Wednesday, April 13, 2022
La guerra e il che fare degli artisti
Viviamo in un mondo di catastrofi ma sembra che nessuno se ne accorga. Ce ne accorgiamo quando assistiamo da casa nostra seduti su una poltrona alle ultime drammatiche vicende di guerra dai nostri televisori, dai giornali e dalle cronache. Si accendono di nuovo dibattiti televisivi interminabili. L’onda emotiva prende tutti e molte volte si smette di ragionare. Se qualcuno prova a farlo allora si viene subito colpevolizzati come complottisti, filo russi. La guerra che avviene proprio in Europa ai confini con la Nato fa strage di civili inermi e incolpevoli. Semina terrore e non si sa quando si fermerà. Il rischio è che possa estendersi su tutta l’Europa e tutto il mondo con l’aggravante di uno scatenarsi di una guerra nucleare senza controllo che non avrà né vincitori né vinti; è tutta l’umanità a perdere e ad avviarsi verso un’estinzione di massa. Ciononostante proseguiamo con le nostre abitudini schierandoci come abbiamo fatto con il vaccino anti Covid. da una parte o dall’altra, sostenitori e detrattori. Seguiamo i talk show televisivi, avvertiamo il pericolo ma poi ricominciamo a sragionare, a fare quello che facevamo prima. Bisogna riconoscere e non c’è bisogno degli esperti televisivi per dirlo che ci si trova davanti a quattro grandi emergenze: i cambiamenti climatici, gli immigrati morti in mare, la pandemia che non ha smesso di diffondersi e la guerra che è anche guerra di notizie, di falsificazioni, di immagini. E’ una guerra dove lo schermo, il web, i social, le tecnologie infestano le nostre vite, la fanno da padrone e orientano le nostre idee.
Le povere vittime civili sono esibiti a dimostrazione della ferocia dell’avversario. Ora non c’è ombra di dubbio che la guerra è dovuta all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e che le vittime civili uccisi e abbandonate sulle strade sono reali, sembrano vere e proprie esecuzioni e non una messinscena, una fiction costruita appositamente per l’occidente. Non c’è bisogna di una grande intelligenza per ammetterlo come è anche vero che l’invasione non è andata come sperava Putin, ora considerato il più acerrimo nemico dell’occidente. Come forse non era lui l’amico con cui trattare, comprare, scambiare? Certo Putin è da ritenersi senz’altro colpevole non solo della guerra ma di non essere quel maestro di calcoli strategici ed imperialistici cui molti osservatori di politica estera sembravano attribuirgli. Ci siamo sbagliati e solo l’America aveva ragione mettendoci in guardia. Considerazione amara questa ma piena di risvolti, di dichiarazioni e prese di posizioni direi stupide e retoriche come quelle di un guerrafondaio come Edward Luttwak. Un’analisi chiara e approfondita certo andrebbe fatta anche da un punto di vista geo economico oltre a quello geopolitico e militare prima di fare come gli struzzi. Soprattutto occorre che i dibattiti televisivi siano curati con una certa oggettività e rigore scientifico, evitando di invitare sempre gli specillasti del regime comunicativo e della confusione che alterano le notizie ed esasperano gli animi. Ahimè assistiamo invece ancora una volta ad un doppio fronte: quelli schierati per farla pagare a Putin con sanzioni, rifornimenti di armi al paese sotto attacco e quelli considerati pacifisti, non convinti che continuare a mandare armi all’Ucraina sia la soluzione migliore. Gli ultimi considerati pericolosi e contro l’occidente solo perché cercano di ragionare. Sembra anche questo un modo di dividersi terrificante.
Non aggiungo niente sul ruolo dell’Europa che sembra schierata pedissequamente su posizioni di difesa/offesa dei suoi confini, sull’invio di armi e sull’applicazione di sanzioni sempre più dure verso la Russia. Invece che adottare una politica autonoma con una propria difesa, una propria posizione rispetto alla fase di espansione della guerra, una diplomazia più efficace, sembra che l’Europa si adatti alla visione dell’America, alla sua concezione dell’occidente e del mondo. Come si fa a non capire che se continuiamo su questa strada di scontro fra occidente e oriente prima o poi ai nostri confini ci scappa l’incidente e poi cosa facciamo invadiamo la Russia per difendere le nostre libertà, la nostra democrazia? Intanto la flotta russa è già in mediterraneo e le navi Nato sono anche loro lì a fronteggiarla Insomma una follia diffusa.
E l’arte cosa fa oltre ai concerti per la pace? Gli artisti visivi in modo particolare in che modo rispondono? Stupendo, non poteva mancare il solito artista della comunicazione che guarda al domani a ricordarci che l’arte deve tornare nella realtà. Certo, costui ha ragione ma dimentica di dire che la realtà cui forse si riferisce è quella del denaro, del mercato, della moda, della sudditanza dell’arte al potere economico e finanziario e non alla realtà vera, a quella che richiede uno sforzo, una scelta, un impegno. Certo l’arte non può più rimanere ancorata ad una vecchia ideologia borghese, ad una dimensione romantica e ottocentesca, Gli ultimi anni hanno azzerato la dimensione critica, problematica dell’arte, il suo rapporto con la realtà sociale e ambientale. Stranamente essa si è addomesticata. Con la locuzione arte contemporanea ha cessato non solo di rivolgersi alla storia ma anche al pubblico, alle persone, ai problemi. Design, moda, arte e comunicazione sono andati a braccetto dimenticando ogni forma di impegno civile. Che fare?
