Sunday, November 15, 2020
Le cifre della pandemia sembrano aumentare. Sono tanti i contagi e il numero dei morti è sempre più preoccupante. Orami sono diversi mesi che camminiamo, incontriamo gli altri con la mascherina. Ci aggiriamo a distanza dalle persone sempre più sospettosi e incerti. Il Covid 19 viaggia a ritmi inaspettati e folli, i media hanno peggiorato la situazione incrementando la paura. Un’ondata di terrore sembra prevalere su tutto anche sullo sguardo. Il nostro volto è parzialmente coperto, si mostrano solo gli occhi. Gli esseri umani hanno avuto in dote gli occhi con cui guardiamo il mondo, lo osserviamo, lo valutiamo, e guardiamo anche gli altri. Ora sono loro a prevalere sul resto del viso
Gli antichi dicevano che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Questa pandemia ha perfino impedito agli esseri umani di guardarsi. Se c’è qualcosa che è rimasto, nel momento in cui non possiamo avvicinarci ai corpi, stringerci in un abbraccio è la bellezza dello sguardo, la sua inafferrabilità ma al contempo la sua profondità. Avremmo modo di guardarci, almeno in questo terribile momento, di dirci ancora qualcosa con i nostri occhi che sono, non solo l’espressione di un volto, ma la stessa parola umana. Eppure anche lo sguardo sembra sottrarsi. Nessuno si rivolge all’altro con lo sguardo, parla con gli occhi, esprime solidarietà, piacere, dispiacere, curiosità.
In questi giorni ho provato a incrociare lo sguardo delle donne che incontro durante le mie passeggiate, al supermercato, o in libreria. Nella mia vita orami quasi monastica, vivo in solitudine, circondato dai miei libri, così mi rilassa molto osservarle cercare di capire quali sono i loro interessi, le loro emozioni. Guardo non più i loro corpi, come sono fatte, le loro gambe,, i fianchi, i seni, le fattezze del viso, ma i loro occhi. Da qui cerco di capire tutto il resto. Ma rimango sempre deluso. Esse sfuggono allo sguardo, ne hanno paura. Immergersi nello sguardo di una donna è come risalire al suo fondo, è come svelare un mondo, cercare il senso dell’essere, quella verità che sempre si sottrae. Come farglielo capire? D’altronde lo stesso si può dire per gli uomini.
La bellezza è interiore e lo sguardo la svela e al contempo la nega. Nello sguardo e negli occhi di una donna s’intravede il nichilismo occidentale, il terrore di un vero incontro, la paura abissale di avere a che fare con l’essere, con la sua verità, con gli enti che sono la sua apparente manifestazione e con le cose del mondo che abitiamo. Nell’estrema povertà della nostra epoca dove gli enti precedono e l’essere si trattiene nella su assenza si rivela un nuovo inizio che lo sguardo può annunciare. Forse l’inizio dell’essere che si apre. M non lo sappiamo, chiusi nei nostri corpi, continuiamo a non guardare, a non incrociare veramente lo sguardo dell’altro.
C’è una fenomenologia dello sguardo che porta a differenze di modi di guardare, a differenze sottili ma potenti. C’è lo sguardo sorridente, aperto e ironico, lo sguardo seducente dove ogni movimento delle palpebre mima l’amore, c’è quello tenebroso, quello vuoto, quello virtuoso, quello interiore, e ancora di più quello perso che va al di la della persona che si guarda; c’è lo sguardo che vibra, pronuncia, palpa e c’è quello che vuole ignorare, che non sa di poter guardare, che non sa fermarsi sulle cose. In tutti questi modi e altri ce ne sarebbero, tanti quanti sono i nostri sentimenti, sono gli occhi a dominare la scena a infondere di vita il corpo, così come fa la nostra bocca con il respiro.
Anche nel sesso è così. Ci facciamo trasportare dalla bellezza del corpo, dalle forme del nostro partner, ma anche mentre facciamo l’amore, evitiamo di guardare i suoi occhi. L’amplesso diventa una gioia del corpo, dove paradossalmente sono gli occhi a essere esclusi, guardiamo e amiamo quel corpo ma non la porta che ci conduce all’antico tremore, all’anima dell’amata o dell’amato. Sarebbe infinitamente bello, istruttivo, essenziale fare l’amore solo guardandosi negli occhi e godere con gli occhi. Eppure questa specie di possibilità che la pandemia sembra offrire, pur nella sua sconvolgente terribilità, ci sfugge.
