Friday, December 9, 2022

Cultura ed etica

Come aveva intuito Georg Simmel, l’uomo deve abbandonare quella separazione tra etica e cultura che ancora domina il soggetto. La questione non sta solo nei termini di una responsabilità comune che è anche istanza di libertà e dovere, ma di una riconversione dei valori che investe tutti e tutto. La corrispondenza fra etica e cultura ora investe direttamente il tema del rapporto dell’uomo con la natura. L’avvento delle nuove tecnologie, la crisi del pianeta, e una guerra alle porte dell’Europa ripropongono il tema della riflessione etica intorno alla responsabilità comune e alla rottura del rapporto fra l’uomo e la natura. Tali concetti appaiono non solo rovesciati ma quasi determinanti rispetto alle attuali pratiche sociali come il web e le piattaforme digitali. Il mondo standardizzato e in rete sembra aver messo in dubbio ancora di più l’unità fra etica e cultura, il che è anche rapporto dell’uomo con le altre specie del pianeta. I media non fanno altro che ampliare questa distanza alimentando la totale assenza di virtù etica e di responsabilità che rende impossibile una nuova ottica geopolitica.
Occorrerebbe aprire una seria discussione sulla validità dei sistemi economici, finanziari e giuridici che dominano il soggetto, soggiogandolo asservendolo o almeno concepire una riflessione sui modi del vivere quotidiano, sullo stesso visibile e sullo sguardo che non percepisce più le cose, il mondo, la realtà. Invece non accade assolutamente nulla. Sembra che al margine di tale situazione ci sia solo l’abisso che non è il vuoto da cui poi si rinasce e si ritorna ma la totalità nullificante dell’inerzia, l’annullamento di quello spirito che aveva fatto credere che potesse esistere una possibilità etica, discorsiva e soprattutto, un’arte capace di rinsaldare, l’essere con il tutto, restituire la trama tra visibile e invisibile. Non, dunque, quell’inerzia angosciosa che apre ad una dimensione letteraria e poetica salvifica e rigenerante di quella coscienza che appartiene all’essere umano, al suo vivere con la natura, con la sua essenza. e non solo col suo apparire bensì una conoscenza/coscienza altra, una renovatio del corpo e dello spirito verso l’altro da sé, una cultura immersa nella natura e con essa solidale. Una creazione verso un’instaurazione del legame tra Dio e mondo, creatore e creatura, riorientamento del mondo e rottura con le logiche del capitalismo finanziario. Dobbiamo ora cominciare a pensare ad una creazione continuamente rinnovata, una epifania dello sguardo che palpeggia il mondo non solo guardandolo ma assumendolo in una dimensione interiore, spirituale.
Il rapporto tra natura e cultura, estetica e politica sembra ridiventato il tema dominante di molta arte contemporanea così come appare preminente il farsi avanti di un altro tema fondamentale: il rapporto fra arte e democrazia. Abbiamo a che fare con una discesa nel simbolico che presuppone una caduta e una risalita ciclica. Si tratta di un processo di sostituzione, dall’archetipo e dalla cifra trascendentale all’incarnazione della mente, ad una simbolica delle sensazioni e le emozioni, ad un canale cinestetico (embodiment) caratterizzato dai nuovi media L’universo in cui siamo immersi con le sue logiche comunicative, mediali, biotecnologiche sembra aver bisogno di una soggettività tutta nuova in direzione di un riconoscimento, di un’autorità, di nuovo del corpo del sovrano. Il ritorno dei nazionalismi all’interno della comunità europea ne è una prova evidente. E l’arte come prolungamento di un mercato globale sembrerebbe promuovere tale logica con un ethos che viene dalle merci, le quali costituiscono il grande ornamento della realtà. Nell’arte contemporanea, nelle installazioni, nelle performance, riconoscimento, identità, immagine e corpo si sovrappongono. Così accade che la differenza fra simbolico e realtà non ci sia più come non è più percepibile quella fra immagine e corpo. Tutto è visibile ed esposto.
Il trascendente si piega alla terra, al nomos. La simbolizzazione e il capitalismo estetico si sostituiscono al Katéchon, al potere che frena Il katéchon (in greco “colui o ciò che trattiene”) è una misteriosa figura introdotta dall’apostolo Paolo nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi. Paolo rimprovera agli abitanti di Salonicco di comportarsi come se la fine dei tempi sia davvero imminente, con la conseguenza di trascurare i loro doveri mondani. L’apostolo ricorda quindi che, come già anticipato da lui in altre occasioni, devono verificarsi alcune condizioni prima del ritorno di Cristo. Intanto deve realizzarsi il trionfo del falso Messia, l’Anticristo (destinato ovviamente a essere sconfitto da quello vero nella battaglia finale), ma prima ancora deve essere spazzato via, appunto, ciò che “trattiene” l’Anticristo dal manifestarsi, il katéchon. Esso svolgerebbe una funzione di freno nei confronti dell’auspicato ritorno di Cristo e della sua vittoria finale. Se così fosse l’Anticristo non verrebbe mai svelato e così l’avvento di Cristo sarebbe rimandato all’infinito.
Al di là della polemica fra Blondet e Cacciari su chi fa il tifo per l’avversario cioè per Satana si viene a delineare la fine della simbolica trinitaria padre figlio e spirito santo che aveva caratterizzato la teologia politica e l’estetica della modernità con una lunga agonia del senso della storia. La dissoluzione nostalgica del katéchon che allungava i tempi della fine in attesa del Messia porta ad una specie di desiderio di reincamtamento, di riallineamento dei sensi. Il problema è che, anche se tale riallineamento del desiderio sia quasi salvifico, esso sembra negare la natura e guidarci verso un regime mediale estetico dilatandosi a dismisura. C’è voglia di imperi nella vecchia Europa e le nuove guerre ne sono una conseguenza. La separazione fra occidente ed oriente si fa sempre più netta. E d è da questo contesto di crisi e di rischio di una guerra nucleare che la nostalgia del Katéchon appare dal fondo del nostro mondo ma anche nelle pieghe dell’arte contemporanea. Arte che sembra diventare sempre più pubblica, partecipativa ed abbracciare i problemi del pianeta mentre in definitiva essa appare sempre più resistente, legata ad un’economia che la vincola alle forze produttive ed economiche del sistema finanziario e speculativo. Quelle stesse forze che schiacciano il pianeta e si contrappongono alla natura. Anche se le dichiarazioni della politica sono per un cambiamento, per una prospettiva ecologica e umana, per una riconversione industriale, tale soluzione è negata dai fatti, poiché il capitalismo si è trasformato in estetica che ormai scivola dappertutto senza limiti abbagliando i sensi, così che anche quel potere che frena (katechon) non è più possibile se non con una ritrovata mistica che sappia di nuovo ricomprendere, riascoltare, raccogliere.