Né possiamo dire che l’arte contemperane sia estranea ai processi di trasformazione in corso, alle dinamiche del mondo, alle guerre, alle disfatte, alle utopie. Essa, a differenza di quando Mario Merz aveva scritto nel lontano 1969, che fare su una sua opera, non esiste più un pensiero sull’arte. L’arte contemporanea è ovunque in qualsiasi luogo e in nessun luogo. Sfida le leggi della contraddizione, si rivolge a se stessa ripiegandosi nel suo esserci qui nell’istante e nel mercato istituzionali ed economico. Cosa vogliamo di più ora che tutto è in pericolo? Recuperare la vecchia formula del realismo o fare della realtà la bandiera del proprio protagonismo? Continuare a fare pubblicità, invadere Instagram, fare comunicazione trasversale, prendersela con i media?
Davanti all’orrore non c’è una risposta certa e irrevocabile, capace di scuotere le menti, fermare il ritmo e la velocità con cui ci consegniamo al disastro, a questo e ad altri disastri che aleggiano sul mondo, né serve correre in Ucraina a portare soccorso e sperare che qualcuno si accorga di noi come artisti impegnati per la pace. Serve un cambiamento totale delle nostre abitudini, del modo di concepire l’arte, i suoi spazi, le sue tensioni e di essere nella realtà. Occorre una dimensione politica dell’arte, una riflessione, un impegno degli artisti per la pace. Smetterla con le fiere dell’arte e le civetterie, uscire dal regime in cui si è incanalata. Ricostruire piuttosto che distruggere, riguardare la storia. Saperla leggere sarebbe già qualcosa. Infine occorre che l’arte esca dal guscio del contemporaneo, dal regime finanziario comunicativo, dal suo narcisismo autocelebrativo e ritrovi il suo rapporto con i contenuti quel che un tempo si chiamava il senso. Bisogna che si riavvicini al pubblico con pudore e fragranza poetica.
Bisogna che l’arte ritorni a farsi pensiero sul Mondo e pratica del suo stesso fondamento e impari a incontrare l’altro, a riconoscerlo, a diventare strumento critico. La domanda sul che fare ora assume un senso meno neutro, meno generalista ma più consapevole rispetto alle immagini e ai disastri del mondo se ne intravediamo lo sfondo dal quale l’interrogazione si pone. L’autoconsapevolezza degli artisti e la loro presa di posizione rispetto alla guerra e ai disastri incombenti non sono solo realismo, nel senso di un ritorno alla realtà ma responsabilità civile, etica ed estetica. Essere nella realtà significa, dunque, raggiungere una sintesi tra artista, opera, personaggio e momento storico.
Immagini:
1 Francesco Correggia
2 Francisco Goya, Tres de Mayo, 1814
3 Ozu, fotogramma dal film Erbe fluttuanti, 1959
4 Immagine di Zelensky
5 Fuking Hell di Jake e Dinos Chapman,
6 Mario Merz, Che fare, 1969
7 Maurizio Cattelan impiccato presso Massimo De Carlo
8 Francesco Correggia legge Antichi maestri di Bernhard ad un pittore in ostaggio
Thursday, March 10, 2022
Venti di guerra nell'emergenza climatica ed ambientale
Stiamo appena per uscire dalla pandemia e un altro disastro, anche questo catastrofico, appare all’orizzonte. Lo spettro di una possibile terza guerra mondiale sembra ora farsi avanti. Qualcosa d’impensabile fino a pochi decenni fa si mostra come un’eventualità da non scartare. In che modo questa remota ipotesi oggi, nell’era nucleare sembra farsi avanti, nonostante lo spettro dell’annientamento globale e di un’estinzione di massa. L’essere umano ancora una volta sembra fare i conti con sé stesso, con la propria stupidità, con l’incapacità a ragionare e a riflettere sui propri pregiudizi, sulla sua ansia di dominio globale.
Questa guerra, poiché di vera guerra si tratta, tra l’Ucraina e la Russia si pone come qualcosa di irrisolvibile, Non si tratta della solita crisi né di qualcosa che si possa risolvere in qualche settimana. Anche questa guerra ancora limitata a quell’aria geografica, ma che minaccia anche tutta l’Europa, coinvolge i cittadini ucraini inermi. Appare ovvio che si tratta di un’invasione delle truppe russe ed è altrettanto evidente che l’Ucraina come nazione libera e indipendente ha tutto il diritto di difendersi. Quali sono i meccanismi che l’hanno scatenata? E’ solo la follia di Putin, il suo tentativo non tanto nascosto di ricreare un’egemonia russa, un’espansione che ha come finalità quella di creare un impero di antica memoria?
Qui le cause vanno trovate in una dimensione non solo di ciò che per noi occidentali appare come una follia, una malattia, una provocazione, un crimine ma anche in un contesto storico ben definito e in una logica geopolitica differente rispetto a quella con la quale eravamo abituati. Il nostro mondo è fatto di equilibri, di crisi e risoluzioni, di sistemi che sempre si rinnovano. È proprio nella capacità del genere umano ad adattarsi e cambiare che consiste il nostro successo come specie.