Potremmo superare le barriere del corpo, dell’età, delle convenzioni sociali e dei pregiudizi guardandoci negli occhi, ma non lo facciamo. Non guardiamo gli occhi di chi ci sta di fronte, come se avessimo paura, come se dovessimo mentire perfino a noi stessi prima che nasconderci all’altro. Arretriamo, siamo timorosi e questo si può capire, ma non lasciamo alcuna possibilità di svelare quell’essenza che noi stessi siamo, di aprire la soglia dell’essere, di aprirci a un rapporto.
Gli occhi di una donna in questa nascondimento del volto a cui la mascherina ci obbliga potrebbero essere l’apertura all’amore, alla donazione, alla vera bellezza, ma anche al desiderio di incontrare l’altro in quella dimensione dell’eternità che sembra sfuggirci sempre di più, anche ora che non possiamo toccare, possedere, accarezzare quel volto, quel corpo. Invece guardiamo davanti a noi come si fa con uno schermo televisivo. Oppure, ancora peggio, osserviamo con gli occhi quasi assenti ma sedotti dalla luce di quel piccolo arnese tecnologico il piccolo schermo del nostro cellulare cercando quella bellezza che certo non può trovarsi lì. Non guardiamo e comunichiamo davvero ma siamo solo rimandati a noi stessi.
Guardiamo l’oscenità delle immagini belle, colorate ricche di trucchi, i riti di una seduzione irreggimentata che non sa proporre cultura e vera bellezza. Quel che continuiamo a ignorare è che non sappiamo che cosa sia uno sguardo o forse non sappiamo più guardare. E’ una condizione infelice, ma se ne può uscire con gli occhi dell’arte, basta volerlo. C’è lo sguardo interrogante del corpo dell’arte che ci guarda, e che noi non riusciamo a incrociare, a guardare, neppure a sfiorare con gli occhi e leggere le sue pagine, quelle del tempo che scorre.
Forse c’è ancora una qualche possibilità. Uno dei frammenti di Eraclito a proposito del tempo suona così: Non si può discendere due volte nel medesimo fiume non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va.
Immagini:
1 - Lo sguardo di Francesco Correggia
2 - Antonello da Messina, l’annunciata di Palermo, 1475
3 - Gustave Coubet, uomo disperato, 1845
4 - Shaun Downey, lo sguardo fuori dalla finestra 2016
5 - Malcolm T. Liepke, the kiss, 2017
6 - Giuseppe Penone, rovesciare I propri occhi, 1970
7 - Lo sguardo di Jenny Holzer
8 - John Curry, The penitent, 1998
9 – Lo sguardo della Fornarina di Raffello, 1520 ca.
10 - Lo sguardo di Hegel
11 - Lo sguardo di Francesco a 16 anni
Saturday, November 7, 2020
Ritornano i provvedimenti per il Covid 19 che abbiamo già vissuto a Marzo anche se questa volta sembrano parziali e diversificati da Regione a Regione. Il nuovo DCPM prevede la chiusura delle attività commerciali, ristoranti, palestre, scuole, Musei e mostre, blocco del traffico e della circolazione dopo le 22. C’è incertezza. Sembra prevalere lo scoramento e anche in alcuni casi la sfiducia sui provvedimenti adottati. E’ difficile saper rinunciare a quello che fino a qualche mese fa veniva considerato un bene prezioso, la libertà personale, potersi spostare senza confini, celebrare i riti del consumismo. Non riusciamo a comprendere che ora si tratta di cambiare modelli di vita, oltre a quelli della produzione e dei consumi.
La pandemia si intreccia con l’emergenza climatica, con il ritorno del terrorismo islamico, la povertà e l’immigrazione. Le disparità generazionali sembrano aumentate mentre l’ottusità spettacolare, pubblicitaria delle reti televisive non fa altro che rimanere identica a se stessa. Si chiudono di nuovo i Musei, le gallerie e la cultura, ancora una volta, diventa una parola vuota a cui tutti sembrano richiamarsi a gran voce e che invece è trascinata nel vortice del consenso, del clamore, della distruzione delle conoscenze, di una comunicazione mercificata e livellata.