Ci stiamo avviando verso lo svelamento dell’Anticristo, ‘avvento che precede l’arrivo del Messia oppure siamo immersi nella logica del potere che frena? La rivelazione sostengono i mistici rinnova la creazione primigenia nel presente che viene sempre nuovamente creato, poiché già quella creazione primigenia altro non è che la profezia suggellata che Dio giorno dopo giorno rinnova: l’opera dell’inizio. Questo inizio si rinnova poiché l’uomo prima ancora di essere soggetto, è preso in una relazione con altri uomini, relazione che è etica prima che sociale o politica. Per E. Lévinas, ciò che caratterizza l’uomo è la sua “inevitabile possibilità” di rapportarsi all’Altro, il che non può essere ricondotto all’io, perché resta sempre esteriore alla coscienza, situato al di là di essa. L’epifania, e dunque la manifestazione dell’Altro, avviene nel dialogo, nel faccia a faccia. L’Altro è quindi una rivelazione concessa in particolare dal volto, che è il mezzo di comunicazione primo e lo strumento attraverso il quale l’umanità di ciascuno si palesa. A quanto pare è proprio il faccia a faccia ad essere inghiottito dal mondo digitale. Il colloquio fra uomo e natura si è interrotto, il margine si è rotto. Ora dilagano i torrenti. I fiumi si sono gonfiati, i ghiacci si sciolgono, il mare conquista pezzi di spiagge, le inondazioni sommergeranno interi quartieri e pezzi di paesaggio, mentre imperterriti ci avviamo ad un riarmo massiccio, alimentando guerre, dispute e odio. Ciò che l’uomo aveva sapientemente costruito ora viene distrutto. Il neoliberismo mostra il suo vero volto: la negazione dello spirito, la supremazia sulla natura e perfino la negazione dell’uomo.
Siamo lontani non solo da ogni epica ma anche da ogni attribuzione di valore. Esserne lontani significa non avere più valori fondanti e neppur valori nuovi da condividere, quelli formali, linguistici, etici, discorsivi. Lontani da ogni senso e da un’etica dei valori, tutto si riduce ad una celebrazione narcisistica, al rito della menzogna dichiarata, di una narrazione superata, desueta, priva di spiragli di luce, di parole vere, di tristizia lieta e feconda. Siamo nella melma. Il valore etico deve sussistere come valore particolare nella funzione dell’agire stesso. Deve trovarsi cioè nel motivo, nel principio vitale del volere. Il volere stesso, scrive Simmel, è etico. Esso non consiste nel contenuto distaccato dal valore. Non è che venga realizzato un contenuto il cui valore viene accettato da qualche altra parte, ma è l’eticamente fondato di valore, a permettere che il contenuto venga realizzato.
Ci sono, dunque, contenuti che possono venir realizzati soltanto attraverso la negazione della volontà e divenire così specificamente etici ed estetici. L’etica non è solo una questione di rapporto tra cultura e natura ma il fondamento stesso dell’agire che fa, diviene contenuto. Il punto non è più la necessità di essere narrati, riconoscersi in un passato in una dimensione antropologica: tutti noi esprimono questo desiderio. La stessa dimensione linguistica di questo agire non è più sufficiente a liberare l’arte dalle mille storie e narrazioni che si sovrappongono l’una all’altra nell’universo mediatico poiché essa deve essere intesa all’interno del contenuto stesso, all’interno cioè di quell’etica della rappresentazione del volere che è la vera essenza del vivere sociale e dell’Estetica in generale.
Ritrovare di nuovo un rapporto che sempre si rinnova e riposiziona tra etica e cultura, etica e dimensione tecnica, etica ed estetica, cultura e natura ora appare quasi ineludibile nel nostro rapporto con la dimensione tecnologica e la stessa prassi digitale del contemporaneo. È qui che si misura la capacità dell’essere umano, di potere invertire la rotta del disastro. È ancora, la stessa parola dell’uomo e l’arte come interiorità ad aprirci ad una nuova stagione estetica. Siamo noi, la nostra specie ad essere chiamata a questa nuova responsabilità fatta di contenuti ed eticamente discorsiva.
È attraverso una nuova riscoperta dei sensi e non solo del senso d’essere che si deve avviare una conversazione, un colloquio con l’altro da noi, con quell’assolutamente altro che neghiamo costantemente. In una vera democrazia l’arte deve tornare ad essere rivelazione anche illegittima del senso d’essere rispetto al dominio delle classi dirigenti e al regime estetico politico e finanziario; deve infine ritornare ad essere trasversale, obliqua opponendosi al Katéchon, di nuovo al potere che frena. La strada che apre al ritorno del vero messia è aperta, l’anticristo è qui con noi e nessun potere lo frena.
Immagini 1 – Francisco Goya, Procession of Flagellants, 1815 2 – Eugene Thirion , Triumh of faith, 1830 ca 3 - Anish-Kapoor-Biennale-Venezia 2022 4 - David-Tremlett, Barolo nelle langhe, estate 2019 5 – Terry Atkinson, galleria Six, Milano, 2022 6 - Goldschmied & Chiari,, biennale di Venezia, 2022 7 – Massimo Cacciari, il potere che frena, libro. 8 – Cristopher Wool, oil and silkscreen on paper, 2018 9 - Damien Hirst, Truffle, 2016 10. Francesco Correggia, ex libris Kant la metafisica dei costumi, 1999

