guerre, alle disfatte, alle utopie. Essa, a differenza di quando Mario Merz aveva scritto nel lontano 1969, che fare su una sua opera, non esiste più un pensiero sull’arte. L’arte contemporanea è ovunque in qualsiasi luogo e in nessun luogo. Sfida le leggi della contraddizione, si rivolge a se stessa ripiegandosi nel suo esserci qui nell’istante e nel mercato istituzionali ed economico. Cosa vogliamo di più ora che tutto è in pericolo? Recuperare la vecchia formula del realismo o fare della realtà la bandiera del proprio protagonismo? Continuare a fare pubblicità, invadere Instagram, fare comunicazione trasversale, prendersela con i media?
Davanti all’orrore non c’è una risposta certa e irrevocabile, capace di scuotere le menti, fermare il ritmo e la velocità con cui ci consegniamo al disastro, a questo e ad altri disastri che aleggiano sul mondo, né serve correre in Ucraina a portare soccorso e sperare che qualcuno si accorga di noi come artisti impegnati per la pace. Serve un cambiamento totale delle nostre abitudini, del modo di concepire l’arte, i suoi spazi, le sue tensioni e di essere nella realtà. Occorre una dimensione politica dell’arte, una riflessione, un impegno degli artisti per la pace. Smetterla con le fiere dell’arte e le civetterie, uscire dal regime in cui si è incanalata. Ricostruire piuttosto che distruggere, riguardare la storia. Saperla leggere sarebbe già qualcosa. Infine occorre che l’arte esca dal guscio del contemporaneo, dal regime finanziario comunicativo, dal suo narcisismo autocelebrativo e ritrovi il suo rapporto con i contenuti quel che un tempo si chiamava il senso. Bisogna che si riavvicini al pubblico con pudore e fragranza poetica.
Bisogna che l’arte ritorni a farsi pensiero sul Mondo e pratica del suo stesso fondamento e impari a incontrare l’altro, a riconoscerlo, a diventare strumento critico. La domanda sul che fare ora assume un senso meno neutro, meno generalista ma più consapevole rispetto alle immagini e ai disastri del mondo se ne intravediamo lo sfondo dal quale l’interrogazione si pone. L’autoconsapevolezza degli artisti e la loro presa di posizione rispetto alla guerra e ai disastri incombenti non sono solo realismo, nel senso di un ritorno alla realtà ma responsabilità civile, etica ed estetica. Essere nella realtà significa, dunque, raggiungere una sintesi tra artista, opera, personaggio e momento storico.
Immagini: 1 Francesco Correggia 2 Francisco Goya, Tres de Mayo, 1814 3 Ozu, fotogramma dal film Erbe fluttuanti, 1959 4 Immagine di Zelensky 5 Fuking Hell di Jake e Dinos Chapman, 6 Mario Merz, Che fare, 1969 7 Maurizio Cattelan impiccato presso Massimo De Carlo 8 Francesco Correggia legge Antichi maestri di Bernhard ad un pittore in ostaggio

Tuesday, March 29, 2022

Maximo, Galleria Antonio Battaglia

Con questo mio testo vorrei iniziare un nuovo ciclo di riflessioni e di pensieri intorno al mondo dell’arte e più in particolare alle Gallerie e agli artisti che vi espongono. Prenderò in considerazione gli spazi di Milano, dove è più facile muovermi e visitare le numerose mostre che vi si svolgono. Il mio intento è quello di sostare, ascoltare e osservare il lavoro degli artisti senza pregiudizi, senza per questo darne un giudizio critico. Spetta al critico esprimere tale giudizio. A me come pittore e scrittore il compito di guardare, fermandomi a osservare l’opera che mi sta di fronte come se fossi seduto sulla panchina della sala Bordone del Kunsthirorisches Museum di Vienna.
Reger il personaggio di Thomas Bernhard nel libro Antichi maestri resta per ore immobile davanti all’opera del Tintoretto, tal titolo: Ritratto di uomo dalla barba bianca per indagarne le imperfezioni, e sconfiggere così l’ombra delle apparenze percettive. Direi che questa sarebbe la mia più particolare ambizione, anche se so benissimo che non mi è del tutto concesso o meglio forse non sarei del tutto capace di svelare gli equilibri e le sottigliezze dell’opera pittorica e oltretutto non c’è più il tempo per osservare e meditare. Ad ogni modo vale la pena spingersi là dove sembra impossibile sostare.