Com’è potuto accadere tutto ciò? Sembra che solo un vaccino ci possa salvare. Ma anche qui i ritardi sono molti e poi ciò non ci salverà dalle prossime ondate di virus a cui questo pianeta è destinato se non cambiamo le nostre abitudini, i modelli mentali e comportamentali, il sistema dei valori e la stessa idea di bellezza a cui in questo paese spesso ci si richiama.
Prendersi cura del pianeta vuol dire prendersi cura di sé, del proprio esserci nel mondo. L’esserci non è semplicemente essere in presenza e non è che l’uomo sia, e oltre a ciò abbia un rapporto col mondo occasionale e arbitrario. All’esserci come scrive Heidegger in Essere e Tempo appartiene in linea essenziale l’essere-nel-mondo, il suo modo di essere in rapporto al mondo è essenzialmente prendersi cura. Cura di che cosa? Senza qui addentrarci nell’analitica esistenziale heideggeriana, vogliamo solo dire che aver cura di sé vuol dire avere cura del mondo e dell’autenticità dell’essere; è assunzione di una relazione con il pianeta che abitiamo, con questo orizzonte di relazioni che implica una metodica, un esercizio delle virtù che sappia indicare un nuovo inizio, una corrispondenza tra virtù e valori, anima e mondo, una specie di teodicea dei valori fondamentali.
Ora è anche vero che il mondo, questo in-essere nel mondo sembra sia sparito, ovvero non c’è più un mondo, ma è anche vero che occorre una svolta del pensiero, un inizio che sappia sostituire alla parola mondo la parola pianeta. Se l’essere non ha più il mondo come orizzonte, esso è ora diventato un concetto che ci riguarda ancora più da vicino e che ha a che fare con l’abitabilità del pianeta, il suo equilibrio, la sua stessa sopravvivenza, la sostenibilità. il che deve avere la priorità sugli enti e su tutte le cose. Se dobbiamo ricostruire una gerarchia dei valori dobbiamo proprio partire da questo nuovo inizio: la cura del sé e del pianeta da cui si generano gli altri valori. L’intreccio fra esistenza e valori, sviluppo sostenibile e sistemi naturali non è solo costituito dalla tradizione, da un’antropologia o da una biologia ma da un’ontologia dell’essere, una coscienza della vita e del sistema terra, dalla stessa possibilità di una relazione.
La mancanza di mondo non è solo la sua sparizione ma è anche ciò che non ci rende consapevoli del rapporto esemplare dell’anima con il mondo, che non ci fa abitare questo pianeta, di vivere in esso e con esso in maniera rispettosa e responsabile. Noi non abbiamo il pianeta con noi e in noi, ma lo abbiamo messo a disposizione della tecnica. Non siamo nel mondo, così come avrebbe detto Heidegger, non ne abbiamo un’esperienza esistenziale ma siamo nell’epoca dell’immagine del mondo, in un immagine tecnica del mondo. Siamo cioè sotto il dominio della tecnica e al contempo viviamo nell’epoca della visione tecnica del mondo in immagine. Anche la bellezza è sottoposta al dominio della tecnica. Essa è sempre più sottoposta alle tecniche di elaborazione dell’immagine, non ha più carne, sostanza ma solo pixel. Apparentemente tutto ciò non ha niente a che vedere con la pandemia e tutto il resto. Invece no, vi ha a che fare. Vediamo come.
L’aver cura del pianeta significa avere cura del sé che, in primis, significa aver cura della propria coscienza, della nostra anima, del sistema terra. Cambiare vuol dire saper riconoscere la vera bellezza che è esercizio delle virtù, è interiorità, è distinzione del bene dal male. Riconoscere non è poi conoscere ex novo ma ri-guardare la storia, trarne un insegnamento. Quel che abbiamo perso è l’anima del mondo che è la nostra di anima. L’espansione tecnologica invece ha invaso tutta la natura riducendo le zone di confine, gli spazi, gli equilibri, i boschi, l’aria che respiriamo, lo stesso confine fra uomo e animale. Quando i sistemi produttivi sono in rotta di collisione con la natura dobbiamo ritrovare una dignità umana, una nuova rotta del pensiero, non andare oltre i confini ambientali, vuol dire che abbiamo superato quei limiti e li abbiamo sconvolti.
