Sunday, August 18, 2024

Agostana

 



I paradossi, le contraddizioni, l’insensatezza fanno parte della nostra vita e non bisogna allarmarsi se sono presenti più di frequente nel nostro vivere quotidiano. Non c’è quindi niente di male se agiamo e ci comportiamo in un universo del paradosso e direi in un mondo sempre più dominato dall’irrazionalità. Una grande dose di antico illuminismo e di sana ragione ci libererebbe dagli spettri dell’apparenza. Purtroppo non è così. Mai come nell’estate di quest’anno abbiamo assistito alla manifestazione dell’insensatezza che ormai domina il mondo. Mi soffermerei su quanto accade nel nostro bellissimo paese piuttosto che riferirmi a ciò che si manifesta nel resto del pianeta. È ovvio ormai che ciò che accade qui si proietta e si estende su tutto il globo e viceversa. Bisogna comunque fare attenzione a non generalizzare ma mantenersi dentro i limiti della sola ragione, come avrebbe detto un grande filosofo come Kant riferendosi alla religione.




Quest’anno il rumore assordante dei media sulle vacanze degli italiani e sulla presenza dei turisti stranieri è stato ininterrotto, plateale, spropositato rasentando il ridicolo. I numeri e i dati riportati dalle agenzie di questo successo balneare sono stati quasi da record rispetto alle scorse stagioni. Bande di vacanzieri hanno invaso le nostre città, hanno assediato le nostre spiagge, riempito musei, i ristoranti, gli alberghi. Non c’è stato giorno che il messaggio di un paese felice e ricco non sia circolato nei media televisivi, sui social, giornali e riviste. Messaggio ampiamente documentato, finalizzato a convincere i cittadini   che la politica turistica ha avuto un successo e dobbiamo esserne fieri. Certo il rito agostano della vacanza fa parte ormai della consuetudine italiana, è una specie di aspetto simbolico del nostro benessere, anche quando esso proprio non c’è. È una festa che ha bisogno di essere celebrata anche se ahimè non ha niente a che fare con la vergine Maria.  Il messaggio è stato chiaro e suona: raggiungete le spiagge, le montagne, divertitevi e siate felici.



Niente di male se la massa degli italiani in agosto va al mare o in montagna nonostante il costo per una vacanza al mare o solo per andare in spiaggia sia salito alle stelle rispetto al passato e siamo a rischio di una terza guerra mondiale. Vuol dire, al solito, che gli italiani stanno bene e preferiscono godersi lo spettacolo. Ma non è proprio così.  È una questione culturale. Siamo ossessionati dalle vacanze, siamo concepiti per farle e niente ci può fermare, né le guerre, né il clima e neppure il cambiamento climatico in atto. Il verbum è l’evasione non appena si può, dallo stress quotidiano, dai problemi, da tutto il resto che ci ostacola. Mai ci viene da pensare che non è così e quello che lasciamo qui lo troviamo intatto o forse peggiorato altrove. Non ci soffermiamo su quanti non possono andare in vacanza per problemi economici, sulla povertà che ormai in Italia dilaga e sta diventando endemica, sui salari che non crescono, sullo sviluppo economico e produttivo malato.



Non è mia intenzione scrivere in questa sede un saggio da un punto di vista sociologico   sulle vacane degli italiani e sulla presenza dei turisti stranieri che ogni anno puntualmente aumentano ma solo, appunto, richiamare a un paradosso a una specie di controsenso che fa emergere  quanto siamo fragili ed esposti senza saperlo. Né tantomeno il mio scopo è far sentire in colpa chi riesce a concedersi una vacanza seppure ridotta, ma esprimere un dubbio, pone una riflessione sulla condizione sociale e culturale attuale e sulla comunicazione con la quale si organizza il consenso generalizzato.


I media ci hanno altresì fatto sapere con puntualità, anche questa esasperante, insieme alle cifre entusiastiche del turismo presente nelle nostre città, l’aumento delle temperature con conseguente afa e umidità richiamando i cittadini a non uscire nelle ore più calde. Ci viene detto che, in particolare per il nostro paese, siccità, ondate di caldo, venti e piogge intense sono destinati ad aumentare nei prossimi dieci anni e che le vittime delle guerre in Ucraina e nel Medio oriente sono sempre più preponderanti e che è quasi impossibile trovare un accordo. Mentre siamo in vacanza, non appena tornati dalla spiaggia vediamo la giornalista inviata dalla Rai che corre da una linea di confine all’altra raccontandoci la guerra, intervistando i soldati ucraini e la stessa popolazione come se fosse un film, con interviste di parte e sconfinamenti. L’inviata ci racconta ciò che ha visto come se il vedere non fosse un atto intenzionato, interpretativo della realtà e non un fatto oggettivo.  Ci sediamo in poltrona, beviamo un buon vino, gustiamo la cena e siamo felici. Tutto questo non ci tocca anche se le imprese della nostra inviata ci mettono a rischio da un punto di vista di una soluzione  diplomatica della questione.  Non è tutto questo un paradosso, un controsenso?