Tra le mostre che di recente ho visitato come un profugo estraneo nel mio stesso rifugio, ad avermi colpito è stata quella presso la Galleria Antonio Battaglia in via Ciovasso. Vi espone Massimo Pellegrinetti un artista che avevo conosciuto quando anni fa insegnavo all’Accademia di Brera. Lui era docente di tecniche del marmo e pensavo che fosse uno scultore di quelli che con la materia ha una specie di frequentazione costante e a tutto tondo. Perciò, in tutto questo tempo che non ci siamo frequentati, sono rimasto in ostaggio di questa mia convinzione. Ebbene, mi sbagliavo e la mostra che di recente ho visitato me lo conferma.
Il recente lavoro di Massimo Pellegrinetti esula dalle categorie anfibie con cui spesso giudichiamo un’opera d’arte contemporanea o almeno pensiamo di carpirne il senso. Le categorie, tanto per intenderci, che si riferiscono al quadro, alla pittura, alla scultura, all’installazione.
Le opere di Massimo Pellegrinetti sono fluide, spaziali e al contempo legate alla parete con la quale dialogano. Sono, si potrebbe dire, di un altro mondo, anche se riusciamo a percepirne l’ambiguità e la sottile vena letteraria e poetica. Escono dal loro stato di lapidari ed entrano in quello delle iscrizioni in una dimensione estetica dove la presenza del gesto irrompe e si dichiara. Sono opere di luce, anche se la parola che ho usato traslucida di significati, di rimandi che toccano direttamente il corpo della pittura. Queste lastre di marmo esposte sulla parete come dei quadri dialogano con la materia e al contempo ne travalicano la dimensione fabbrile. La luce che emanano e a cui ci riferiamo non è quella solare ma quella rivelata, quella che appare come una ferita nella caverna anche se questa manca. Nel momento in cui ci rendiamo conto che stiamo vedendo, sentiamo che siamo ciechi fin dalla nascita e che il nostro vedere è un miracolo, che un cieco fin falla nascita arriva a vedere con i nostri occhi. La vera pittura mette in atto questo nascere della visione che il lavoro di Pellegrinetti ci offre come figurazioni sognate.
Massimo Pellegrinetti continua a usare il marmo, le sue venature, il taglio asimmetrico ma stabilisce con esso, a differenza dello scultore, un rapporto di pelle e di visione bidimensionale. La superfice del marmo non è più là come carne, corpo monumentale ma come pelle di luce, rimarcata da inserimenti pittorici che, pur interrompendone l’uniformità e la lucentezza, ne fanno brillare l’essenza. Il suo, comunque, non è un rigore essenzialista o concettuale ma un lasciarsi andare nella trama del disegno che quella superficie porta con sé. La pittura si ritaglia il suo spazio e si dispone o meglio cede al pavimento, sublimandolo. Confine e sconfinamento, contenitore e ricettacolo si possono cogliere ai bordi della superficie.
Le sottili lastre di marmo si dispongono e si leggono come quadri, quasi paesaggi di un Hortus conclusus, di un giardino cioè dove crescono piante ed erbe medicinali che fanno bene, portano cioè il bene. Orto che, fra l’altro è la parola inserita fra due cerchi di granito e bronzo. L’opera dal titolo Orto cosmico fa da contraltare all’opera esposta sulla parete centrale della galleria: marmo grigio e bitume. Anche questa una metafora dello spazio celeste; il marmo bianco e la terra. Terra e mondo verrebbe da dire parafrasando Heidegger. Pellegrinetti si spinge in questo confine, in questa dualità senza ombre fra luce e notte, cielo e terra, cercando di liberare quella natura sottratta che la morbidezza e le venature del marmo rivelano.
Immagini: 1 Francesco Correggia 2 Massimo Pellegrinetti, orto cosmico, 2012,granito e bronzo, 90x180cm (dittico) 3 M.P, Censure, marmo verde cipollino e marmo nero del Belgio,95,5x69,5cm, 2017 4 Maximo, Moved, marmo verde cipollino e marmo bianco,107x35cm, 2020 5 Maximo Censure1,,marmo bianco nuvola e marmo nero del Belgio,58,5x97,5 , 2017 6 Maximo Lunar landscape 2,, marmo verde cipollino e marmo nero del Belgio, 73x61x2 cm, 2017 7 Maximo,marmo grigio e bitume,153x58cm 8 Francesco Correggia, Rebirth, 2019, olio su tela, 108,5 x 150 cm

Thursday, March 10, 2022

Venti di guerra nell'emergenza climatica ed ambientale

Stiamo appena per uscire dalla pandemia e un altro disastro, anche questo catastrofico, appare all’orizzonte. Lo spettro di una possibile terza guerra mondiale sembra ora farsi avanti. Qualcosa d’impensabile fino a pochi decenni fa si mostra come un’eventualità da non scartare. In che modo questa remota ipotesi oggi, nell’era nucleare sembra farsi avanti, nonostante lo spettro dell’annientamento globale e di un’estinzione di massa. L’essere umano ancora una volta sembra fare i conti con sé stesso, con la propria stupidità, con l’incapacità a ragionare e a riflettere sui propri pregiudizi, sulla sua ansia di dominio globale.