Ciò che è accaduto in questi ultimi anni nelle strategie di adattamento e nel tentativo di ricreare nuovi equilibri internazionali mi sembra sia stato fallimentare. L’Europa non solo non è mai decollata veramente ma i suoi interventi si sono dimostrati fragili e senza una vera capacità di mediazione.
Al di là dei nobili scopi su cui l’unione europea si è fondata non si è mai riusciti ad avere una sua vera politica indipendente da altri interessi, una propria forza di difesa, una coesione salda e responsabile. Unione europea e Nato hanno finito per identificarsi. Lo scopo della Nato era di difendere i paesi occidentali dalla minaccia dell’Unione sovietica, mentre l’Unione Europea nasceva su principi di solidarietà, sul rispetto della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza e del rispetto dei diritti umani. Sono tutti principi ancora lontani dall’essere realizzati. Intanto lo strano equilibrio fra il mondo occidentale e quello orientale fondato sulla minaccia nucleare e sulla capacità delle nostre democrazie a esportare libertà e sicurezza si è logorato.
Tutto è cambiato. Ora lo scenario presuppone logiche interpretative completamente differenti da quelle del passato. Bisognerebbe mettersi tutti insieme intorno a un tavolo e ragionare sulla questione cercando nuovi equilibri, nuovi sviluppi rispetto alle problematiche attuali. Prima di farlo però bisogna sapere ascoltare bisogna essere disposti ad ascoltare. Ed è proprio quello che non si sta facendo e che non riusciamo a concepire. Né possiamo pensare che le altre urgenze siano scomparse. Sono le nuove emergenze del clima, dell’ambiente, della salute del nostro pianeta rispetto ai suoi ecosistemi ma soprattutto è la nostra possibile estinzione come specie, se continuiamo a ragionare come prima, a doverci preoccupare.
Questa guerra non può che risolversi affrontando le vere urgenze planetarie oltre che ridisegnare nuovi equilibri internazionali, le nuove mappe di influenza nel rispetto dell’indipendenza dei popoli che abitano questo pianeta. Queste questioni dobbiamo saperle affrontare tutte insieme. L’una richiama l’altra e l’altra ha una ricaduta sul resto dei problemi. Gli sforzi per aprire un dialogo da parte delle nostre diplomazie sono molto parziali e molte volte ruotano ancora secondo vecchi schemi. Secondo principi inutili e tortuosi. E’ chiaro che così ci si avvicina a una terza guerra mondiale che per tutti noi vorrebbe dire la fine della nostra specie e non solo delle nostre acciaccate democrazie.
Il nervo più esposto che sembra alimentare l’incomprensione e lo scontro è il modo con cui i media affrontano tale questione. Mi riferisco soprattutto al mezzo per eccellenza, quello più popolare e seguito, la televisione. Ho già espresso i miei dubbi sulla dimensione oscena, generalista della comunicazione televisiva. Non solo riconfermo questi miei dubbi ma posso spingermi ad affermare che siamo sotto un regime della comunicazione che occlude le menti, che censura ogni sguardo e dibattito che non sia quello basato su logiche oppositive, emozionali e spettacolari, desueti e tristi. È alquanto angoscio e fuorviante assistere a questo spettacolo indegno di una società che si professa libera e democratica.
Senza qui dovermi soffermare sulla politica attuale che in questo paese sembra non esserci più. Non esiste, cioè, il concetto di un fare politica concepito come servizio, vorrei qui affrontare brevemente il tema del servizio pubblico televisivo che in queste due ultimi disastri, la pandemia e la guerra è stato assolutamente disinformativo. Quanto questo mezzo abbia abbassato le nostre capacità di lettura sulle cose e di giudizio etico ed estetico è sotto gli occhi di tutti ma ora esso ha raggiunto una fase di regressione totale rispetto alla verità.
Il solipsismo televisivo prevale come messaggio e sembra alimentare lo stato di confusione, di emozionalità pericolosa. Ai virologi che imperversavano in televisione fino a qualche settimana fa si sono sostituiti i generali, gli strateghi della guerra. Sembra che si voglia alimentare una specie di adesione a una possibile guerra globale invece che favorire un dialogo con la controparte. Ad una guerra contro la pandemia ora si è sostituita una guerra anche se economica contro la Russia. È come se ci stessimo preparando all’ineluttabile, come se la guerra fosse la sola via da percorrere. Così si alimentano lo scontro e i pregiudizi invece che fermarli.
Insomma Putin è improvvisamente impazzito o era pazzo anche prima, quando tutti andavano a riverirlo e a concludere affari? Questo sembra emergere dagli attuali dibattiti televisivi: l’espansione dell’impero russo, la terza Roma come sostiene Cacciari, sempre più spesso in televisione a presentare i suoi nuovi libri, o la totale sottomissione dell’Ucraina a cui va tutto il mio rispetto e simpatia. Insomma ben poca cosa rispetto alle vere ragioni di questa guerra.