Secondo il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato dal ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica nei prossini 40 anni il livello dei mari italiani aumenterà fino a 19 centimetri, la temperatura dell’acqua aumenterà di 2,3 gradi con conseguenze tragiche per tutto il sistema climatico e ambientale, per tutto il pianeta e non solo per l’Italia. Per la maggioranza delle persone tutto ciò sembra frutto dell’immaginazione o di qualche isolato pessimista. Continuiamo a comportarci come prima. Non rinunciamo a niente. Non riflettiamo abbastanza su quanto possiamo singolarmente contribuire per cambiare l’andamento climatico e fermare le guerre in corso. Ci sembra uno sforzo inutile e impossibile. Perciò continuiamo a comportarci come prima senza neppure pensarci.



 Ma cosa hanno a che fare le vacanze e il turismo con i cambiamenti climatici e le guerre? C’entrano, eccome. Le strade intasate dalle macchine, il consumo di carburanti, lo spreco, l’incoscienza con cui trattiamo le nostre spiagge, il modo con cui continuiamo a inquinare, a trattare i nostri corpi, a rumoreggiare, a usare i nostri cellulari, a frequentare i musei a invadere le città, a ricercare il lusso e a speculare   sono alleati del disastro ambientale e paradossalmente producono incomprensioni e guerre. Manca un senso di responsabilità, il che vuol dire essere chiamati a rispondere per quanto possiamo al disastro che ormai ci avvolge. Le estati saranno sempre più calde e non so se riusciremo ad andare in spiaggia o in montagna nel futuro, perciò cerchiamo di essere razionali e capaci di pensare alle conseguenze di ciò che consideriamo sviluppo produttivo, anche quando andiamo in vacanza.



Bisogna intervenire fin da subito con interventi non solo da parte dei governi con politiche green ma anche individualmente con una presa di coscienza adeguata, saper rinunciare al superfluo   e soprattutto bisogna opporsi alla propaganda dei media, che fanno di tutto per generalizzare, disinnescare qualsiasi critica che non sia conforme allo status quo. Nella critica della ragione pratica, come è noto Kant parla “della legge morale dentro di me e del cielo stellato sopra di me”. Sono punti fermi nella nostra vita, ci danno sostegno e ci guidano nella comprensione di ciò che conta veramente. Il principio della morale dovrebbe essere per noi una bussola orientativa che certo non sempre funziona ma ad ogni modo ci consente di distinguere, confortati anche dall’etica, ciò che è bene da ciò che è male. Anche se tale principio non è sufficiente ad orientarci con tutti gli aspetti della nostra vita tuttavia esso ci aiuta a preservare noi stessi come essere razionali.



Occorre un’etica ambientale rispettosa della natura, una razionalità nuova che sappia distinguere ciò che fa bene da ciò che fa male. Etica che non può essere sempre cavalcata dal profitto, dal dominio del più forte o di quello che appare il più forte. In breve bisogna saper discernere. Il discernimento è consapevolezza di sé e delle ragioni oggettive che governano il mondo. Vuol dire, saper selezionare e rinunciare all’eccesso.  Affinché le azioni dell’uomo siano coerenti e razionali, oltre ad avere un senso è fondamentale che siano portatori di fede, speranza e carità. Una fede che c’è qualcuno là, che ci potrà rispondere, poi la speranza che vuol farlo, infine la carità che deve insegnarci la via della buona risposta. In mancanza di questo saremmo perduti.



 Il rito agostano delle vacanze ci consegna alla fallacia, alla mancanza, al dramma e non è il sintomo del benessere piuttosto lo è del suo contrario. Esso è il risultato di una spettacolarizzazione a tutto campo che si rende visibile e ci ammalia. Il film del 1964: il sorpasso di Dino Risi con il quale vorrei concludere questo mio breve intervento racconta il ferragosto a Roma negli anni sessanta. Esso  viene celebrato come un rito che coinvolge i due protagonisti ,  Roberto Mariani, studente di legge al quarto anno, timido e riservato rimasto in città per preparare gli esami, intrepretato da Trintignant e Bruno Cortona, interpretato da Gassman  trentaseienne vigoroso ed esuberante, amante della guida sportiva e delle belle donne, prototipo dell’italiano medio, al volante della sua Lancia Aurelia. Il film oltre a essere una testimonianza sul modo con cui gli italiani trascorrevano il loro ferragosto nell’era del boom economico è anche una metafora attuale sulla nostra condizione duale.



 Nella   tragica conclusione che si materializza durante l'ennesimo sorpasso avventato: per evitare l'impatto frontale con un camion, Bruno sterza violentemente e finisce per urtare un paracarro. Nell'impatto, Bruno viene sbalzato fuori dall'auto riuscendo così a salvarsi, mentre Roberto perde la vita finendo in una scarpata. Agli agenti intervenuti Bruno confesserà, dato il tempo limitato trascorso con il suo occasionale compagno di viaggio, di non conoscerne neppure il cognome. Finale appunto tragico e paradossale.