Questa guerra, poiché di vera guerra si tratta, tra l’Ucraina e la Russia si pone come qualcosa di irrisolvibile, Non si tratta della solita crisi né di qualcosa che si possa risolvere in qualche settimana. Anche questa guerra ancora limitata a quell’aria geografica, ma che minaccia anche tutta l’Europa, coinvolge i cittadini ucraini inermi. Appare ovvio che si tratta di un’invasione delle truppe russe ed è altrettanto evidente che l’Ucraina come nazione libera e indipendente ha tutto il diritto di difendersi. Quali sono i meccanismi che l’hanno scatenata? E’ solo la follia di Putin, il suo tentativo non tanto nascosto di ricreare un’egemonia russa, un’espansione che ha come finalità quella di creare un impero di antica memoria?
Qui le cause vanno trovate in una dimensione non solo di ciò che per noi occidentali appare come una follia, una malattia, una provocazione, un crimine ma anche in un contesto storico ben definito e in una logica geopolitica differente rispetto a quella con la quale eravamo abituati. Il nostro mondo è fatto di equilibri, di crisi e risoluzioni, di sistemi che sempre si rinnovano. È proprio nella capacità del genere umano ad adattarsi e cambiare che consiste il nostro successo come specie. Ciò che è accaduto in questi ultimi anni nelle strategie di adattamento e nel tentativo di ricreare nuovi equilibri internazionali mi sembra sia stato fallimentare. L’Europa non solo non è mai decollata veramente ma i suoi interventi si sono dimostrati fragili e senza una vera capacità di mediazione.
Al di là dei nobili scopi su cui l’unione europea si è fondata non si è mai riusciti ad avere una sua vera politica indipendente da altri interessi, una propria forza di difesa, una coesione salda e responsabile. Unione europea e Nato hanno finito per identificarsi. Lo scopo della Nato era di difendere i paesi occidentali dalla minaccia dell’Unione sovietica, mentre l’Unione Europea nasceva su principi di solidarietà, sul rispetto della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza e del rispetto dei diritti umani. Sono tutti principi ancora lontani dall’essere realizzati. Intanto lo strano equilibrio fra il mondo occidentale e quello orientale fondato sulla minaccia nucleare e sulla capacità delle nostre democrazie a esportare libertà e sicurezza si è logorato.
Tutto è cambiato. Ora lo scenario presuppone logiche interpretative completamente differenti da quelle del passato. Bisognerebbe mettersi tutti insieme intorno a un tavolo e ragionare sulla questione cercando nuovi equilibri, nuovi sviluppi rispetto alle problematiche attuali. Prima di farlo però bisogna sapere ascoltare bisogna essere disposti ad ascoltare. Ed è proprio quello che non si sta facendo e che non riusciamo a concepire. Né possiamo pensare che le altre urgenze siano scomparse. Sono le nuove emergenze del clima, dell’ambiente, della salute del nostro pianeta rispetto ai suoi ecosistemi ma soprattutto è la nostra possibile estinzione come specie, se continuiamo a ragionare come prima, a doverci preoccupare.
Questa guerra non può che risolversi affrontando le vere urgenze planetarie oltre che ridisegnare nuovi equilibri internazionali, le nuove mappe di influenza nel rispetto dell’indipendenza dei popoli che abitano questo pianeta. Queste questioni dobbiamo saperle affrontare tutte insieme. L’una richiama l’altra e l’altra ha una ricaduta sul resto dei problemi. Gli sforzi per aprire un dialogo da parte delle nostre diplomazie sono molto parziali e molte volte ruotano ancora secondo vecchi schemi. Secondo principi inutili e tortuosi. E’ chiaro che così ci si avvicina a una terza guerra mondiale che per tutti noi vorrebbe dire la fine della nostra specie e non solo delle nostre acciaccate democrazie.