La nostra responsabilità rispetto a quanto accade è enorme. Il fatto stesso che emerga solo oggi il tema della responsabilità verso le generazioni future e che una guerra sia ancora possibile con la presenza di armi di distruzione di massa significa che non siamo proprio sicuri che le nuove generazioni avranno uno standard di vita migliore, anche se sapranno far tesoro delle nostre esperienze. L’ipotesi di una fine di tutte le cose è quanto mai reale ed è per questo che l’Europa deve volere questo incontro, questa specie di tavolo comune con tutte le parti in causa. Anche se dobbiamo farlo con chi ci appare come un pazzo, dobbiamo capire le sue ragioni, le nostre le sappiamo già. Lo dobbiamo alle future generazioni. La Terra non è di nostra proprietà ma ci è data in prestito. Ne emerge una consapevolezza inedita e non prevista: togliere futuro a chi verrà è il vero crimine contro l’umanità. Cerchiamo di uscire dalle nostre solite gabbie interpretative e cominciamo ad usare l’intelligenza, la ragione e l’immaginazione.
Immagini:
1 Francesco Correggia, Omaggio al popolo Ucraino, olio su tela, 50x60, 2022
2 Immagine guerra
3 Immagine guerra
4 Richard Oelze expectation, 1935
5 Liu-zheng, Nanjing massacre waxwork in a memorial museum 2000
6 David Nebreda, tavolo
7 Cacciari, durante un programma televisivo sulla guerra in Ucraina
8 Il museo di Kiev mette in salvo le proprie opere
9 Nebuolosa di Orione
10 Donald Sultan Mimosa 2000
11Francesco Correggia, preghiera, 2017
Monday, December 27, 2021
conclusioni inaspettate
Nato alle ore 12,30 del 27 dicembre del 1949 sono stato registrato all’anagrafe del comune di Catanzaro il 3 Gennaio 1950. Questa che sembra una dimenticanza di poco conto mi ha accompagnato per tutta la vita. Nell’intento di mio padre avrei dovuto guadagnare un anno rispetto al servizio militare in realtà più che allungare la mia vita sono cresciuto fin dai primi anni con l’idea del suicidio in testa. Così come mi hanno accompagnato per tutto questo tempo una sistematica ricerca della verità e un’esistenza sempre in bilico tra l’incertezza e la voglia di viaggiare per sottrarmi al male di vivere. In questo senso la cosa e cioè l’esistenza e la navigazione in mare, l’amore per l’arte, il quadro e la lettura si sono incontrati a livello tale che molte volte il viaggiatore, il pittore e lo scrittore si sono intrecciati lasciando il mio io quasi nullificarsi rispetto ad una dimensione sempre altra e inciampando spesso in una specie di pessimismo verticale.
Così oggi sarei tentato a mettere la parola fine alla mia attività di blogger e forse anche di scrittore. Credo di avere esaurito, ogni mio tentativo, ogni mio desiderio di scrivere quel qualcosa che valesse la pena di essere letto, quel qualcosa che sembrava mancare alla pittura, ma anche all’arte tutta. Il non avere lettori mi costringe ora a sostenere che il mio è stato un fallimento reale e non una mia interpretazione pessimistica della vita. Era al lettore che erano rivolti i miei scritti o a un ipotetico lettore che forse ero io stesso aspirante suicida?
Con questa specie di dubbio e di abbandono dipingo le mie ultime tele. Mi avvio ad un periodo di silenzio, di disperazione felice che mi fa dire: se nessuno mi legge, come nessuno sembra comprendere la mia pittura tanto vale smettere. Questa conclusione comunque rimane sospesa e apre un’altra riflessione, quella che ha accompagnato tutta la mia vita, quella sulla morte e sull’esilio. Morire vuol dire anche sentirsi eternamente in esilio e al contempo non occorre suicidarsi per morire. Levarsi di vita vuol dire anche fare a meno del mondo, sottrarsi al suo aspetto spettacolare, alla comunicazione e alla presenza il che non coincide sempre con la decisione di morire. Farla finita, praticare la distanza è piuttosto un alto esercizio di virtù, significa allontanarsi da tutto ciò che ci costringe a vivere: dalla vita come suggestione, come competizione, produzione, professione di eternità.
Pensare al suicidio non vuol dire suicidarsi per davvero ma pensarlo in ogni sitante della propria vita come uscita dal mondo, possibilità. Non si tratta una vigliaccheria per nascondere un fallimento o un voltare le spalle al vero morire, ma qualcosa che si compie qui, nella vita di tutti i giorni, nell’affanno, nella rinuncia e sofferenza ma anche nella gioia. Tutto è vano sembra indicarci il libro di Qohelet. Le sue parole appaiono ancora scandalese non per quello che dicono e che trasportano come materia corrente di interpretazioni già al suo tempo in ambienti religiosi, ma per la loro drammatica presenza, direi per la loro funzione disvelatrice.
Sul tutto è calata la nebbia. Niente redenzione e salvazione dalla corruzione ma proprio il nulla, il sempre ostinato silenzio che è già qualcosa ma non acquieta il nulla. Piuttosto dovremmo essere noi a interrogare noi stessi nel vuoto della natura umana. L’importante è non aspettarsi niente, morire ogni giorno con pazienza e umiltà. In questo senso anche lo stare da soli o vivere in solitudine, in silenzio, senza un amore, una speranza, può essere di fatto una condizione felice: un vivere per sé e in sé, il che è anche, come pensavano gli stoici, un vivere per altro. Niente di nuovo sotto il sole.