 


Immagini:

1        – Autoritratto

2        –  Francesco Correggia.  Frame da una performance   su Hegel  2004

3        –  Città affollate, overturism agosto 2024

4        -  Roxi Paine, Mailstrom, 2008

5        – Rembrandt. Il ritorno del figliol prodigo, 1661

6      7      -  La guerra in Ucraina

8        - Joseph Beuyes, Oak, 1982

9        – Magritte, Gli amanti 1926 ca

10    – Fotogramma Il sorpasso di Dino Risi, 1964

11    – Francesco Correggia, sta dentro le cose, olio su tela, 2021

 


Wednesday, June 19, 2024

i nuovi vandali

 



Quello che accade a Milano è il sintomo di una volgarità diffusa che si sta riversando su tutto il paese e che proprio in questa città assume toni esasperanti. Oltre che ospitare eventi mondani dedicati alla moda in spazi importanti sia da un punto di vista estetico che monumentale, di recente questo vezzo si è trasformato in volgarità esasperata, in una specie di vandalismo della comunicazione. È il caso della festa dell’Estetista Cinica alla Biblioteca Braidense di Brera.  Per il lancio di un  nuovo progetto spagnolo, l’Estetista ha scelto una location storica unica per i festeggiamenti: la Biblioteca Nazionale Braidense e il cortile d’onore di Brera. Certo il divertimento festaiolo, l’aperitivo non si negano a nessuno ma ciò che vogliamo dire è   che ormai si è raggiunto l’apice della supponenza e della volgarità che dal  web e dai  social scorre inarrestabile sulle nostre vite come un fiume nero che tutto inghiotte. Che Lilia Fogazzi l’imprenditrice estetista abbia  trovato il modo tutto suo di guadagnare sui social e sia diventata una celebrità, può anche essere plausibile, anche se non condivisibile, nel mortale e amorale gioco degli influencer. Ciò comunque non giustifica che questa orda di nuovi barbari possa impossessarsi, anche solo per una serata,  di luoghi pubblici  di alto valore simbolico  come la Braidense. 



Chi ha consentito questo scempio? L’attuale direttore della Braidense un certo Angelo Crespi sostiene che affittare lo spazio per manifestazioni di quel tipo è sempre accaduto e che normalmente i proventi di queste serate sono destinati a sponsorizzare la cultura. Quanto di più menzognero. Che tipo di sponsorizzazione è mai questa e la cultura si è proprio certi che debba essere sponsorizzata con tali spettacoli e poi di quale cultura si tratta? È dalla riforma Franceschini che la concessione di luoghi in affitto da parte delle istituzioni culturali rappresenta una voce di bilancio per finanziare restauri, conservazione, valorizzazione. Ma siamo proprio certi che è così che si valorizza il nostro patrimonio culturale e  artistico, con le  sfilate di moda, con i banchetti, le cene lussuose?  O non è anche questa una trovata pubblicitaria che in sostanza è quella della logica del guadagno, del denaro e di un sistema panottico che tutto controlla? 



Che i prodotti della Estetista Cinica siano in crescita nelle vendite on line grazie alla comunicazione sui mezzi digitali tanto da essere quotata in borsa è fuori discussione.  Ciò comunque non toglie che non gli si può consentire di invadere la vita dei cittadini,  di abbagliarli , di  umiliarli con modi osceni di occupare  spazi pubblici, beni architettonici storici , artistici a fini festaioli e  pubblicitari di basso profilo anche se con la dichiarata finalità di dare un sostegno alla cultura.



Qui ci vuole responsabilità morale a dichiarare questi scopi. Il rapporto fra privato e pubblico, in questa città è andato tutto a favore del privato che nel nome di un’azione benefica, quella di sostenere il pubblico, invade, trasforma, occupa spazi e gestisce economie e immobili. Tutti sono a conoscenza che a Milano è ormai difficile trovare un appartamento a prezzi ragionevoli. La città è diventata un centro di produzione del lusso e del divertimento, altro che produzione sostenibile. 

                                                   

Tutto concorre ad una distruzione immane, ad un Restyling di facciata, ad un turismo di massa, a una ristorazione ossessiva a cui siamo sottomessi nel nome di una felicità annunciata, di un modello da seguire, quello di una città dai ritmi di produzione alta. Ma che senso ha tutto questo se poi alla fine siamo in mano ad una scellerata vertigine, ad un gioco di simulazioni, dove il potere fa parte proprio dell’orizzonte sacro dell’apparenza e la povertà aumenta, le diseguaglianze sociali crescono. Gli apparati della comunicazione; dal web alla televisione fino all’editoria non sono solo la manifestazione dell’eccesso, della menzogna e della banalità sistematica ma anche sono ciò che travolge il senso, la storia, la bellezza. Gli stessi apparati costituiscono un vero e proprio sistema repressivo rispetto a chi non è in sintonia con quella logica.



Chi ha incarichi di responsabilità istituzionali dovrebbe mantenersi fuori dalla dimensione fagocitante del denaro, delle apparenze, dai dispositivi, dagli imperi mediatici del web, dei simulacri e prendersi cura dell’integrità fondante del bene che gli è stato affidato. Proteggerne l’immagine, la storia e la stessa parola fondante.








 


Monday, April 1, 2024

Il dono dell'arte

 



L’arte contemporanea si trova su un bordo che somiglia molto al bordo libero di una nave da dove si può precipitare in mare oppure rimanere sul suo bordo libero tra un ponte e l’altro.  In questo bilico tra il cadere in mare aperto con il rischio di perdere la vita e rimanere a bordo della nave si sta in equilibrio tra la tradizione e l’attualità. L’artista contemporaneo preferisce stare all’asciutto dimenticando di avere a che fare con la storia. La perdita di coscienza è una specie di sincope contemporanea, una dimenticanza da cui ci si può sottrarre solo attraverso l’offerta sublime dell’arte.  