Il nervo più esposto che sembra alimentare l’incomprensione e lo scontro è il modo con cui i media affrontano tale questione. Mi riferisco soprattutto al mezzo per eccellenza, quello più popolare e seguito, la televisione. Ho già espresso i miei dubbi sulla dimensione oscena, generalista della comunicazione televisiva. Non solo riconfermo questi miei dubbi ma posso spingermi ad affermare che siamo sotto un regime della comunicazione che occlude le menti, che censura ogni sguardo e dibattito che non sia quello basato su logiche oppositive, emozionali e spettacolari, desueti e tristi. È alquanto angoscio e fuorviante assistere a questo spettacolo indegno di una società che si professa libera e democratica.
Senza qui dovermi soffermare sulla politica attuale che in questo paese sembra non esserci più. Non esiste, cioè, il concetto di un fare politica concepito come servizio, vorrei qui affrontare brevemente il tema del servizio pubblico televisivo che in queste due ultimi disastri, la pandemia e la guerra è stato assolutamente disinformativo. Quanto questo mezzo abbia abbassato le nostre capacità di lettura sulle cose e di giudizio etico ed estetico è sotto gli occhi di tutti ma ora esso ha raggiunto una fase di regressione totale rispetto alla verità.
Il solipsismo televisivo prevale come messaggio e sembra alimentare lo stato di confusione, di emozionalità pericolosa. Ai virologi che imperversavano in televisione fino a qualche settimana fa si sono sostituiti i generali, gli strateghi della guerra. Sembra che si voglia alimentare una specie di adesione a una possibile guerra globale invece che favorire un dialogo con la controparte. Ad una guerra contro la pandemia ora si è sostituita una guerra anche se economica contro la Russia. È come se ci stessimo preparando all’ineluttabile, come se la guerra fosse la sola via da percorrere. Così si alimentano lo scontro e i pregiudizi invece che fermarli. Insomma Putin è improvvisamente impazzito o era pazzo anche prima, quando tutti andavano a riverirlo e a concludere affari? Questo sembra emergere dagli attuali dibattiti televisivi: l’espansione dell’impero russo, la terza Roma come sostiene Cacciari, sempre più spesso in televisione a presentare i suoi nuovi libri, o la totale sottomissione dell’Ucraina a cui va tutto il mio rispetto e simpatia. Insomma ben poca cosa rispetto alle vere ragioni di questa guerra.
La nostra responsabilità rispetto a quanto accade è enorme. Il fatto stesso che emerga solo oggi il tema della responsabilità verso le generazioni future e che una guerra sia ancora possibile con la presenza di armi di distruzione di massa significa che non siamo proprio sicuri che le nuove generazioni avranno uno standard di vita migliore, anche se sapranno far tesoro delle nostre esperienze. L’ipotesi di una fine di tutte le cose è quanto mai reale ed è per questo che l’Europa deve volere questo incontro, questa specie di tavolo comune con tutte le parti in causa. Anche se dobbiamo farlo con chi ci appare come un pazzo, dobbiamo capire le sue ragioni, le nostre le sappiamo già. Lo dobbiamo alle future generazioni. La Terra non è di nostra proprietà ma ci è data in prestito. Ne emerge una consapevolezza inedita e non prevista: togliere futuro a chi verrà è il vero crimine contro l’umanità. Cerchiamo di uscire dalle nostre solite gabbie interpretative e cominciamo ad usare l’intelligenza, la ragione e l’immaginazione.
Immagini: 1 Francesco Correggia, Omaggio al popolo Ucraino, olio su tela, 50x60, 2022 2 Immagine guerra 3 Immagine guerra 4 Richard Oelze expectation, 1935 5 Liu-zheng, Nanjing massacre waxwork in a memorial museum 2000 6 David Nebreda, tavolo 7 Cacciari, durante un programma televisivo sulla guerra in Ucraina 8 Il museo di Kiev mette in salvo le proprie opere 9 Nebuolosa di Orione 10 Donald Sultan Mimosa 2000 11Francesco Correggia, preghiera, 2017

Monday, December 27, 2021

conclusioni inaspettate

Nato alle ore 12,30 del 27 dicembre del 1949 sono stato registrato all’anagrafe del comune di Catanzaro il 3 Gennaio 1950. Questa che sembra una dimenticanza di poco conto mi ha accompagnato per tutta la vita. Nell’intento di mio padre avrei dovuto guadagnare un anno rispetto al servizio militare in realtà più che allungare la mia vita sono cresciuto fin dai primi anni con l’idea del suicidio in testa. Così come mi hanno accompagnato per tutto questo tempo una sistematica ricerca della verità e un’esistenza sempre in bilico tra l’incertezza e la voglia di viaggiare per sottrarmi al male di vivere. In questo senso la cosa e cioè l’esistenza e la navigazione in mare, l’amore per l’arte, il quadro e la lettura si sono incontrati a livello tale che molte volte il viaggiatore, il pittore e lo scrittore si sono intrecciati lasciando il mio io quasi nullificarsi rispetto ad una dimensione sempre altra e inciampando spesso in una specie di pessimismo verticale.