Saturday, October 1, 2022

La vittoria del centro destra e la guerra

Il centro destra ha vinto le elezioni politiche e andrà a governare con la maggioranza assoluta sia nella camera sia nel senato. Il partito di Giorgia Meloni leader dei fratelli d’Italia è risultato il primo partito e con ogni probabilità sarà lei il nuovo Presidente del consiglio. La cosa non mi amareggia del tutto. Pensavo di non andare a votare. Ero nauseato dai partiti e soprattutto dal PD che non ha saputo contrastare con efficacia la vittoria della destra, fra l’altro già pronosticata da tempo. Alla fine, sono andato a votare per la sinistra e verdi. L’ho fatto a malincuore e preso da una certa nostalgia per quella sinistra che in Italia è scomparsa. Il partito degli astenuti è cresciuto (amara consolazione) mentre il Movimento di Conte, 5 stelle che davano per sconfitto ha recuperato il suo elettorato e forse qualcuno anche del centro sinistra e del PD in particolare.
Ci aspetteranno anni duri con la guerra in corso e la crisi energetica. Stiamo pagando lo scotto di una guerra che l’Europa non ha saputo né gestire né fermare schierandosi apertamente con l’Ucraina, pensando che le sanzioni e l’invio di armi avrebbero potuto fermare Putin invece di provare a rilanciare la diplomazia per trovare un possibile accordo di pace. Ciò conferma di quanto la politica europea sia asservita agli interessi americani che in nome della democrazia pensano di dominare il mondo. Ma quel che è peggio è che l’Europa si è dimostrata incapace di avere una sua autonomia, una sua capacità di trovare nuovi equilibri di rapporti fra occidente e oriente e dinamiche costruttive negli interessi di tutti per una pace duratura.
Il cosiddetto atlantismo sebbene sia necessario in questa dimensione di guerra economica e commerciale per difendere l’occidente da dittature e dalla espansione cinese lo è sempre meno per difenderlo da nuovi fascismi che ancora una volta si sviluppano proprio in Europa. Sarà questo centro destra capace di avviare una sua politica di riforme e giustizia sociale, eliminando le disuguaglianze e al contempo avviare una politica europea più vicina ai cittadini creando le condizioni in Europa per un processo di pace? Ho i miei dubbi a proposito.
Penso che gli intellettuali e gli artisti di questo paese dovrebbero reagire al disastro ambientale e all’irrazionalità di questa guerra spingendo l’Europa ad assumere una posizione consapevole e razionale rispetto al pericolo incombente. Questa guerra le cui ragioni sono evidenti e risalgono al 2014 sta provocando sempre di più danni economici rilevanti oltre che portarci verso una terza guerra mondiale che sarebbe distruttiva per il possibile uso di armi nucleari. Penso che basterebbe non tanto schierarsi da una parte o dall’altra ma spingere tutti a ragionare senza pregiudizi e particolarismi emotivi e far sentire la propria presenza sui media che purtroppo sembrano alimentare il conflitto piuttosto che risolverlo con la diplomazia. Purtroppo sono i media che sembra voler escludere qualsiasi presenza contraria alla linea politica intrapresa con le sanzioni e l’invio di armi sempre più sofisticate all’Ucraina.
Qui non si tratta di arrendersi davanti all’invasione russa o di piegarsi al volere di Putin come sostiene qualche giornalista americano ma di andare un po’ più in là rispetto alle ristrettezze delle posizioni assunte attualmente. Lo si può fare superando la fallacia delle contrapposizioni, cercando di capire le posizioni dell’altro. Se non si raggiungeranno nuovi equilibri economici e geopolitici nel rispetto di posizioni diverse dalle nostre sarà il nostro pianeta a pagarne il prezzo e sarà proprio il genere umano a essere in pericolo. Non può essere solo Papa Francesco a lanciare appelli per la pace e a rimanere inascoltato. Ci vuole una mobilitazione generale, una nuova sensibilità capace di farsi ascoltare e scongiurare il pericolo che tutti noi stiamo attraversando. Questa sensibilità deve partire dalle Università, dalle Istituzioni culturali, dagli intellettuali, dai poeti, dagli artisti e coinvolgere tutti.
Le opere qui riprodotte sono tutte di Francesco Correggia: 1 Give me Just a Breathe, olio su tela mis.1,30x1,50. 2022 2 A volte è remota, olio su tela, mis.60x80, 2021 3 Attraverso, olio su tela, mis. 1,90x1,60, 2021 4 Scivola, olio su tela mis. 1,90x1,60, 2021 5 A volte è vicina, olio su tela, mis, 60x80, 2021