  

 

Solo se l’arte diventa offerta che contiene in sé il gesto e la rinuncia sottraendosi ai riti nefasti del commercio che ci può essere un discorso vero, almeno una sua traccia. Purtroppo oggi quel che appare è solo la dimensione mercantile dell’arte. L’arte è diventata totalmente merce, il che non giustifica il suo stesso esserci nel mercato. Se non si ha a che fare con una istanza di libertà rispetto alle merci che cosa possiamo pensare intorno all’arte se non nell’unica prospettiva ontologia che la costituisce?  Il suo poter essere nella storia, di essere testimone di un’epoca si dona nel presente come bene prezioso.

 


 Per l’arte contemporanea questa questione dell’impegno verso un’ermeneutica del soggetto come conoscenza di sé e degli altri sembra sia stata esclusa, quando invece è proprio questa la vera questione dell’arte. È la pratica del dono   che deve essere posta al centro di quel fare e non fare. Se il cammino dell’arte contemporanea è qualcosa che ha a che fare con la stessa esistenza, con ciò che accade, e non è solo universo rappresentazionale dell’immediatezza, cioè un discorso tecnico, allora le pratiche del sé, dell’uscita dal sé, il discorso vero, assumono un ruolo di primo piano. Il pensiero della fine è il limite stesso anche se essa viene procrastinata come possibilità aperta. È il bordo dell’arte. Il limite toccato, la vita sospesa, il cuore che batte. La sofferenza di un sentimento che sente e tocca lo stesso limite.

 


 È solo in questa prospettiva che possiamo comprendere il versante etico dell’arte contemporanea. L’arte, in quanto rigeneratrice di senso là dove esso non c’è, riprende un ruolo di svelamento e di interpretazione della natura delle immagini in un’etica della rappresentazione. Si tratta di una dimensione nuova che ha a che fare non solo con l’etica ma anche con gli stessi modi del pensare, con la meditazione intorno al mondo, alle pratiche del soggetto e agli stessi linguaggi dell’arte. Le pratiche dell’arte sono pratiche del senso d’essere, del discorso vero e anche pratiche di disubbidienza costante e senza condizioni. E quale può essere questo discorso oggi? Esso si presenta come interrogazione e come capacità di stare al confine della storia fra natura e cultura. L’arte contemporanea non può fare a meno di essere una ferita aperta nello stesso suo sistema, come non può fare a meno di praticare una disubbidienza verso ciò che la abbaglia. La vera luce sta’ dietro ogni apparenza e si rivela proprio attraverso un donarsi oltre ogni limite.

 


Il discorso artistico dominante identica l’arte con il mercato e resta cieco davanti a qualsiasi opera prodotta e distribuita secondo qualsiasi altro meccanismo. In questo senso non si può eliminare il sospetto che l’esclusione dell’arte non prodotta secondo le condizioni standard del mercato abbia una sola base e cioè la soppressione di ogni elemento critico, la coercizione della rappresentazione visiva.   L’arte, non solo quella contemporanea che ormai è una locuzione spenta, non può essere un circo all’aperto, un parco giochi dove si sperimentano le tecniche intermediali del consenso, le formule, i testi e le immagini dell’intelligenza artificiale, né può essere una provocazione costante ma deve saperci indicare una via differente che coniughi il presente con la tradizione, il pensiero con la pratica, la vita stessa con la veglia della morte. 


 Questo non significa demonizzare il mercato che ha le sue regole ma trovare un giusto equilibrio fra forze opposte che devono orientarsi verso il bene, verso un’ecologia della percezione.   Si tratta di una conversione dello sguardo, un modo di essere nel reale che possiamo considerare ascetico ed etico. L’arte, senza ricorrere per questo ad una sua specifica definizione, nonostante sembra che abbia perso il suo senso, è ancora di più una pratica del sublime che va verso il cuore delle cose e non è solo un prodotto da vendere. Solo nella preoccupazione dello svanimento essa ritorna a sé, al tempo stesso nel senso di raccogliersi e risvegliarsi, svegliarsi nel senso della coscienza in sé in generale. La qualità formale dell’opera, se ancora essa debba esistere, viene fuori da questo terreno instabile, da questa sincope tra l’immediato e la trascendenza. 

 

 

 È nell’arte come pratica della disubbidienza e della solitudine e al contempo come interrogazione etica che avviene l’offerta sublime del dono, della storia e dello stesso suo essere spirito che ascolta e va verso l’altro, soffia sull’altro, modificando la percezione delle cose e della stessa realtà. Con ciò si annulla la distanza fra essere e mondo fra mondo dell’arte con le sue peculiarità e il fare dell’arte, fra l’essere e gli enti che lo circondano, fra l’umano e il macchinico, il mondo e la terra.

 


Immagini

1-    Pontormo , Deposizione, 1528

2-    Magritte, gli amanti, 1928

3-    Richard Serra The Matter of time,  2011.