Chi cerca il suicidio nasconde un male ancora più oscuro del desiderio di morire o di quel nulla che sembra aleggiare nelle parole del libro e nella condizione dell’esiliato. Esso, in realtà, porta il proprio egoismo ad una vetta ancora più alta e cioè alla consapevolezza dell’inutilità dell’opera, della ricerca della verità anch’essa vana. Vi prego non fraintendetemi non intento suicidarmi. Vi sono gesti nella vita di ognuno di noi, gesti irreparabili e irresponsabili, No, non amo i grandi gesti risolutivi anche se da giovane pittore praticavo l’arte gestuale.
Preferisco cambiare casa ogni qualvolta mi si presenta il dubbio, ovvero ogni volta che dall’idea si è quasi portati alla pratica, dove il suicidio diventa una necessità, espressione umana di consapevolezza della vanità. Così in questi ultimi venti anni ho cambiato molte volte casa, affrontando traslochi paurosi di libri e quadri. Trascurando quei brevi periodi della mia vita in cui ho abitato per poco tempo dopo il mio arrivo a Milano nel 1985 in appartamenti precari; dagli anni novanta in poi ecco l’elenco di case dove ho abitato all’incirca per più di due anni: Via Gramsci Cormano, Palazzo Pozzo Bonelli Vermezzo, a Milano in Via Villoresi, Via Lorenteggio, Via Rubens, Via Poggibonsi, via Panizzi, via Faruffini, via Brembo. Ho avuto studi di pittura che hanno resistito un po’ di più come in via Cirillo, Ripa di porta ticinese, Via Gaetano Previati. Poi ho dovuto ricavare il mio studio di pittura a casa, o meglio è stata la casa a diventare il mio studio, Tutte scappatoie o mancanze che lasciavano aperto un qualche spiraglio di cambiamento. Ciononostante nessuna casa era in qualche modo adatta a guarirmi dal mal di vivere.
Abitare voleva dire vivere senza pensare alla morte senza praticarne l’idea come soluzione finale, rimandandola di volta in volta, per quel vuoto che è abbandono al niente qui su questa terra e non altrove. Ciò che attrae è proprio quel nulla che invece di rigenerarsi ci offre inaspettata la bellezza, quella dei segni, quella che sta al di qua e al di là delle cose, non oltre. Sono loro che restano e riempiono di senso la nostra vota. Sono i segni che lasciamo e che non appartengono più a noi a farci uscire dall’ineluttabilità della fine. Essi sono i veri corpi del destino che si depositano nella storia umana e collettiva di ognuno di noi. Forse questo c’è qualcosa oltre, non è altro che la bellezza del segno, questa sinfonia della significanza, liberatoria di umanità.
L’etica non è più imperativo morale, imposto da una trascendenza che ci domina, da una sorta di valore escatologico ma questo iscriversi dei segni nella tavola del diritto umano, nella congiunzione del destino umano non più con il vuoto ma con lo stesso senso della vita. Il valore sarebbe inseparabile da questa etica del diritto ai segni, del diritto alla vita come lascito, donazione. Da sotto la terra non si rinasce e il cielo rimane inalterato, è sempre un sopra che non vedremo mai, ciononostante l’opposizione fra cielo e terra, segno e immagine va superata e noi abbiamo di pretendere il diritto alla significazione.
L’uomo stesso è un segno, non tanto del divino ma del suo essere segno, del suo portarlo, del suo mettersi in cammino verso un segno e ancora un altro segno. Sono i segni a sfidare la morte e a ergersi non solo come testimonianza ma come tepore e significanza, verso quel Dio che da tempo ci ha abbandonati o forse siamo noi ad averlo fatto. Non è con il mostrarsi nel palco dei protagonisti, degli emergenti e celebrati artisti dell’arte contemporanea che ci si avvicina a quella pienezza dell’essere sempre in bilico con il nulla, a quella sostanziale presa sulla realtà, che esprime il corpo dell’arte, ma nel lasciare un segno, seppure breve di un’interpretazione, l’istanza di una relazione di rappresentanza. E’ proprio questa relazione che misura il nostro tempo.
La bellezza autentica, sempre che nel nostro mondo possa esistere qualcosa di autentico, non è altrove ma sta nel nostro diritto ai segni, nel lasciare segni che si iscrivono nella geografia del senso e del tempo duraturo. Ciò dovrebbe essere il compito di un pittore e non il sorvolio fragile della sua passione verso la pittura oppure l’attività frenetica del proprio esserci nell’immanenza della comunicazione pubblicitaria, come un vero artista professionista. Questa è la ragione per la quale sarei tentato dall’assenza a non dalla presenza. Forse è arrivato il momento di cambiare ancora casa e riprendere quell’antica distonia dell’esistenza, di creatura inciampante tra senso ed essere.