Il Covid 19 non è solo un Virus da sconfiggere ma è l’esempio di ciò che accade quando l’uomo è esposto al disastro ambientale che lui stesso ha alimentato, ad un’economia selvaggia e globale che non sa distinguere se non in nome del denaro. Dovremmo ripartire dall’esserci ma soprattutto dalla nostra coscienza individuale e relazionale, Essere nella relazione non vuol dire conquistare sempre più nuovi spazi, acquistare beni che non servono a niente, non vuol dire che l’uomo deve avere il suo mondo-ambiente quando questo avere è indeterminato. L’avere è sempre fondato nella costituzione essenziale dell’in-essere. In-essere è anche sapere ascoltare ciò che ci fa di nuovo essere nel mondo, prendersi cura dell’essere. Dal pianeta al mondo e viceversa. Non da un vivente all’altro ma da una distinzione all’altra, da un ambiente all’altro in uno sviluppo sostenibile, integrato co i sistemi naturali.
Quando questo equilibrio fra un luogo e l’altro, fra natura e cultura, scienza della vita e la terra viene meno, allora la natura apre i suoi nidi nascosti e invisibili di virus letali. Il prendersi cura non è solo cura dell’ambiente, dei luoghi che abitiamo bensì anche quella rispetto all’immagine che ne abbiamo, della cultura visiva ed estetica. La bellezza non può essere solo immagine tecnica del consumo e dello sperpero che dilagano nei canali pubblicitari, nell’uso dei social, ma spirito, virtù che abita il mondo e l’arte, in questo senso, è apertura di un nuovo inizio dell’esserci. Significa saper vivere nel senso di un’umanità non corrotta i cui equilibri con i sistemi naturali sono la vera sfida. Se lo dimentichiamo vuol dire che da questa pandemia non abbiamo appreso niente se non il reiterare gli stessi slogan di prima.
Occorre, dunque, rivedere anche il modo con cui intendiamo la cultura e la bellezza, il sistema dei valori,. Se c’è qualcosa che questa pandemia ci lascia e su cui val la pena riflettere è la domanda fondamentale su quali valori possa oggi costituirsi una nuova dignità umana e se oggi sia possibile impegnarsi e costruire il futuro. O forse sarebbe meglio domandarsi se i valori, così come li abbiamo ereditati dalla cultura occidentale, esistano ancora o se debbano esistere.
Immagini:
1- Francesco Correggia
2 - Claude Ratault, 505 lettre au docteur barnes , 2010
3 - Pierre Buraglio, Rue Primo Levi, 2019
4 - Hossein Golba, senza titolo, collezione Camusac, Cassino, 2002
5 – Noel Dolla, senza titolo, 1998
6 - Sarah Stolfa, The regular david scott smith, 2018
7 - Marc Devade, Nel mezzo, 1979
8 - Daniel Dezeuze, Vanités, wood, 2013
9 - Barnett Newman, Guggenheim Museum, 1966
10 - Sol LeWitt, Cubo, collezione Camusac, Cassino, 1994
11 - Francesco Correggia, emergenza Covid 19, 2020
Saturday, October 17, 2020
Storie mai raccontate
Marginalia
Nel proliferare della comunicazione in rete, sui social, nei media televisivi molte sono le storie non dette, accadimenti veri che sono stati quasi occultati, tenuti nascosti. Una di queste storie che qui vogliamo narrare è la storia di un gruppo di giovani artisti calabresi che negli anni settanta si sono distinti con le loro operazioni e azioni nel panorama di quel tempo dell’arte contemporanea. Negli anni settanta in Calabria non c’erano strutture permanenti per l’arte contemporanea né tanto meno Gallerie, o spazi espositivi di un certo rilievo. Non esisteva una cultura dell’arte moderna e contemporanea. Furono istituite invece per volontà politica due Accademie di Belle Arti; una a Reggio Calabria e un’altra a Catanzaro. Fu proprio all’Accademia di Catanzaro che nel 1975 s’incontrarono un gruppo di giovani che ebbero modo di discutere e confrontarsi sulle teorie dell’arte e soprattutto sul senso del fare arte nel sud. Tra Cosenza e Catanzaro nacque un laboratorio d’idee che fu anche un tentativo di misurarsi con le problematiche del territorio e mi riferisco soprattutto alla questione meridionale, al rapporto con il pubblico e le problematiche sociali. Ciò che interessava era indagare sui bisogni e le domande degli abitanti dei paesi, dei piccoli centri rurali emarginati, la loro vita reale, le persone, i contadini, con chi non aveva avuto alcuna occasione per esprimere le proprie idee, dialogare con loro, confrontarsi, sapere.