Saturday, July 23, 2022

una tragica follia

Ecco, il piatto è servito caldo. Fra due mesi il 25 settembre si andrà al voto anticipato. La campagna elettorale per le elezioni politiche si prevede arroventata come lo è l’estate di quest’anno in cui tutti noi, abbiamo compreso che il clima è mutato, che i cambiamenti climatici e la guerra in corso saranno pesanti con conseguenze inimmaginabili per la nostra economia malata e per la nostra vita. Per la fine della legislatura bisognava aspettare ancora sei mesi e poi si sarebbe andati a votare normalmente, come accade in tutti i paesi democratici e non ci sarebbe stato nessun rinvio come blandito falsamente dalla destra erede del fascismo, quello sì antidemocratico.
Avrei voluto continuare a scrivere sull’arte contemporanea e sul suo mondo ma ahimè mi accorgo sempre di più che una questione come quella dell’arte non può essere elusa se non come logica conseguenza dell’altra, quella sociale, politica ed economica come bene aveva intravisto Gyorgy Lukacs. Il principio che le sostiene infatti e le fa andare verso una deriva, quella dell’arte a volte necessaria, quella della politica disastrosa e inconcepibile è la mancanza di ragione. Si potrebbe dire di quella ragione erede di grandi tradizioni del pensiero filosofico greco, illuminista oppure quella del principio della ragione sufficiente che come scriveva Leibnz: per colui che conosce abbastanza bene le cose, si può dare una ragione che da sola è sufficiente a spiegare una realtà di fatto. Nel nostro caso non c’è né l’una né l’altra.
Il governo Draghi è caduto senza nessuna ragione plausibile e sufficiente se non quella di andare in tempi rapidi alle urne. Due gli argomenti, entrambi cagionevoli, sostenuti a supporto di questa tesi, quello dei 5 stelle che devono rifarsi una verginità di partito popolare, sociale, addirittura progressista, attento ai bisogni delle masse e quello della logica del centro destra spinto dal partito della incandescente Meloni che, sondaggi alla mano, intravede la vittoria alle urne. Berlusconi vecchio volpone ha intuito la possibilità di vittoria e fa retromarcia con una specie di trappola, un escamotage, levando l’appoggio al governo che lui aveva favorito e voluto nello spirito di un patto politico di emergenza perfino con i 5 stelle nel nome della salvezza del paese e del liberismo economico. Ho ragione di credere che sia stata la possibilità di vincere e tornare al centro della politica e non quella della governabilità del paese, della sicurezza, di una politica per famiglie e imprese la vera motivazione della scelta di Berlusconi e Salvini. Proporre con candore mirabile un governo Draghi bis senza i 5 stelle così come ci è stato detto era solo una furbata da parte del volpone incontinente per scaricare Draghi. Ancora Berlusconi? Ebbene sì. Con tutta la mia simpatia per l’uomo sempre circondato da belle donne eterno e nucleare che non invecchia mai mi sembra che sia proprio lui la vera iattura per l’Italia, la sua continua ansia di protagonismo, di pedante formicolio mediatico. Non faccio il politologo ma basterebbe riesaminare la storia di questi ultimi trenta anni per capire perché.
Ma non è questo il punto. Io non ho condiviso molte iniziative del governo Draghi, il green pass, la politica estera ma ho sempre ritenuto fosse un uomo corretto, con una sua impostazione tecnica bancaria ma anche morale, un uomo di principi e con le idee chiare. Un signore d’altri tempi precipitato nella politica, spinto dal nostro Presidente Mattarella per rispondere alle inadempienze e incapacità della stessa politica. Era logico, dunque, supporre che senza il consenso parlamentare di tutta la maggioranza e senza la possibilità di prendere delle decisioni per il bene del paese si sarebbe dimesso.
L’incarico di Draghi non era prettamente politico ma era più legato ad una dimensione contingente di scelte urgenti che proprio la politica o meglio i partiti non avevano saputo prendere come la lotta alla pandemia, l’attuazione del Piano nazionale Ripresa e Resilienza, le riforme necessarie per l’accesso ai contributi europei, il caro bollette, l’inflazione, il decreto aiuti, l’autonomia energetica. Tutti nodi su cui c’era convergenza. Anche la famosa agenda Conte su cui i 5 stellati hanno puntato i piedini sarebbe stata materia non solo di discussione ma di provvedimenti da prendere sempre all’interno di una larga convergenza. Cosa ci si aspettava che Draghi dicesse sì va bene attueremo le vostre proposte che, badate bene, erano già contenute negli interventi da prendere anche se non condivisi da tutta la maggioranza, oppure un sorriso di consenso, una manata sulla spalla? La risposta di Draghi non poteva essere di assenso politico su quei punti che, sembravano dettati più da una logica elettorale che di un vero impegno a risolvere gli impegni in agenda, ma quella di una richiesta di fiducia, un richiamo alla responsabilità a continuare, di un nuovo patto che emergeva dall’impossibilità di gestire una maggioranza sempre più rissosa e irragionevole. Il suo rivolgersi al parlamento con la domanda: siete pronti? Non era solo un richiamo ma un segno di disponibilità verso una rinnovata fiducia. Evidentemente le ragioni della sfiducia erano ben altre.
La credibilità di Draghi era indubbia sul piano internazionale e per un breve periodo abbiamo potuto pensare, anche se non eravamo sempre d’accordo con lui per la troppo marcata politica atlantistica, che l’Italia comunque stava diventando un paese europeo che rispettava gli impegni presi. Ora la domanda che ci si pone è: perché farlo cadere proprio adesso questo governo, pur così fortemente auspicato da tutti, salvo dalla valchiria Meloni mentre il teatrino dei partiti e della politica italiana si ripropone con tutte le sue logiche infernali di protagonismo individuale, di narcisismo spettrale.
La faccia melliflua di Giuseppe Conte, il comico incazzoso Beppe Grillo che ricomincia a sbraitare, la solidità grottesca di Salvini, la macchietta furbesca di Berlusconi che ancora promette agli italiani programmi avveniristici e senza precedenti sono l’espressione formale e il corollario di quest’altra pandemia politica in piena crisi energetica, con una guerra in corso e il pianeta arroventato. Che cosa ci riserva il futuro? Proviamo a immaginare che cosa ci aspetta in questi due mesi. Insomma come abbiamo fatto a non interpretare, a non capire, decifrare i segni di questo spettacolino mediatico ora che tutto va in rovina. Dovevamo capirlo fin dai tempi dell’elezione del Presidente della Repubblica che questa maggioranza era artefatta non riuscendo ad esprimere una personalità rilevante nuova e fuori dai giochini politici e che tutto dopo sarebbe andato a rotoli.
Certo, ormai non sappiamo più comprendere i segni, leggere le cose più immediate, non sappiamo più decifrare le immagini, comprenderle, svelarle. Siamo stati sottoposti a una brillante opera di seduzione, di annientamento delle menti, ottenebrati dai media e dalla televisione. La nostra dimensione estetica si è azzerata nella moda e nel design, la capacità interpretativa delle immagini è evaporata nel consenso e nella chiacchera. Veniamo da anni di dominio incontrastato della volgarità e della bugia, di protagonismo giornalistico, schiavi dei padroni della rete, succubi di un cogito teatrale che ha messo al bando tutti gli strumenti giuridici e scientifici che permettono agli umani di pensare.
Andare a votare ora e non fra sei mesi a fine legislatura con tutte le problematiche in corso e le questioni da risolvere appare non solo come una follia, aggiungerei un tradimento, una mancanza di etica, un voltafaccia inutile e barocco. E poi non è vero che questo governo rimanendo in carica fino alle elezioni si prenderà cura di noi, porterà a compimento i suoi impegni. Questa è un un’altra bugia pronta all’uso per poveri ingenui, per quelli che devono fare i conti con la realtà di tutti i giorni, con la povertà e le rinunce. Come è una bugia pensare che con le prossime elezioni ci possa essere una maggioranza vera, capace di governare questo ingovernabile paese.
Il segno di questi tempi è proprio la mancanza di estetica, di progetto e non solo di etica, basta guardare le immagini e i volti di questi parlamentari ottenebrati da loro stessi, dalle loro smancerie, dalle parole senza senso, dai proclami dei capi di partito. La cultura si è suicidata. L’arte sta diventando una promessa virtuale, digitale di mondi magnetici funerei, bigotti, di tecnologie blockchain e NFT che dovrebbero garantire autenticità e trasparenza. Dove? in quale mondo? quello del mercato, delle vendite on line o quello della veridicità dell’opera d’arte, quello della virtù della politica e dell’etica, ancora Mondo mentre il pianeta brucia? Pensare che con le elezioni del 25 settembre si risolvano le questioni di rappresentabilità, partecipazione al voto dei cittadini e governabilità del nostro esausto paese è anche questa una grande, tragica menzogna.
Immagini: 1 Francesco Correggia 2 Mario Draghi al senato 3 René Magritte, lovers, olio su tela, 1928 4 Dora Garcia, The Joycean Society, Biennale di Venezia, 2013 5 Siccità: il greto di un fiume 6 Alberto Burri, Cretto, 1970 7 Francesco Correggia, garza insanguinata sul libro: dottrina della scienza di Fichte, 1977 8 Koržev Gelij Michailovič Il nuovo slogan Olio su tela 1998 9 Gustave_Caillebotte, i piallatori di parquet olio su tela 1878 10 Julian Schnabel Nothing be gained here, 2022 11 Universo, le utime immagini 11 Francesco Correggia, Luna, olio su tela, 2021