Immagini
1 Francesco Correggia , letture, MAON, 2019
2 Georges de la Tour, Maddalena penitente, 1640
3 Von Ruisdael, la grande foresta, 1655
4 Paul Cezanne: Roches pres des grottes au dessus du chateaux noir, 1904
5 Foto di Egoni Schiele, 1914
6 Kazimir Malevich, White on White , 1918
7 Mark Rothko Blue Over Red, 1954
8 Makoto Fujimura, Banquo’s dream, 2012
9 Albert Oehlen, senza titolo, 1994
10 Cristopher Wool, senza titolo, 2000
11 Ursula Matinez, Hanki Panky, 2002
12 Francesco Correggia, bianco con cancellatura, 2009
Sunday, November 21, 2021
Cultura ed etica nell'arte contemporanea
Di nuovo cultura ed etica appaiono disgiunte in questa dimensione di post-coronavirus. Anche se sembra che la mortale pandemia sia stata sconfitta, non è così. Non è stata sconfitta e forse dovremmo conviverci ancora per molti anni, Penso che si possa parlare di un’epoca post coronavirus che segue l’epoca post moderna che a sua volta aveva soppiantato quella della modernità. Abbiamo più volte sostenuto che dopo questa pandemia il mondo non sarebbe più stato come prima, ma non abbiamo detto in che modo sarebbe cambiato. Abbiamo lasciato la domanda in sospeso ma al contempo abbiamo pensato che i cambiamenti maggiori sarebbero avvenuti non solo in ambito economico, finanziario e politico ma anche in quello dell’arte contemporanea.
Ancora più significativa appare la ricomparsa della separazione tra cultura e natura ora palesamene evidente e problematica con i cambiamenti climatici, la necessità di politiche economiche adeguate e una sostanziale riconversione industriale ed energetica. Tutte questioni che mettono in risalto non solo un impegno etico da parte delle Istituzioni politiche europee ma anche una trasformazione culturale dei modi con cui percepiamo il mondo e la realtà. Ecco che come aveva intuito Georg Simmel l’uomo deve abbandonare quella separazione fra etica e cultura che ancora domina il soggetto. Scrive Simmel: “Esse sembrano pretendere, con inesorabile assolutezza, l’uomo tutto ed ambedue proprio con piena oggettività: la cultura con l’oggettività di un’opera d’arte, che esige un abbandono senza riserve, l’etica con l’oggettività che è insita nel concetto assoluto della volontà buona, nel carattere dell’etica del dovere. Concepiti in tal modo questi due concetti circoscrivono l’ambito totale dello spirito”.
La questione non sta solo nei termini di una responsabilità comune che è anche istanza di libertà e dovere, ma in una riconversione dei valori che investe tutti e tutto, cultura ed etica, da una parte e cultura e natura dall’altra. Certo si tratta di ambiti di un sapere che la modernità aveva già affrontato e in qualche modo risolto con Rousseau, Fichte, Kant ma ora gli stessi concetti appaiono non solo rovesciati ma quasi incomprensibili rispetto alle attuali pratiche sociali come il web e le piattaforme digitali. Il mondo standardizzato e in rete ha separato ancora di più etica e cultura che appaiono ora opposte l’una all’altra. I media non fanno altro che ampliare questo disordine e alimentare la totale assenza di virtù etica nella comunicazione e nelle analisi socio economiche.
Occorrerebbe aprire una seria discussione sulla validità di tali sistemi o almeno concepire una riflessione sui modi del vivere quotidiano dove l’uomo cioè il soggetto possa in qualche modo avvalersi di tale sistemi e non esserne soggiogato, represso, dominato. Invece non accade assolutamente nulla. Sembra che al margine di tale situazione ci sia solo l’abisso che non è il vuoto da cui poi si rinasce e si ritorna ma la totalità nullificante dell’inerzia, l’annullamento di quello spirito assoluto che ci aveva fatto credere che esista una possibilità etica, discorsiva e soprattutto , un’arte capace di rinsaldare lo spirito con la natura, l’essere con il tutto. Non , dunque, quell’inerzia angosciosa che apre ad una dimensione letteraria e poetica ma il totale annullamento di quella coscienza che appartiene all’essere umano, al suo vivere con la natura, con la sua essenza. e non solo col suo apparire: non solo come essere di natura ma come coscienza indivisibile dalla natura tutta. A quanto sembra è proprio questo margine che si è rotto. Ora dilagano i torrenti. I fiumi si sono gonfiati, il mare conquista pezzi di spiagge e le inondazioni sommergono interi quartieri e pezzi di paesaggio mentre continuiamo a celebrare i riti speculari della bellezza.
Ciò che l’uomo aveva sapientemente coltivato ora vien distrutto. Perfino l’arte, l’ultima frontiera umana di una possibilità ne è stata contaminata. L’arte rimane confinata nel mondo oggettivo della sua storia, per essere vista, guardata seppure distrattamente da una miriade di turisti assetati di immagini. E’ stata disattivata da un punto di vista del suo corpo, della sua carne, del suo contenuto culturale e della sua stessa portata etica e sociale,. L’artificiale ha inglobato lo stesso reale, la stessa natura significativa, di senso dell’arte. Richiamarsi al senso di un’opera, al suo significato o contenuto appare come fuori luogo si rischia di passare per vecchi bacucchi.
Per quanto riguarda l’opera d’arte contemporanea la rigidità del vecchio sistema e la sua crisi non è solo evidente ma disastrosa da un punto di vista dell’etica. Nell’epoca del post-colonialismo e del post-coronavirus l’arte contemporanea fa prodigi di menzogne, di ferocia indistinta. La crisi che, da tempo ha invaso il sistema dell’arte a partire dalla galleria e il prevalere delle vendite on line, delle fiere, dei massimalismi di mostre istituzionali, sembra non trovare uno sbocco autentico, una sua dimensione etica là dove essa si rinsalda nel presente con la storia, con la cultura, appunto con lo stesso corpo dell’arte che è poi carne e sangue della pittura.