La finalità era di far prendere coscienza non solo delle problematiche dell’arte che per quei giovani erano anche quelle sociali, antropologiche ed economiche ma di aprire una discussione sui temi caldi di quel periodo: l’ambiente, i bisogni, le aspettative, la politica e i desideri, l’arte. D’altra parte iniziò anche un’esperienza di rapporti e di dialogo con le stesse Istituzioni pubbliche, Comuni, Provincie e Regione. Le nuove esigenze culturali richiedevano un impegno sociale e artistico continuo e senza reticenze. Per quei giovani si usciva dall’abbandono e dalle mafie locali con la cultura attraverso la creazione di spazi pubblici per l’arte contemporanea (musei, fondazioni e strutture miste fra archeologia, paesaggio, territorio e arte). Fu proprio da queste spinte che nacquero successivamente a Catanzaro spazi sull’arte contemporanea come il parco Archeologico della Roccelletta, il Marca, il Polo espositivo di San Giovanni, il Maon a Cosenza.
In questo contesto si deve collocare il rapporto degli artisti che operavano sul territorio con la critica che allora era chiamata militante. Tale rapporto ad ogni modo non era mai di sudditanza bensì di confronto aperto sulle questioni in atto che riguardavano soprattutto il ruolo dell’artista e il senso del fare arte e la sua dimensione ontologica. Nel 1976 nasce pagine 76 una rivista teorica di critica e riflessione sull’arte e i suoi aspetti antropologici e sociali. Fondata da Giuseppe Attivissimo e Francesco Correggia la rivista esplorava i nuovi territori della rappresentazione, visiva ed estetica con particolare riferimento alla semiotica e al segno. Nel 1977 Correggia, Attivissimo e Pancari furono invitati, a Napoli da Filiberto Menna all’Università popolare per una Performance dal titolo Segno, Territorio, Avanguardia.
E’ dell’anno 1979 la mostra dal titolo: Della pittura il margine con testi teorici di Francesco Correggia e Luigi Magli. L’esposizione si tenne a Catanzaro con la collaborazione dell’Accademia, il cui Direttore era Carmine Di Ruggiero, astrattista di rilievo dell’arte astratta italiana, nelle sale del Circolo Unione, Palazzo Fazzari, sede per lo più di mostre di figurazione. Oltre ai due artisti che avevano redatto il testo manifesto, l’esposizione vedeva la presenza di Francesca Alfano Miglietti, Rocco Pangaro, Paolo Pancari, Giovanni Vatrella. Già a partire da questa mostra si teorizzavano e s’indicavano le linee programmatiche e i contenuti di Marginalia in una dimensione problematica di un nuovo agire dell’arte che aveva come questione centrale la questione dei fondamenti e il pensiero filosofico sull’arte.