Saturday, June 4, 2022

Bandiere, simbolismo e sentimento

Questo testo nasce dopo più di un mese dall’invasione della Russia all’Ucraina. In realtà avevo dedicato una mia opera alla bandiera ucraina insieme a qualche mia riflessione sulla guerra. Lo sconcerto che ho provato allora e che ancora provo è enorme. Ho sempre dedicato alle bandiere, ai loro colori e alle simbologie in esse depositate un’attenzione particolare. Le ho trattate e viste come paesaggi e non come bandiere di una retorica patriottica sebbene questa non sia del tutto esclusa dal loro universo rappresentativo. Certo la bandiera è il simbolo di una nazione attraverso cui l’unità di un popolo si manifesta ma al contempo è anche un qualcosa di territoriale, un confine fra noi e gli altri, un popolo e l’altro.
Affrontando più direttamente l’argomento specifico dobbiamo innanzitutto riflettere sul termine simbolismo che significa rappresentare, manifestare con estrema sintesi un qualcosa attraverso segni convenzionali: L’uomo stesso è un segno. La nostra convivenza ha bisogno di richiami che, alludendo a concetti e norme, orientino il cammino della società verso ciò che si ritiene giusto come la socialità, la libertà, la tolleranza.
La simbologia nel caso delle bandiere costituisce pertanto una scienza che esprime attraverso un linguaggio figurato, valori, idee e forme culturali, evocanti un concetto astratto ma di grande interesse collettivo. La bandiera è appunto uno di questi simboli, forse il simbolo dei simboli in quanto pur affondando le proprie radici nella storia dell’uomo, ha tuttora il raro potere di creare coesione ed esprimerla attraverso il fascino del drappo, dei colori, delle forme che rappresentano una vera mappatura del proprio status giuridico e della propria identità.
Ora cerchiamo di definire meglio il significato di questo simbolismo. Il simbolo viene dalla parola greca Symbolon che è ciò che tiene in relazione, ciò che tiene insieme. Quel che non c’è è quel pezzo di coccio, quel sigillo, che anticamente i Greci rompevano in due, dandone una metà all’ospite, così che i discendenti, mostrando quel simbolo avrebbero trovato ospitalità. Simbolo è dunque quell’unità spezzata che indica una dimensione che per i Greci era sacra e cioè l’ospitalità. Simbolo e segno svolgono la stessa funzione, ma il primo è verticale, il secondo è orizzontale: il simbolo accade sempre mentre il segno accade morendo e rinascendo in una semiosi infinita, un’interpretazione illimitata come direbbe Peirce. Così che l’accadere della bandiera consiste nella sua dimensione rappresentativa storica e immobile e insieme nel suo costante rinascere nel processo interpretativo. Ed è proprio ciò che la bandiera sottende e che la rende viva.
Al di là del suo significato simbolico vorrei soffermarmi sul suo potere di creare coesione ed esprimerla ma anche sui sentimenti che il drappo colorato porta con sé. Sentimenti a volte irrazionali che manifestano atteggiamenti, esclusioni, prese di posizioni fin troppo nette. La bandiera è dunque anche un segno che rimanda ad una serie di altri segni dietro i quali si nascondono significati, valori come, lo scambio, l’unità, l’ospitalità e anche alcune ambiguità imprevedibili. Che significato può avere questo simbolo che oltre al fatto di rappresentare un popolo, una patria un’entità, addirittura una cultura è anche portatore di scontri? Basta soltanto metterli insieme questi segni – simboli per raggiungere un’unità di intenti, un nuovo equilibrio mondiale una specie di nuova cultura geopolitica? Abbiamo visto proprio con questa guerra che non è così, che la bandiera è anche una cesura verso altri segni che non corrispondono ai nostri valori e certezze, verso altre identità, altre storie.
Queste domande sono inquietanti ora che le bandiere vengono di nuove innalzate nelle piazze, esposte, usate come luoghi di una tradizione, segni di una distinzione quasi elitaria fra democrazie e totalitarismi per cui vale la pena di morire. Simboli essi stessi non di un’unità spezzata che va riempita di senso nella fessura aperta del Symbolon ma di una divisione netta che mai si rimargina, segno di un’infinità di angolature, definizioni e prese di posizioni radicali e contrastanti. Le bandiere stesse e ciò che rappresentano sono diventati non solo simboli e segni ma immagini, quasi carne delle cose, corpi dii scontri e battaglie feroci. Il loro potere cresce sulle masse e si manifesta innalzandole o anche distruggendole, incendiandole come se con ciò si volesse distruggere non solo la fisicità di un vessillo di stoffa ma quella nazione, quel popolo, quella identità. Mettere a fuoco una bandiera vuol dire annullarne il suo valore sacrale, quell’energia identitaria attraverso cui si rispecchia l’anima di un popolo, la sua identità culturale ma anche distruggere, eliminare fisicamente l’altro, quelle persone che vi appartengono. È questo uno dei maggiori meccanismi di disprezzo, tanto che gli stessi media vi si soffermano non poco acuendone la portata simbolica di distruzione, di conflitto.