Siamo lontani non solo da ogni epica. Esserne lontani significa non avere più valori fondanti e neppur valori nuovi da condividere, quelli formali, linguistici, etici, discorsivi. Lontano da ogni senso e da un’etica dei valori, tutto si riduce ad una pochezza espositiva, ad una celebrazione narcisistica di una narrazione superata, desueta, priva di spiragli di luce, di parole, di tristizia lieta e feconda. Siamo nella melma. Il valore etico deve sussistere come valore particolare nella funzione dell’agire stesso dell’arte. Deve trovarsi cioè nel motivo, nel principio vitale del volere. Il volere stesso, scrive sempre Simmel, è etico, non il valore e contenuto distaccato. Non è che venga realizzato un contenuto il cui valore viene accettato da qualche parte, è l’eticamente fondato di valore, bensì che il contenuto venga realizzato.
Ci sono dunque contenuti che possono venir realizzati soltanto attraverso la volontà etica e divenire così specificamente etici ed estetici. E’ così accade che l’etica nell’arte non è solo una questione di rapporto fra etica ed estetica, etica e cultura ma il fondamento stesso dell’agire che fa, diviene contenuto. La dimensione linguistica di questo agire non è più sufficiente nella scala dei valori della pittura in particolare e dell’arte in generale poiché essa deve essere intesa all’interno del contenuto stesso, all’interno cioè di quell’etica del volere che è la vera essenza dell’arte. Così l’estetica si ritrova a essere specchiante di quell’etica.
Ritrovare di nuovo un rapporto dialettico che sempre si rinnova e riposiziona tra etica e cultura, etica e dimensione tecnica, etica ed estetica, cultura e natura ora appare quasi ineludibile nel nostro rapporto con la dimensione tecnologica e la stessa prassi digitale del contemporaneo. E’ qui che si misura la capacità dell’essere umano, di potere invertire la rotta del disastro. E’ ancora l’arte, la stessa parola dell’uomo ad aprirci ad una nuova interiorità. Sono gli stessi artisti ad essere chiamati a questa nuova responsabilità fatta di contenuti ed eticamente discorsiva. E’ in questo senso che si può dire che l’arte contemporanea, diventa pubblica, apre, cioè, una conversazione autentica con lo spettatore, un aspetto relazionale con chi guarda l’opera contemporanea e la interroga comprendendone i contenuti.
Immagini:
1 Francesco Correggia, fermo immagini da video performance, cambiamenti, 2000
2 Allan Sekula, boy looking at his Mother
3 David Medalla, Biennale 2017
4 Rikrit Tiravanija, A condition of experience, 2019
5 Jean Jacques Lebel, Alchetron, 1969
6 Jan Budaj, the lunch, 1978
7 Santiagio Sierra, Tate shots 2008
8 Tania Bruguera, calinca, 2014
9 Terry Atkinson, Two Software, Greaser, 2013
10 Francesco Correggia, Un cordone ombelicale mi lega ai libri, Marginalia, 2021
Wednesday, September 8, 2021
Il salone del mobile e del Design, il mercato della stazione centrale e quel che resta della bellezza
Dopo un anno di sospensione a causa del Covid ha riaperto a Milano il salone del Mobile e del Design. Assistiamo alla solita baraonda per le strade di Brera dove si tiene il fuori salone. Come se non fosse accaduto niente e la terribile pandemia , fra l’altro non ancora esaurita, non ci avesse insegnato nulla. Si ha tanta voglia di tornare come prima, a essere felici che si dimentica tutto il resto: la pandemia, la povertà, il cambiamento climatico, le emergenze ambientali, l’Afghanistan, i talebani. Alé divertiamoci e consumiamo come prima nel nome dei mercati, della produzione e della transizione ecologica. E’ sempre il design la stella che fa da guida creativa al benessere, che ci induce allo svago. Questo design spento, incapace di esprimere il mondo, Esso è ancora una volta il segno di un élite che si crogiola del suo mondo nel nome di un artefatto recupero di materiali sostenibili, riciclati o ancora peggio nel nome dell’arte.
In realtà queste manifestazioni sono il palcoscenico della falsità, la bottega dell’ipocrisia, della standardizzazione. Esse sono un surrogato di realtà, menzogne a ciel aperto. Se poi vogliamo dire che qui si mostra la bellezza. Ancora una volta si afferma il falso. Quasi in contemporanea alla riapertura del salone del mobile alla stazione centrale si festeggia un altro grande evento. Al lato della stazione dove prima c’era un semplice supermercato si è inaugurato il mercato della stazione centrale. Il mercato di 4.500 metri quadri su due piani raccoglie 29 botteghe e tutte le migliori firme del cibo milanese, dalla panetteria alla pescheria al ristorante con le carni prelibate, passando per i dolci, la pizza e il cibo etnico. Esso si ispira a quello di Firenze e di Roma e altri progetti simili sono in corso. Si sostiene che Il messaggio è quello di riqualificare aree urbane in disuso trasformandole in luoghi attraenti, altamente desiderabili, per i quali cittadini, turisti e passeggeri siano disposti a fermarsi, spendere, addirittura cambiare meta, per la spesa o per il pranzo. Quanto questa posizione sia superata e anacronistica nelle attuali condizioni socio economiche è fin troppo evidente. Si vede che la tendenza è quella di fare dell’Italia una grande stazione ferroviaria della ristorazione e dei piaceri della gola. Sarà questa la tendenza dello sviluppo economico ed ecologico del nostro paese, la narrazione delle nostre delizie culinarie? Nello spazio all'interno dello scalo ferroviario si trovano bar, locali e angoli per gli eventi e la socialità. Gli spazi sono stati lasciati quasi intatti con interventi murali di scrittura, scarabocchi slogan ed epitaffi. Gli interni invece sono stati ben ristrutturanti con un design corrispondente alle tendenze in voga.