Si trattava di una nota a piè pagina ancora densa di possibilità e di dinamiche inesplorate. Questa era la premessa di Marginalia. Nel 1979 seguì la mostra Pittura Nuova Calabria a Napoli presso la Galleria Ellisse. Vi esposero Magli, Correggia, Pangaro, Pancari, Vatrella che costituivano il nucleo iniziale di Marginalia. Nel 1980 gli stessi artisti pubblicarono: Manifesto numero due con il quale, invece della solita mostra nelle sale della provincia di Catanzaro, s’indicavano e si esponevano gli intenti del gruppo denunciando l’assenza delle Istituzione pubbliche sull’arte contemporanea e la mancanza di strutture Istituzionali adeguate per promuoverla. La sala dove si sarebbe dovuto inaugurare la mostra rimase vuota con le pareti bianche. Fu esposto all’ingresso solo il manifesto e distribuito un ciclostile. Le polemiche divamparono. Nello stesso anno 1980 si tenne Marginalia una mostra sul rapporto Luogo/opera l’opera/luogo sempre con Correggia, Magli, Pangaro, Pancari, Vatrella. L’iniziativa comprendeva una mostra e un dibattito pubblico su Operatori visivi ed Enti pubblici Interazione, e/o autogestione? Parteciparono all’incontro artisti, studiosi di antropologia e operatori culturali. In questo contesto si volevano mettere a fuoco le problematiche e le situazioni affrontate già da tempo dal gruppo. Fu il momento di un agire poetico e politico, visivo e culturale che partiva dal territorio e dai margini del sistema dell’arte per espandersi senza confini. La scelta fu quella di operare non solo al margine di una pagina già scritta ma di rovesciare il rapporto dell’opera con il luogo. Non più l’opera nel luogo ma il non luogo che diventava luogo, dal luogo all’opera e dall’opera al non luogo. Ruderi, territori abbandonati, pezzi di paesaggio sepolti dall’incuria diventavano così i veri supporti dell’opera anzi erano l’opera. L’intento degli artisti non era quello di operare per avere una visibilità, una riconoscibilità immediata e un successo nel sistema dell’arte che si andava delineando ma piuttosto operare in un varco silenzioso, discreto, senza vincoli e utilitarismi per una riflessione sull’arte profonda e autentica.
Marginalia si tenne presso il Comune di San Lucido nella provincia di Cosenza, dove ancora si stavano svolgendo i lavori di recupero delle sale adibite per il Comune. In quelle stanze e nei lunghi corridoi c’erano ancora gli attrezzi dei muratori e le macerie accatastate negli angoli. Più che una mostra era un inoltrarsi ai bordi dell’arte. Si operava intorno al rapporto del Luogo come spazio originario e l’Opera come processo critico e dialettico del suo farsi, senza altra finalità se non il rapporto con l’origine dell’accadere; opera che poteva solo divenire e mostrarsi nel luogo stesso del suo essere in contatto con lo spazio fisico, come appunto non luogo dell’arte. Dalla fisica alla metafisica e dall’ermeneutica all’arte, l’opera così si trasformava nel luogo stesso dell’accadere. Questo fatto, nuovo per quell’epoca, fu un momento straordinario di risposta all’arte povera vezzeggiata dai critici, all’arte privilegiata dalla comunicazione e dagli spazi istituzionali e privati. Marginalia divenne così un fare poetico senza condizionamenti, un agire trasversale interrogante, la terza via che in quegli anni si poneva come situazione, fra l’Arte povera e la Transavanguardia. La condizione di mancanza dei luoghi tradizionali dell’arte era ribaltata in una situazione non poverista ma filosofica, all’interno del pensiero sull’arte e della critica alla comunicazione di regime. Il comune di San Lucido divenne una specie di punto di riferimento per l’arte contemporanea, grazie anche a Francomà che lavorava negli uffici di quel comune, anche lui pittore, performer e solidale con il gruppo.
San Lucido è un piccolo paese sul mare Tirreno tra Paola e Cetraro, le sue spiagge interrotte da piccole scogliere che s’infilano nel mare sono mete di vacanzieri napoletani e romani. In questo posto come per incanto si ritrovarono artisti, critici, galleristi e antropologi per dibattere sulle cose dell’arte. Per le strade del centro storico in estate si potevano incontrare i Pellegrino che avevano la loro Galleria a Bologna e che erano molto interessati a quegli artisti che provavano ad uscire dall’isolamento senza piangersi addosso. A San Lucido era facile incontrare critici come Filiberto Menna, il giovane Gabriele Perretta, l’antropologo Luigi Lombardi Satriani. Nel 1983 Luigi Magli e Francesco Correggia i teorici e i protagonisti di Marginalia inventarono a Catanzaro uno spazio laboratorio di confronto, di idee e problematiche sull’arte contemporanea chiamato Studio Garage. Lo spazio rigorosamente tutto bianco dal pavimento al soffitto diventò un punto di riferimento per artisti e giovani collezionisti che cominciavano ad avvicinarsi all’arte contemporanea. Tra le mostre di rilievo che ebbero un impatto importante sulla città ricordiamo le mostre di Arnulf Rainer e Marco del Re e quella dedicata agli artisti francesi di Figuration libre, con Robert Combas, Rémi Blanchard, François Boisrond e Hervé Di Rosa. Mostra che si tenne poi a distanza di dieci anni preso la Galleria Marconi a Milano. Né possiamo non tenere presente una serie di incontri, e seminari dal titolo Il corpo dell’arte condotti dallo storico e critico dell’arte Arcangeli Izzo.