4-    Marc Quinn gli amanti, 2016

5-    Francesco Correggia, Resurrezione, 1987

6-    Bill Viola a palazzo Strozzi

7-    Francesco Correggia , Erlebnis, 2034

 

 

 

                                  

 

 


Saturday, January 13, 2024

continua blog poesie Francesco Correggia

 


Un giorno

 

Mi sono alzato / per guardare fuori / nello spazio aperto / Niente più singhiozzi /

né sofferenze da consumare / tra ricordi affumicati / e cene indigeste / Niente scatole

da chiudere / Ho visto il giorno / che mi guardava / freddo / smunto / paffuto / con lo sguardo rivolto / ad un incrocio / Non ho trovato nessuno / intorno a me / Qualcuno con gli occhi abbassati / aveva fretta / qualcun’altro guardava un muro / illuminato da lampioni / Un cane andava sogghignando / In un prato di fiori secchi / Un tram entrava in una casa / un  nano gridava del suo amore / un prete guardava il cielo / col dito puntato ad una rosa / un vecchio su una panchina / fissava un albero senza foglie / un bambino giocava con un passero / mentre un gabbiano scivolava dal cielo / Un mendicante senza mani / offriva il suo pane / Mi sono alzato / sibilando preghiere / non c’erano ombre / né lamenti / ognuno parlava da solo

 

 Sciolto

 

Allo scoperto / si va avanti / nella città ferrosa / La nebbia / lo scrittoio / il fornello

il barattolo / il ghigno della roccia / della radice del parco / in  strade lastricate / di silenzio spumeggiante / Un vapore bianco scorre / su sottili mucchi di foglie / trascinate dal paradosso / Il fondo di una botte vuota / abbandonata sul selciato / cerca l’ebbrezza del ricordo / Altra luce riempie  l’essere / dagli occhi svuotati / mentre io canto / versi fra i pini / Se vi fosse almeno / il suono dell’onda / della pioggia radente la spuma / saprei cosa fare / Invece vivo /  in  luoghi sepolti /bruciati dal ronzio degli  anni / Scivolo incappucciato / nella conca  del giorno / tra profumi sintetici / e paradossi lunari / La gioventù si nutre del gorgo / di un sapere fragile / mentre l’orizzonte / è lontano / Il palazzo segna le ore / del nostro vincolo cieco / e noi strisciamo / con la testa in giù / accoccolati davanti alla pozza / Tu  mi hai dato giacigli  / il desiderio ci tenne caldi / tremando forte / bussando alla porta verde / per dimenticare il deserto / Imbottiti di fiaba / le cose che non puoi vedere / hanno lasciato uno spazio vuoto intorno / e volti lavorati d’orgoglio / Le ore che rimandano al resto /nella realtà scheggiata / di un mosaico fin troppo umano / si sono intrecciati con i nostri corpi / Viviamo accanto al robot / al ferro seducente / al luccichio elettronico / all’agonia di viaggi possibili / di colori strazianti / di segni uniformi /specchianti

  


Luce

Luce dal colore rosso rame /maschere vaganti / nel cielo libero / confuso col nulla / respirare quel vuoto / ed essere cristallino / fragile / effimero e composto / Sciogliersi fra i rami / nella densità organica / nella realtà demente / col cartellone pubblicitario al collo / e il giornale / attaccato al braccio / Un tempo / prima di volare / bisognava consumarsi / lentamente / appollaiati ad un albero / C’era l’amore / il  lavoro / la tregua  e i  sogni / per dimenticare d’esistere / Ogni notte / il vento spavaldo / della coscienza / spargeva intorno / i semi dell’angoscia / Sguardi immobili / vivevano  il tempo / scivolando da una speranza all’altra / da un’urna all’altra / Ora il mare ha bagnato le mie ali / e bramo te / che segreta / su una rupe /  te ne stai a distanza

 

 

Dove vado

 

Prima di andare / ho provato a stringere / fra le mani / il porto vago

della mia esistenza / Ora che tutto /si confonde / con i battiti del mondo / posso ancora sperare / di percorrerla quella strada d’essere / senza toccare il nulla / senza il tormento / di una eterna rivolta / Prima di andare / mi logora / la febbre del tempo /che mai si sazia / C’è troppo di vuoto / forse è questa l’eterna promessa

                  

Immaginate

 

Un giorno sospeso  / in un calice di vino rosso / Immaginate /  una foglia delusa / che cade all’incontrario / in un luogo /senza porte / Immaginate / solo per poco / il cielo come un letto / dove uno sbronzo / beve / i suoi sogni impossibili / Immaginate una valigia / senza fretta / davanti un treno malato / Immaginate / la vostra immagine / prolungata all’infinito / seguire la rotta / di una rondine / verso un nido d’acqua / Immaginate tutto / fuggire /  su un viale inventato / di parole / di echi scomposti / di ripetizioni / di miti e di sostanze lacunose / Immaginate

 

NO

No al successo / costruito su misura / no alle piccole gioie / alle vendette di ogni giorno / no agli insulti / dell’oppio sociale / di volti truccati  e disfatti / No alle cose che devi fare / per raggiungere / spazi inconsistenti / dove la tua coscienza naufraga / No alla misura di tutte le cose / all’amore / alla famiglia / No all’arte delle convenzioni /   Dire continuamente No / senza smarrirsi in approdi / di vanità / Trovarsi ogni notte /

in un letto rancoroso / e dire ancora di No / No per sapere quello che sei / quello che fai / per non sentirsi mai solo / in questo cortile della menzogna / Un giorno anche tu

saprai dire /  No

 