Nei lunghi corridoi sia al piano interiore che superiore ruotano una catena di offerte culinarie di tutti i tipi con i marchi noti e di successo. Sembra una catena di montaggio della libagione, dello sfarzo mangereccio, un grande parco alla faccia dei più poveri . Io direi alla faccia di tutti. Anche qui una folla immensa senza alcuna ragione d’essere tranne per consumare e per curiosità si accalca senza mascherine intono ai tavoli , ai banconi , alle casse, altro che green pass. Fuori, appena un centinaio di metri più in là della stazione, nello slargo adiacente il marciapiede stazionano i derelitti, gli immigrati, i mendicanti, i perdenti, i senza tetto che attendono esausti che qualcuno si occupi di loro. La scena oltre ad essere contraddittoria mette i brividi. Ormai la tracotanza del mercato e delle élite finanziarie hanno raggiunto livelli inimmaginabili di prepotenza. Quel che si mostra è la supponenza dei vincitori, di chi ha tanto e la povertà disperata di chi non ha niente e vive ai margini. Tutto questo in nome di che cosa, del mercato o della bellezza? Qui il lusso e il design si mescolano miseramente.
Quel che oggi viene fatto passare come arte, come bene pubblico, come manifestazione della creatività, della socializzazione non è altro che una zuppa ben congegnata di sobrietà e sviluppo etico e sostenibile, immagine edulcorata e bene pubblico, azienda e mercato. Certo non si tratta di economia solidale. Oggi il bene comune è inteso principalmente in termini economici e non etici, è inteso come prodotto interno lordo, come partecipazione ai dividendi aziendali, alle imprese miste che producono ricchezza solo per pochi. Il che porta ad un impoverimento del discorso, allo stesso impoverimento dell’arte e della cultura oltre che a quello politico e sociale. Ciò con cui abbiamo a che fare è la manifestazione dei riti del successo accoppiati al bisogno di divertirsi, di partecipare, di danzare, di perdersi nell’immensa ignoranza.
Si tratta di una catastrofe che non vogliamo vedere e che respingiamo in tutti i modi aggrappandoci ai vecchi riti della perdita identitaria, dell’orgia catalettica, della comunicazione globale, dell’eccesso. Siamo inesorabilmente eccitati e resi insensibili dalla televisione aziendale, dagli Smartphone, dai social, dallo smart system e dal bisogno di esserci. Siamo tutti nutriti dall’eccesso tanto che viene da chiedersi: ma dov’è il pensiero abissale, per citare Nietzsche che di feste dionisiache se ne intendeva ?
A proposito della bellezza abbiamo detto e scritto fin troppo. ma la domanda è ora: dove si trova la bellezza ? Nello spettacolo, nelle oscenità pubbliche, nel moralismo, nel design , nella moda, nelle stazioni ferroviarie? Tutti pensiamo che sia così e scambiamo la volgarità, l’apparizione seducente, la falsificazione per bellezza. Invece ciò che ci viene incontro non è la bellezza estetica oppure la vera bellezza ma il suo surrogato, il suo incedere banale nel camuffamento, nel lucore dell’apparire.
Rimane ancora da chiedersi ma dov’è questa tanto acclamata bellezza, questa dea della svelatezza? Essa non è nei palcoscenici della comunicazione integrata, né nelle fiere, nel design, nella moda, nelle fiere dell’arte.
Quel che resta della vera bellezza è ovunque intorno a noi e sfugge ai riti della fascinazione. Essa è come una ninfa volteggiante, velata, quasi nascosta, si trova ai bordi di ciò che appare, sul ciglio del precipizio, splende sulla strada della malinconia, dell’etica e della solitudine, forse ancora nell’arte. Come scrive Georges Didi Huberman nel suo bel libro Ninfa moderna, la ninfa che ha incarnato fino alla modernità la bellezza è caduta, si è ripiegata progressivamente in se stessa, le sue vesti si sono staccate dal suo corpo fino a raccogliersi e ammucchiarsi al suolo, sole e abbandonate.
Ed è proprio da qui che pensiamo essa possa elargire ancora una grazia, un dono, un sapere divino. Per vederla, però, bisogna meritarsela la bellezza.
Immagini
0 autoritratto di Francesco Correggia
1 District Brera Salone del mobile e del Design
2 Stafano Maderno, Santa Cecilia, 1600
3 Veduta esterna del mercato della stazione centrale Milano
4 Giorgione Sleeping Venus 1508
5 Uno dei banchi all’interno del mercato della stazione centrale
6 Magritte, the false mirror, 1928
7 Raffaello, la velata, 1516
8 Gina Pane , azione sentimentale, 1973
9 Francesco Correggia, velata, solo olio, 1987
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