Così oggi sarei tentato a mettere la parola fine alla mia attività di blogger e forse anche di scrittore. Credo di avere esaurito, ogni mio tentativo, ogni mio desiderio di scrivere quel qualcosa che valesse la pena di essere letto, quel qualcosa che sembrava mancare alla pittura, ma anche all’arte tutta. Il non avere lettori mi costringe ora a sostenere che il mio è stato un fallimento reale e non una mia interpretazione pessimistica della vita. Era al lettore che erano rivolti i miei scritti o a un ipotetico lettore che forse ero io stesso aspirante suicida?
Con questa specie di dubbio e di abbandono dipingo le mie ultime tele. Mi avvio ad un periodo di silenzio, di disperazione felice che mi fa dire: se nessuno mi legge, come nessuno sembra comprendere la mia pittura tanto vale smettere. Questa conclusione comunque rimane sospesa e apre un’altra riflessione, quella che ha accompagnato tutta la mia vita, quella sulla morte e sull’esilio. Morire vuol dire anche sentirsi eternamente in esilio e al contempo non occorre suicidarsi per morire. Levarsi di vita vuol dire anche fare a meno del mondo, sottrarsi al suo aspetto spettacolare, alla comunicazione e alla presenza il che non coincide sempre con la decisione di morire. Farla finita, praticare la distanza è piuttosto un alto esercizio di virtù, significa allontanarsi da tutto ciò che ci costringe a vivere: dalla vita come suggestione, come competizione, produzione, professione di eternità.
Pensare al suicidio non vuol dire suicidarsi per davvero ma pensarlo in ogni sitante della propria vita come uscita dal mondo, possibilità. Non si tratta una vigliaccheria per nascondere un fallimento o un voltare le spalle al vero morire, ma qualcosa che si compie qui, nella vita di tutti i giorni, nell’affanno, nella rinuncia e sofferenza ma anche nella gioia. Tutto è vano sembra indicarci il libro di Qohelet. Le sue parole appaiono ancora scandalese non per quello che dicono e che trasportano come materia corrente di interpretazioni già al suo tempo in ambienti religiosi, ma per la loro drammatica presenza, direi per la loro funzione disvelatrice.
Sul tutto è calata la nebbia. Niente redenzione e salvazione dalla corruzione ma proprio il nulla, il sempre ostinato silenzio che è già qualcosa ma non acquieta il nulla. Piuttosto dovremmo essere noi a interrogare noi stessi nel vuoto della natura umana. L’importante è non aspettarsi niente, morire ogni giorno con pazienza e umiltà. In questo senso anche lo stare da soli o vivere in solitudine, in silenzio, senza un amore, una speranza, può essere di fatto una condizione felice: un vivere per sé e in sé, il che è anche, come pensavano gli stoici, un vivere per altro. Niente di nuovo sotto il sole.
Chi cerca il suicidio nasconde un male ancora più oscuro del desiderio di morire o di quel nulla che sembra aleggiare nelle parole del libro e nella condizione dell’esiliato. Esso, in realtà, porta il proprio egoismo ad una vetta ancora più alta e cioè alla consapevolezza dell’inutilità dell’opera, della ricerca della verità anch’essa vana. Vi prego non fraintendetemi non intento suicidarmi. Vi sono gesti nella vita di ognuno di noi, gesti irreparabili e irresponsabili, No, non amo i grandi gesti risolutivi anche se da giovane pittore praticavo l’arte gestuale.