Come fare per fermare questa irrazionalità di cui le stesse bandiere esposte sono vittime e che si esprime senza alcuna ragione? Nessuno si parla per davvero e i media accendono gli animi con i loro spettrali, barbarici talk show. Tutti danno la colpa agli altri e il nemico è vicino e bisogna abbatterlo, difendersi. Ma chi è il nemico? Il regime mediatico delle nostre democrazie non ha dubbi è sempre l’avversario, nel caso dell’Ucraina, chi ha invaso cioè i Russi. I motivi per cui lo hanno fatto passano in secondo piano e lo si può comprendere ma ciò che non va è l’accanimento con cui si pensa alla pace facendo la guerra o per lo meno incentivandola. È proprio così che si può fermare la guerra ora con i mezzi di distruzione di massa e con la minaccia nucleare alle nostre porte?
Si sta corrompendo perfino l’anima di un popolo, di un sentimento di pace. Sembra che andare verso la guerra sia quasi diventata un’esigenza primaria, una difesa per le nostre seducenti democrazie del benessere. È questo che ci raccontano i media sfavillanti di personaggi indecenti, di specialisti, giornalisti, medici e magistrati, veline e marionette, portatori di vessilli che sono sempre gli stessi della comunicazione integrata mentre il nostro pianeta si avvia verso una lenta ed inesorabile catastrofe sotto i nostri occhi. Forse il vero nemico siamo noi la nostra incapacità a ragionare, a trovare soluzioni accettabili ad uscire appunto dalla logica negativa delle bandiere, dal loro portare discordie da una parte mentre dall’altra sarebbero segni di ospitalità, di accordo e di accoglienza.
La vera guerra la si deve fare contro le povertà contro i cambiamenti climatici, contro i regimi altrettanto totalitari della comunicazione, dello sfarzo della ricchezza esibita, contro un sistema sempre più privatistico che ha creato disparità, arricchimenti e truffe. Nessuno ascolta la scienza e fra qualche decennio saremmo sommersi dalle acque, esposti al sole e morire come esseri spiaggiati. Altro che difendere la democrazia. Se la nostra finanza ed economia neo liberista significa arricchire sempre gli stessi, i ricchi, produrre denaro per pochi e alimentare sprechi, creare povertà e distruggere il pianeta allora vale la pena rinunciare alla potenza e a quell’economia che nel nome della creazione di posti di lavoro crea squilibri sociali e al contempo produce effetti letali, sull’ambiente, sugli ecosistemi nelle stesse menti delle persone.
Un’onda gigantesca alla fine ci distruggerà ed è per questa ragione che bisogna mettersi insieme e far sì che le bandiere non siano soltanto simboli di un passato di guerre ma segni in cammino, segni di una nuova avventura umana, di un nuovo equilibrio sociale, politico geografico fra occidente ed oriente. Occorre far ripartire la macchina della riconversione e del dialogo fra storie e culture.
L’invasione direi brutale dell’Ucraina è ingiustificabile e va fermata ma lo si deve fare con la forza della ragione e con la diplomazia ricercando quello spirito che le bandiere incarnano nonostante il loro valore simbolico fortemente nazionalista. Bisogna farlo cercando nuovi equilibri internazionali, evitando da qualsiasi parte sudditanze e sottomissioni, anche se qualche volta sottomettersi può essere una forza positiva, un modo per aprire il dialogo.
Non fermiamoci sull’approccio domestico dell’informazione e della comunicazione che i media ci propongono ma superiamo l’imponderabilità umana, le convenzioni, i sortilegi, la propaganda che ogni conflitto porta con sé. A questo si deve aggiungere la spettacolarizzazione della morte, degli uccisi, degli innocenti in fuga che oggi i media diffondono in nome dell’aspetto veritativo del messaggio televisivo quando invece si mescola tutto, ragione e sentimento irrazionale e razionale, verso e falso, realtà ed osservazione.
Riprendiamoci i colori delle bandiere che sono il nostro mondo, il nostro arcobaleno visivo. In fondo non dimentichiamo che esse sono portatori di esistenze, sono vita che palpita, sono paesaggi attraverso cui costruire sentieri dialoganti di pace e virtù. Ed è la pittura, l’arte, a narrarci qualcosa in più sulle bandiere, quel qualcosa in più che le riporta all’esistenza umana, al segno di qualcos’altro sottraendole a quell’universo inevitabilmente contraddittorio e divisorio della loro pretesa di rappresentare un territorio, una patria, un confine invalicabile ed essere un limite divisorio oltrepassato il quale non può che esistere uno scontro, una rottura, una verità o una menzogna. 0 Foto di F.C. 1. Francesco Correggia, bandiera ucraina , olio su tela 2022 2. Cafiero Filippelli , il tricolore, olio su tela , 1920 3. Francesco Correggia, dopo tutto vive, collezione Tarasconi, Milano 2014 4. Jasper Johns. The flag 5. Gely Khorzev La bandiera si sta sollevando». Parte centrale del trittico comunisti 1960 6. Eugene Delacroix, la libertà guida il popolo, 1830 7. Ilya e Emilia Kabakof, installazione, Tate london 8. La grande marcia cinese 9. Bandiera Inglese e sua interpretazione pittorica 10. Francesco Correggia, croce, 2022 11. Pavlo Makov fontana ucraina biennale di Venezia 2022 12. Bandiera Pianeta terra