Un prete solo

La piazza imbottita / di titoli al neon / di visi a festa / Il bar catechizzato / da sermoni liquidi / I suoni e le voci / di un copione antico / Al mattino ho scoperto / un cielo limpido / l’ombra negli angoli / e la malinconica certezza / di un non ancora / Un prete solo / pregava / tra vestiti nuovi / Il soffitto / delle parole mai dette / La mensa isterica del popolo / la terra / la vita / la caduta e il cielo / Tutti i lamenti / scivolano  al vento / in palafitte di speranze

 


L’urna

 

Un fiume scorre / svanisce / lungo sentieri inauditi / come un canto che m’abbandona

/ Poggiare la testa / su un cumulo di vimini / e ascoltare il senso delle cose

mentre l’universo si arena nel gorgo / Il sogno all’improvviso / scopre

l’ombra di una presenza umana / Appare / Tu addormentata / nuda al mio fianco

nell’urna gelida / del caso / Il tuo nome / sillabato lontano / mormora le tue grazie / ed io  gemo / come un infante assetato / La sera declina / nel vino rosso / in una ripetizione di gesti / sempre uguali / Questo rimpianto / lasciato correre / su  un’onda tumultuosa / Ora la tua bocca / scorre sul mio corpo / come in  un vagone vuoto / mentre raccolgo certezze / esauste / Mi sei rimasta sulla pelle / come una farfalla

 

Alba

All’alba un uomo si sveglia / barcolla tremante / l’acqua bagna il dolore

del suo viso / La soglia lo separa / dalla strada intrisa di pioggia / Un autobus si ferma / cerca un passeggero / sguardi incerti / l’accompagnano / Cose segnate / parole inesplorate / luccicano nel caos / L’infanzia ha le forme smarrite / di una donna esile / come un giacinto / la chioma d’oro al vento / Il giardino delle idee / piegate / L’uomo ha rimorsi / le mani dure / incallite / da laceranti abbandoni / La notte c’è un posto / anche per lui / nella sua libertà murata / Un foro rosso in testa / gorgoglia

 

 

 

 

 

 

 

                            

 

 


Friday, January 5, 2024

Blog Poesie 1974 / 1977

Vorrei iniziare questo anno con la pubblicazione di una raccolta di poesie degli anni settanta. Li ho sempre tenuti nel cassetto ma ora ritengo che sia giusto pubblicarli. Non mi rivolgo ad una delle case editrici importanti che ormai pubblicano solo autori conosciuti nel mondo dei media e dell’apparato mediale editoriale ma preferisco offrirli al pubblico senza alcuna mediazione che non sia quella dell’offerta, del dono. Si tratta di poesie che ho scritto nell’età giovanile ma che hanno avuto per me un’influenza determinate per quanto riguarda la mia pittura che ha sempre inteso rapportarsi con la scrittura e con la stessa poesia. I miei esordi nell’arte infatti, come d’altra parte ben documentato nella mia vicenda artistica è legato alla poesia visiva e alla pittura scrittura. Ogni mese pubblicherò sul mio blog dieci poesie che sfideranno l’ottica contemporanea della comunicazione nella speranza che qualcuno li legga e vi trovi conforto. 1974/1977
Perdono
Ho chiesto perdono / per essere nato/ ma tutto restava / immobile / senza sguardo / Ho chiesto perdono alla luna / alle stelle / ai sudari / Mi hanno riso in faccia / senza un perché / Mi sono lasciato andare / dormiente / su uno scoglio / in mezzo ai marosi del tempo. 
L’agguato
L’agguato del sogno / contorto / incerto / La menzogna del tempo / si allunga / come un’impronta improbabile / L’anima allungata / insegue la preda / Il freddo implacabile / gela la mia stanza / L’insetto del nulla / sul balcone di casa / mi osserva / L’uomo sorride / è fiero dei suoi sogni.
Infanzia 
Salgo le scale / dell’indicibile paura / dove stanno occhi / senza luce / voci senza suono / Scivolo lentamente / in un passato ancora sottile / dove un bambino / raccoglie i suoi giocattoli di carta / e ti guarda / Aspetta che tu apra una finestra / da cui prendere il volo / E finalmente sarà un giorno / dolce senza parole 
Basta
Foglie cadevano cupe / in un mattino / di grigia foschia / Vado cercando l’essere / sulla terra bagnata / d’inutile fragore / Cerca parole di senso / dice la terra / coperta d’immagini / Mentre trascino il mio / inesperto dolore / nel vuoto d’acacia / per poi dire / basta a tutto / alle cose / agli oggetti / alle facce tinte / d’umano colore / al tutto 
Portami via
Fuori il freddo / la fame e colori epilettici / Consumi senza guardare / Un tempo sarai selvaggina / anche tu / Portami via / da questo scorrere del tempo / che occorre dire di più? 
Fuga
L’acqua / la carne / il cibo in locande / profumate di vino / Viviamo in cerchi / concentrici di speranze / butterati di orgoglio / in celle dove la luce / si piega appena nell’apparenza / Il ferro penetra / nei corpi sofferenti /piegati dall’ombra / e dall’incerta speranza / Mozziconi ardenti di fumo e bottoni / nelle sale umide di pioggia / Destrieri / pallidi come angeli / ci portano via sul mare / liberati finalmente / dal sognare rifugi illusori / lastricati di anemoni. 
Quel silenzio
Non mi resta che dormire / tacere / lasciare che il tempo / trascini le cose / Io resterò in attesa / a guardare / a scrutare / sognare / Sarò più solo / più libero / lontano / da questi vegliardi arrabbiati / da questi vogliosi pavoni che s’arrampicano sui cespi / Fuori c’è tanto silenzio / che ascolta / aspetta e osserva lontano / Io sarò quel silenzio / e sarò finalmente parola che dice.
Un sogno
Un uomo cammina / lungo la strada / infetta di laceranti abbandoni / in uno giorno cupo / come un velo di Iside / Ci sono colpi di campana / cavi / secchi / speculari / L’uomo dal viso / unto di bianco / pensa / Pensa alla pianura di fili sospesi / ai cuori lacerati / e ai fili pendenti / di possibili glicini / dai riflessi azzurrini / L’uomo pensa / al battito d’ala / di quel sogno smarrito / che mai più verrà 
Forse 
Ho raccolto i miei cenci di malato / sotto un albero di selci / Torno a vivere nel buio / braccato dal desiderio / di un corpo a me negato / inseguito dalla schiuma dei marosi / accecato da volti / rigati dal vento marino / tormentato da passi scolpiti di luce / al sole del mattino / stordito da canti ed urla di vivi / in un mondo di morti / Nel silenzio / traccio segni e gesti / Torno a vivere nel sogno / scoprendo le ceneri di un ricordo / mentre tu sorridi / fra recinti di tempo / Prendo a calci l’umida terra / e inalo il suo sapore / La stanchezza riempie gli spazi riflessi / le pareti si muovono / ogni cosa diventa uno specchio / Un bambino mi corre dietro / a coprire i miei passi e cercare / un volto assente / Mi muovo / tra gesti aridi e senza senso / per non pensare più a nulla / per morire più in fretta / Forse 
Vocianti 
Legato ad un suono / ad un attimo / di breve agonia / vivo aggrappato ad un muro / Inerme cerco uno sguardo / ricoperto di fiori e silenzio / Immagini sorde scorrono / su petali esangui / in un viale / dove il vento / scuote gli alberi arsi / Scrivo immerso in una coltre di nebbia / in mezzo ad insetti e gabbiani vocianti / Incubi mi cercano / mentre aspetto la notte /nel varco sottile del nulla