Preferisco cambiare casa ogni qualvolta mi si presenta il dubbio, ovvero ogni volta che dall’idea si è quasi portati alla pratica, dove il suicidio diventa una necessità, espressione umana di consapevolezza della vanità. Così in questi ultimi venti anni ho cambiato molte volte casa, affrontando traslochi paurosi di libri e quadri. Trascurando quei brevi periodi della mia vita in cui ho abitato per poco tempo dopo il mio arrivo a Milano nel 1985 in appartamenti precari; dagli anni novanta in poi ecco l’elenco di case dove ho abitato all’incirca per più di due anni: Via Gramsci Cormano, Palazzo Pozzo Bonelli Vermezzo, a Milano in Via Villoresi, Via Lorenteggio, Via Rubens, Via Poggibonsi, via Panizzi, via Faruffini, via Brembo. Ho avuto studi di pittura che hanno resistito un po’ di più come in via Cirillo, Ripa di porta ticinese, Via Gaetano Previati. Poi ho dovuto ricavare il mio studio di pittura a casa, o meglio è stata la casa a diventare il mio studio, Tutte scappatoie o mancanze che lasciavano aperto un qualche spiraglio di cambiamento. Ciononostante nessuna casa era in qualche modo adatta a guarirmi dal mal di vivere.
Abitare voleva dire vivere senza pensare alla morte senza praticarne l’idea come soluzione finale, rimandandola di volta in volta, per quel vuoto che è abbandono al niente qui su questa terra e non altrove. Ciò che attrae è proprio quel nulla che invece di rigenerarsi ci offre inaspettata la bellezza, quella dei segni, quella che sta al di qua e al di là delle cose, non oltre. Sono loro che restano e riempiono di senso la nostra vota. Sono i segni che lasciamo e che non appartengono più a noi a farci uscire dall’ineluttabilità della fine. Essi sono i veri corpi del destino che si depositano nella storia umana e collettiva di ognuno di noi. Forse questo c’è qualcosa oltre, non è altro che la bellezza del segno, questa sinfonia della significanza, liberatoria di umanità.
L’etica non è più imperativo morale, imposto da una trascendenza che ci domina, da una sorta di valore escatologico ma questo iscriversi dei segni nella tavola del diritto umano, nella congiunzione del destino umano non più con il vuoto ma con lo stesso senso della vita. Il valore sarebbe inseparabile da questa etica del diritto ai segni, del diritto alla vita come lascito, donazione. Da sotto la terra non si rinasce e il cielo rimane inalterato, è sempre un sopra che non vedremo mai, ciononostante l’opposizione fra cielo e terra, segno e immagine va superata e noi abbiamo di pretendere il diritto alla significazione.
L’uomo stesso è un segno, non tanto del divino ma del suo essere segno, del suo portarlo, del suo mettersi in cammino verso un segno e ancora un altro segno. Sono i segni a sfidare la morte e a ergersi non solo come testimonianza ma come tepore e significanza, verso quel Dio che da tempo ci ha abbandonati o forse siamo noi ad averlo fatto. Non è con il mostrarsi nel palco dei protagonisti, degli emergenti e celebrati artisti dell’arte contemporanea che ci si avvicina a quella pienezza dell’essere sempre in bilico con il nulla, a quella sostanziale presa sulla realtà, che esprime il corpo dell’arte, ma nel lasciare un segno, seppure breve di un’interpretazione, l’istanza di una relazione di rappresentanza. E’ proprio questa relazione che misura il nostro tempo.
La bellezza autentica, sempre che nel nostro mondo possa esistere qualcosa di autentico, non è altrove ma sta nel nostro diritto ai segni, nel lasciare segni che si iscrivono nella geografia del senso e del tempo duraturo. Ciò dovrebbe essere il compito di un pittore e non il sorvolio fragile della sua passione verso la pittura oppure l’attività frenetica del proprio esserci nell’immanenza della comunicazione pubblicitaria, come un vero artista professionista. Questa è la ragione per la quale sarei tentato dall’assenza a non dalla presenza. Forse è arrivato il momento di cambiare ancora casa e riprendere quell’antica distonia dell’esistenza, di creatura inciampante tra senso ed essere.
Immagini 1 Francesco Correggia , letture, MAON, 2019 2 Georges de la Tour, Maddalena penitente, 1640 3 Von Ruisdael, la grande foresta, 1655 4 Paul Cezanne: Roches pres des grottes au dessus du chateaux noir, 1904 5 Foto di Egoni Schiele, 1914 6 Kazimir Malevich, White on White , 1918 7 Mark Rothko Blue Over Red, 1954 8 Makoto Fujimura, Banquo’s dream, 2012 9 Albert Oehlen, senza titolo, 1994 10 Cristopher Wool, senza titolo, 2000 11 Ursula Matinez, Hanki Panky, 2002 12 Francesco Correggia, bianco con cancellatura, 2009