Wednesday, April 13, 2022

La guerra e il che fare degli artisti

Viviamo in un mondo di catastrofi ma sembra che nessuno se ne accorga. Ce ne accorgiamo quando assistiamo da casa nostra seduti su una poltrona alle ultime drammatiche vicende di guerra dai nostri televisori, dai giornali e dalle cronache. Si accendono di nuovo dibattiti televisivi interminabili. L’onda emotiva prende tutti e molte volte si smette di ragionare. Se qualcuno prova a farlo allora si viene subito colpevolizzati come complottisti, filo russi. La guerra che avviene proprio in Europa ai confini con la Nato fa strage di civili inermi e incolpevoli. Semina terrore e non si sa quando si fermerà. Il rischio è che possa estendersi su tutta l’Europa e tutto il mondo con l’aggravante di uno scatenarsi di una guerra nucleare senza controllo che non avrà né vincitori né vinti; è tutta l’umanità a perdere e ad avviarsi verso un’estinzione di massa. Ciononostante proseguiamo con le nostre abitudini schierandoci come abbiamo fatto con il vaccino anti Covid. da una parte o dall’altra, sostenitori e detrattori. Seguiamo i talk show televisivi, avvertiamo il pericolo ma poi ricominciamo a sragionare, a fare quello che facevamo prima. Bisogna riconoscere e non c’è bisogno degli esperti televisivi per dirlo che ci si trova davanti a quattro grandi emergenze: i cambiamenti climatici, gli immigrati morti in mare, la pandemia che non ha smesso di diffondersi e la guerra che è anche guerra di notizie, di falsificazioni, di immagini. E’ una guerra dove lo schermo, il web, i social, le tecnologie infestano le nostre vite, la fanno da padrone e orientano le nostre idee.
Le povere vittime civili sono esibiti a dimostrazione della ferocia dell’avversario. Ora non c’è ombra di dubbio che la guerra è dovuta all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e che le vittime civili uccisi e abbandonate sulle strade sono reali, sembrano vere e proprie esecuzioni e non una messinscena, una fiction costruita appositamente per l’occidente. Non c’è bisogna di una grande intelligenza per ammetterlo come è anche vero che l’invasione non è andata come sperava Putin, ora considerato il più acerrimo nemico dell’occidente. Come forse non era lui l’amico con cui trattare, comprare, scambiare? Certo Putin è da ritenersi senz’altro colpevole non solo della guerra ma di non essere quel maestro di calcoli strategici ed imperialistici cui molti osservatori di politica estera sembravano attribuirgli. Ci siamo sbagliati e solo l’America aveva ragione mettendoci in guardia. Considerazione amara questa ma piena di risvolti, di dichiarazioni e prese di posizioni direi stupide e retoriche come quelle di un guerrafondaio come Edward Luttwak. Un’analisi chiara e approfondita certo andrebbe fatta anche da un punto di vista geo economico oltre a quello geopolitico e militare prima di fare come gli struzzi. Soprattutto occorre che i dibattiti televisivi siano curati con una certa oggettività e rigore scientifico, evitando di invitare sempre gli specillasti del regime comunicativo e della confusione che alterano le notizie ed esasperano gli animi. Ahimè assistiamo invece ancora una volta ad un doppio fronte: quelli schierati per farla pagare a Putin con sanzioni, rifornimenti di armi al paese sotto attacco e quelli considerati pacifisti, non convinti che continuare a mandare armi all’Ucraina sia la soluzione migliore. Gli ultimi considerati pericolosi e contro l’occidente solo perché cercano di ragionare. Sembra anche questo un modo di dividersi terrificante.
Non aggiungo niente sul ruolo dell’Europa che sembra schierata pedissequamente su posizioni di difesa/offesa dei suoi confini, sull’invio di armi e sull’applicazione di sanzioni sempre più dure verso la Russia. Invece che adottare una politica autonoma con una propria difesa, una propria posizione rispetto alla fase di espansione della guerra, una diplomazia più efficace, sembra che l’Europa si adatti alla visione dell’America, alla sua concezione dell’occidente e del mondo. Come si fa a non capire che se continuiamo su questa strada di scontro fra occidente e oriente prima o poi ai nostri confini ci scappa l’incidente e poi cosa facciamo invadiamo la Russia per difendere le nostre libertà, la nostra democrazia? Intanto la flotta russa è già in mediterraneo e le navi Nato sono anche loro lì a fronteggiarla Insomma una follia diffusa.
E l’arte cosa fa oltre ai concerti per la pace? Gli artisti visivi in modo particolare in che modo rispondono? Stupendo, non poteva mancare il solito artista della comunicazione che guarda al domani a ricordarci che l’arte deve tornare nella realtà. Certo, costui ha ragione ma dimentica di dire che la realtà cui forse si riferisce è quella del denaro, del mercato, della moda, della sudditanza dell’arte al potere economico e finanziario e non alla realtà vera, a quella che richiede uno sforzo, una scelta, un impegno. Certo l’arte non può più rimanere ancorata ad una vecchia ideologia borghese, ad una dimensione romantica e ottocentesca, Gli ultimi anni hanno azzerato la dimensione critica, problematica dell’arte, il suo rapporto con la realtà sociale e ambientale. Stranamente essa si è addomesticata. Con la locuzione arte contemporanea ha cessato non solo di rivolgersi alla storia ma anche al pubblico, alle persone, ai problemi. Design, moda, arte e comunicazione sono andati a braccetto dimenticando ogni forma di impegno civile. Che fare?
Né possiamo dire che l’arte contemperane sia estranea ai processi di trasformazione in corso, alle dinamiche del mondo, alle guerre, alle disfatte, alle utopie. Essa, a differenza di quando Mario Merz aveva scritto nel lontano 1969, che fare su una sua opera, non esiste più un pensiero sull’arte. L’arte contemporanea è ovunque in qualsiasi luogo e in nessun luogo. Sfida le leggi della contraddizione, si rivolge a se stessa ripiegandosi nel suo esserci qui nell’istante e nel mercato istituzionali ed economico. Cosa vogliamo di più ora che tutto è in pericolo? Recuperare la vecchia formula del realismo o fare della realtà la bandiera del proprio protagonismo? Continuare a fare pubblicità, invadere Instagram, fare comunicazione trasversale, prendersela con i media?
Davanti all’orrore non c’è una risposta certa e irrevocabile, capace di scuotere le menti, fermare il ritmo e la velocità con cui ci consegniamo al disastro, a questo e ad altri disastri che aleggiano sul mondo, né serve correre in Ucraina a portare soccorso e sperare che qualcuno si accorga di noi come artisti impegnati per la pace. Serve un cambiamento totale delle nostre abitudini, del modo di concepire l’arte, i suoi spazi, le sue tensioni e di essere nella realtà. Occorre una dimensione politica dell’arte, una riflessione, un impegno degli artisti per la pace. Smetterla con le fiere dell’arte e le civetterie, uscire dal regime in cui si è incanalata. Ricostruire piuttosto che distruggere, riguardare la storia. Saperla leggere sarebbe già qualcosa. Infine occorre che l’arte esca dal guscio del contemporaneo, dal regime finanziario comunicativo, dal suo narcisismo autocelebrativo e ritrovi il suo rapporto con i contenuti quel che un tempo si chiamava il senso. Bisogna che si riavvicini al pubblico con pudore e fragranza poetica.
Bisogna che l’arte ritorni a farsi pensiero sul Mondo e pratica del suo stesso fondamento e impari a incontrare l’altro, a riconoscerlo, a diventare strumento critico. La domanda sul che fare ora assume un senso meno neutro, meno generalista ma più consapevole rispetto alle immagini e ai disastri del mondo se ne intravediamo lo sfondo dal quale l’interrogazione si pone. L’autoconsapevolezza degli artisti e la loro presa di posizione rispetto alla guerra e ai disastri incombenti non sono solo realismo, nel senso di un ritorno alla realtà ma responsabilità civile, etica ed estetica. Essere nella realtà significa, dunque, raggiungere una sintesi tra artista, opera, personaggio e momento storico.
Immagini: 1 Francesco Correggia 2 Francisco Goya, Tres de Mayo, 1814 3 Ozu, fotogramma dal film Erbe fluttuanti, 1959 4 Immagine di Zelensky 5 Fuking Hell di Jake e Dinos Chapman, 6 Mario Merz, Che fare, 1969 7 Maurizio Cattelan impiccato presso Massimo De Carlo 8 Francesco Correggia legge Antichi maestri di Bernhard ad un pittore in ostaggio