Thursday, November 23, 2023

considerazioni sull'arte contemporanea

Bisognerebbe avvicinarsi all’opera dell’artista con discrezione, con pazienza e umiltà e non come si fa ora cercandone le quotazioni sul mercatino delle aste o affidandosi alla simpatia dell’artista. Tale riflessione sull’opera chiama in gioco anche quel che vuol dire un’opera d’arte e quando questa essenzialmente si manifesta. Sono domande un po’ lontane dal modo di procedere e di pensare nei nostri giorni.
Sia l’artista sia il collezionista non guardano più all’opera ma al suo status, alla sua resa economica. Ciò ha involgarito lo stesso sistema dell’arte posto che ne esista uno. Da parte del collezionista occorrerebbe mettersi alla ricerca dell’artista non guardare gli opuscoletti ma scavando nella sua vita, incontrandolo, parlandoci, visitare il suo studio e occorre farlo con estrema cautela.
L’opera sfugge sempre ad un’interpretazione univoca ed esaustiva, Essa si manifesta come problema, come possibilità aperta che richiede uno sforzo, uno sguardo attento e soprattutto una capacità interiore di comprenderla là dove essa sembra rifugiarsi. Gli artisti da parte loro dovrebbero dedicarsi all’opera che non è solo da esporre in galleria ma deve essere pazientemente sorvegliata, accudita, alimentata dal gesto pubblico dell’artista e dal suo rifiuto ad essere consenziente alla violenza e al narcisismo. È lui che all’inizio deve sottrarla al suo inevitabile processo di banalizzazione, il che significa esercitare la virtù. Quel che si chiama opera d’arte si manifesterà, quando appunto essa è autentica, da sola senza bisogno di essere pubblicizzata.