Thursday, March 10, 2022

Venti di guerra nell'emergenza climatica ed ambientale

Stiamo appena per uscire dalla pandemia e un altro disastro, anche questo catastrofico, appare all’orizzonte. Lo spettro di una possibile terza guerra mondiale sembra ora farsi avanti. Qualcosa d’impensabile fino a pochi decenni fa si mostra come un’eventualità da non scartare. In che modo questa remota ipotesi oggi, nell’era nucleare sembra farsi avanti, nonostante lo spettro dell’annientamento globale e di un’estinzione di massa. L’essere umano ancora una volta sembra fare i conti con sé stesso, con la propria stupidità, con l’incapacità a ragionare e a riflettere sui propri pregiudizi, sulla sua ansia di dominio globale.
Questa guerra, poiché di vera guerra si tratta, tra l’Ucraina e la Russia si pone come qualcosa di irrisolvibile, Non si tratta della solita crisi né di qualcosa che si possa risolvere in qualche settimana. Anche questa guerra ancora limitata a quell’aria geografica, ma che minaccia anche tutta l’Europa, coinvolge i cittadini ucraini inermi. Appare ovvio che si tratta di un’invasione delle truppe russe ed è altrettanto evidente che l’Ucraina come nazione libera e indipendente ha tutto il diritto di difendersi. Quali sono i meccanismi che l’hanno scatenata? E’ solo la follia di Putin, il suo tentativo non tanto nascosto di ricreare un’egemonia russa, un’espansione che ha come finalità quella di creare un impero di antica memoria?
Qui le cause vanno trovate in una dimensione non solo di ciò che per noi occidentali appare come una follia, una malattia, una provocazione, un crimine ma anche in un contesto storico ben definito e in una logica geopolitica differente rispetto a quella con la quale eravamo abituati. Il nostro mondo è fatto di equilibri, di crisi e risoluzioni, di sistemi che sempre si rinnovano. È proprio nella capacità del genere umano ad adattarsi e cambiare che consiste il nostro successo come specie. Ciò che è accaduto in questi ultimi anni nelle strategie di adattamento e nel tentativo di ricreare nuovi equilibri internazionali mi sembra sia stato fallimentare. L’Europa non solo non è mai decollata veramente ma i suoi interventi si sono dimostrati fragili e senza una vera capacità di mediazione.
Al di là dei nobili scopi su cui l’unione europea si è fondata non si è mai riusciti ad avere una sua vera politica indipendente da altri interessi, una propria forza di difesa, una coesione salda e responsabile. Unione europea e Nato hanno finito per identificarsi. Lo scopo della Nato era di difendere i paesi occidentali dalla minaccia dell’Unione sovietica, mentre l’Unione Europea nasceva su principi di solidarietà, sul rispetto della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza e del rispetto dei diritti umani. Sono tutti principi ancora lontani dall’essere realizzati. Intanto lo strano equilibrio fra il mondo occidentale e quello orientale fondato sulla minaccia nucleare e sulla capacità delle nostre democrazie a esportare libertà e sicurezza si è logorato.
Tutto è cambiato. Ora lo scenario presuppone logiche interpretative completamente differenti da quelle del passato. Bisognerebbe mettersi tutti insieme intorno a un tavolo e ragionare sulla questione cercando nuovi equilibri, nuovi sviluppi rispetto alle problematiche attuali. Prima di farlo però bisogna sapere ascoltare bisogna essere disposti ad ascoltare. Ed è proprio quello che non si sta facendo e che non riusciamo a concepire. Né possiamo pensare che le altre urgenze siano scomparse. Sono le nuove emergenze del clima, dell’ambiente, della salute del nostro pianeta rispetto ai suoi ecosistemi ma soprattutto è la nostra possibile estinzione come specie, se continuiamo a ragionare come prima, a doverci preoccupare.
Questa guerra non può che risolversi affrontando le vere urgenze planetarie oltre che ridisegnare nuovi equilibri internazionali, le nuove mappe di influenza nel rispetto dell’indipendenza dei popoli che abitano questo pianeta. Queste questioni dobbiamo saperle affrontare tutte insieme. L’una richiama l’altra e l’altra ha una ricaduta sul resto dei problemi. Gli sforzi per aprire un dialogo da parte delle nostre diplomazie sono molto parziali e molte volte ruotano ancora secondo vecchi schemi. Secondo principi inutili e tortuosi. E’ chiaro che così ci si avvicina a una terza guerra mondiale che per tutti noi vorrebbe dire la fine della nostra specie e non solo delle nostre acciaccate democrazie.
Il nervo più esposto che sembra alimentare l’incomprensione e lo scontro è il modo con cui i media affrontano tale questione. Mi riferisco soprattutto al mezzo per eccellenza, quello più popolare e seguito, la televisione. Ho già espresso i miei dubbi sulla dimensione oscena, generalista della comunicazione televisiva. Non solo riconfermo questi miei dubbi ma posso spingermi ad affermare che siamo sotto un regime della comunicazione che occlude le menti, che censura ogni sguardo e dibattito che non sia quello basato su logiche oppositive, emozionali e spettacolari, desueti e tristi. È alquanto angoscio e fuorviante assistere a questo spettacolo indegno di una società che si professa libera e democratica.
Senza qui dovermi soffermare sulla politica attuale che in questo paese sembra non esserci più. Non esiste, cioè, il concetto di un fare politica concepito come servizio, vorrei qui affrontare brevemente il tema del servizio pubblico televisivo che in queste due ultimi disastri, la pandemia e la guerra è stato assolutamente disinformativo. Quanto questo mezzo abbia abbassato le nostre capacità di lettura sulle cose e di giudizio etico ed estetico è sotto gli occhi di tutti ma ora esso ha raggiunto una fase di regressione totale rispetto alla verità.
Il solipsismo televisivo prevale come messaggio e sembra alimentare lo stato di confusione, di emozionalità pericolosa. Ai virologi che imperversavano in televisione fino a qualche settimana fa si sono sostituiti i generali, gli strateghi della guerra. Sembra che si voglia alimentare una specie di adesione a una possibile guerra globale invece che favorire un dialogo con la controparte. Ad una guerra contro la pandemia ora si è sostituita una guerra anche se economica contro la Russia. È come se ci stessimo preparando all’ineluttabile, come se la guerra fosse la sola via da percorrere. Così si alimentano lo scontro e i pregiudizi invece che fermarli. Insomma Putin è improvvisamente impazzito o era pazzo anche prima, quando tutti andavano a riverirlo e a concludere affari? Questo sembra emergere dagli attuali dibattiti televisivi: l’espansione dell’impero russo, la terza Roma come sostiene Cacciari, sempre più spesso in televisione a presentare i suoi nuovi libri, o la totale sottomissione dell’Ucraina a cui va tutto il mio rispetto e simpatia. Insomma ben poca cosa rispetto alle vere ragioni di questa guerra.
La nostra responsabilità rispetto a quanto accade è enorme. Il fatto stesso che emerga solo oggi il tema della responsabilità verso le generazioni future e che una guerra sia ancora possibile con la presenza di armi di distruzione di massa significa che non siamo proprio sicuri che le nuove generazioni avranno uno standard di vita migliore, anche se sapranno far tesoro delle nostre esperienze. L’ipotesi di una fine di tutte le cose è quanto mai reale ed è per questo che l’Europa deve volere questo incontro, questa specie di tavolo comune con tutte le parti in causa. Anche se dobbiamo farlo con chi ci appare come un pazzo, dobbiamo capire le sue ragioni, le nostre le sappiamo già. Lo dobbiamo alle future generazioni. La Terra non è di nostra proprietà ma ci è data in prestito. Ne emerge una consapevolezza inedita e non prevista: togliere futuro a chi verrà è il vero crimine contro l’umanità. Cerchiamo di uscire dalle nostre solite gabbie interpretative e cominciamo ad usare l’intelligenza, la ragione e l’immaginazione.
Immagini: 1 Francesco Correggia, Omaggio al popolo Ucraino, olio su tela, 50x60, 2022 2 Immagine guerra 3 Immagine guerra 4 Richard Oelze expectation, 1935 5 Liu-zheng, Nanjing massacre waxwork in a memorial museum 2000 6 David Nebreda, tavolo 7 Cacciari, durante un programma televisivo sulla guerra in Ucraina 8 Il museo di Kiev mette in salvo le proprie opere 9 Nebuolosa di Orione 10 Donald Sultan Mimosa 2000 11Francesco Correggia, preghiera, 2017