Tuesday, October 10, 2023

La poetica della réverie

La decisione di cambiare casa è stata presa. Non so dove andrò ad abitare e in quale luogo sistemare i miei quadri. Mi sono già messo al lavoro, Ho riadattato la mia camera da letto in studio e smontato le librerie. Il corridoio è ancora ingombro di quadri grandi che non so dove sistemare. Intanto i libri li ho messi in fila l’uno sull’altro appoggiati al muro verso l’alto. Ho potuto gustare il piacere di riguardarli e ricordare le date e il periodo in cui li avevo letti. Fra questi mi è capitato fra le mani un libro che mi ha accompagnato per molto tempo nei miei anni giovanili. Subito la copertina mi ha sollecitato immagini del passato. Ho sfogliato il prezioso libro con avidità, Le pagine erano vissute e segnate con alcuni miei appunti. Ne ho rilette alcune e subito mi è sembrato di viaggiare nel tempo. Il libro a cui mi riferisco e che ha risvegliato la mia anima ha per titolo: La poetica della réverie di Gaston Bachelard. Perché proprio questo libro mi ha commosso e aperto universi che avevo già vissuto rispetto ad altri libri ben più importanti che hanno influenzato il mio pensiero e il mio modo di essere?
Sono sempre stato un sognatore. Fin da bambino mi divertivo a giocare senza giocattoli inventandomi oggetti, cose e nomi che riempivano la mia stanza. Dov’è finito quel ragazzo? No, non è proprio sparito. Egli è ancora qui con me, mi conforta e mi aiuta e la scoperta di questo libro me lo conferma. Quel libro quando l’avevo letto per la prima volta mi aveva aperto un mondo razionalizzando e raccontando quello che solitamente consideriamo una sfera inconscia irrazionale che non sempre ci appartiene, quella del sogno e della sua poetica. Il sognatore di quel tempo giovanile e quello di adesso ora sembrano ricongiungersi in una nuova orbita poetica.
La formazione di Bachelard fu prevalentemente scientifica (laurea in Scienze matematiche ma il suo insegnamento alla Sorbona nel (1940-1954) ebbe carattere filosofico ed epistemologico tanto da influenzare pensatori come Foucault, Derrida, Deleuze, fino ad Althusser e Lacan. Eppure sembra oggi abbastanza dimenticato.
La réverie è uno stato straordinario di veglia. Solitamente prende i sognatori al mattino. Non si è ancora svegli e la nostra coscienza sembra riprendersi, ciononostante siamo in quella condizione in cui siamo ancora dormienti. Si continua a sognare abbandonandosi al suo flusso quasi ad occhi aperti. Non sogniamo veramente, fantastichiamo, immaginiamo, godiamo di quel flusso che ci lascia vivere in un cosmo nuovo. Esso ci rigenera. La differenza fra sogno e réverie è che in genere scrive Bachelard i mostri appartengono alla notte, al sogno notturno mentre nella réverie, l’universo riceve un’unità di bellezza prima di svegliarci del tutto. Ciò che si presenta ai nostri sensi è una specie di cosmo, immaginazione che crea immagini, bellezza che ci prende per mano e ci accompagna. La réverie è femminile, è accogliente mentre il sogno è maschile, irruente a volte distruttivo. Ad ogni modo nella réverie sembra stabilirsi un patto, un’armonia creativa dove femminile e maschile si completano. È l’arte di vedere bello come la volontà del pittore al lavoro.
Esiste, scrive ancora Bachelard, una réverie dello sguardo vivo, una réverie che si anima nella gioia di vedere, di vedere chiaro, di vedere bene, di vedere lontano e questa gioia è più accessibile, al poeta e al pittore, anche se Bachelard nel suo libro accorda più importanza al poeta. Del resto gli sfuggiva che il pittore ha una poesia tutta sua, non soltanto visibile ma invisibile dove la parola stessa diventa visione. È lo sguardo che abbraccia la parola e diviene visione, principio cosmico. Non è forse un cosmo che il pittore vuole farci contemplare e non è forse il medesimo lo stesso cosmo dei poeti? Ciò che li accomuna è proprio il progetto poetante, la réverie poetica. Tutto ciò che brilla vede e non c’è nulla al mondo che brilli più di uno sguardo, così si traduce il teorema della réverie di visione. Il sognatore ad occhi aperti non è passivo nella contemplazione ma si fa corpo del mondo. Nella vita cosmica, immaginata, immaginaria i diversi mondi spesso si toccano, si completano. Le réverie dell’uno spesso chiama la réverie dell’altro. L’uomo nella réverie si ritrova a incontrare il cosmo. Quel cosmo il cui lo spazio è senza orizzonti, in cui il soggetto si perde e si ritrova nei suoi elementi ancestrali. Qui il presente si confonde con il passato una verticale che ci fa incontrare esseri sconosciuti, disincarnati ma dei quali conserviamo traccia. La réverie poetica è questo cortocircuito fra l’esperienza quotidiana e l’aldilà, il che ci fa vivere momenti di straordinaria bellezza. È di questa che abbiamo bisogno senza di essa il fare dell’arte diventa spento, esercizio retorico e banale della ripetizione standardizzata. Nell’epoca delle nuove tecnologie robotiche avremmo bisogno di un tuffo nel cielo, sognare non macchine, ma universi ancestrali, mondi, isole, le prime parole. È la réverie poetica che ridà vita al mondo.
Ho sfogliato il libro con ingordigia. Ai miei tempi giovanili era molto letto e citato, ora sembra sparito inghiottito da quella melma oscura dei social, degli schermi, della realtà virtuale, Una malinconia ha afferrato la mia anima scorrendo quelle pagine che avevo sottolineato cercando di catturarne il senso, Mi sono sentito come un assetato appena arrivato alla fonte di Lethe, il fiume della dimenticanza narrato nel mito di Er di Platone nella Repubblica. Occorre bere poco l'acqua del fiume per ricordare, chi beve troppo dimentica tutto ed è costretto a reincarnarsi. Il flusso della memoria mi invitava a non bere di quell’acqua altrimenti avrei perso quel dono di conoscenza poetica e sarei dovuto tornare indietro, Mi sono trattenuto. Mi è sembrato che l’acqua e il cielo si fossero congiunti in quella malinconia. Ho portato con me quel libro come fosse un pharmakon tra cura e veleno come sostiene quell’altro importante libro di Derrida, dal titolo la Farmacia di Platone. Poi l’ho riposto in fila fra i libri che si erigevano verso l‘alto come cimeli, cattedrali nel deserto. Ricordare è rivivere insieme il passato, il presente e il futuro in una réverie poetica. Questo è il senso della nostra esistenza. Ora devo solo cambiar casa.
Immagini: Opere e installazioni di Francesco Correggia