Nel 1982 fu coinvolto nel progetto Marginalia Tonino Sicoli che all’epoca scriveva per Paese sera. Ne nacque una collaborazione a tutto campo che ancora dura adesso. Sicoli era l’unico critico calabrese aperto all’arte contemporanea con cui poter lavorare su una linea di ricerca comune. Occorre anche dire che la critica ufficiale non era chiusa nel tempio di una supponente superiorità storica e formale ma si confrontava con gli artisti andando a visitare i loro studi per capire ciò che succedeva appunto al Sud, nella periferia dell’impero. Critici come Enrico Crispolti, Filiberto Menna, Maurizio Calvesi, Carlo Giulio Argan erano molto attenti e sensibili alle problematiche sociali e antropologiche su cui quei giovani operavano, sperimentando itinerari di confronto originali. Era una volontà molto sentita in quel periodo, di un operare in profondità, in una specie di azione etica e di un agire politico. Da una parte c’era la necessità di affrontare questioni comuni sul piano della riflessione estetica ed etica dall’altra vi erano le politiche del recupero, dell’ambiente, del paesaggio, delle periferie, del territorio in una dialettica costante fra arte e politica, marginalità e centralità, contaminazione e territorio. La periferia, considerata marginale rispetto ai processi in corso di un’arte sempre internazionalizzata, poteva giocare un ruolo considerevole nelle dinamiche del mondo dell’arte anche in una condizione post-moderna del sapere così come si andava prefigurando dopo la pubblicazione del celebre libro di Lyotard: La condizione post-moderna. Da questa intesa con Sicoli nacquero situazioni specifiche sul territorio che coinvolgevano paesi del sud abbandonati e privi di motivazioni culturali.
Nel 1983 al Comune di Luzzi provincia di Cosenza si tenne una mostra dal titolo; Dai Margini l’arte con la presenza di G.C. Argan, Renato Barilli, Maurizio Calvesi, Enrico Crispolti, Filiberto Menna. Seguirono interventi sul Territorio al Comune di Cervicati, Maledizione e riscatto al comune di Aprigliano, la mostra L’erranza poetica presso la Congrega di Santa Maria Maggiore al Comune di Taverna, la mostra: La questione post-meridionale a Martirano provincia di Catanzaro, Ricerca artistica e identità culturale fra vecchio e nuovo meridionalismo con Filiberto Menna, Massimo Caccciari, L.M. Lombardi Satriani, Alberto Asor Rosa. Tutte mostre curate da Tonino Sicoli.
Anche se la questione meridionale rimaneva al centro degli interessi, non ci si sentiva più solo meridionali nei comportamenti e nelle logiche dei rapporti fra artista e Istituzioni pubbliche, ma impegnati in un processo di trasformazione, di liberazione sia rispetto alle pratiche desuete dei linguaggi artistici sia rispetto alla riflessione teorica più in generale. A Roma nel 1983 questa condizione dell’artista che operava in territori isolati e ai margini dei potentati economici fu messa in evidenza con una mostra e un dibattito pubblico negli spazi del Centro Di Sarro. La mostra dal titolo I Post-meridionali fu ideata e curata sempre da Tonino Sicoli con Filiberto Menna e Enrico Crispolti. Nel catalogo i testi di Menna e Crispolti testimoniarono la consapevolezza e la dimensione alta di quella situazione. Nel 1984 a Catanzaro nelle sale di Palazzo Galluppi, ex sede storica del Liceo Classico si tenne poi la mostra dal titolo Fall Out, aspetti inediti dell’arte internazionale senza centro e periferia con la quale l’esperienza maturata negli anni ottanta e prima ancora negli anni settanta con Marginalia trovarono una sintesi. Alla mostra collaborarono fra gli altri Frans Haks Direttore del Museo d’arte contemporanea di Groningen, Peter Weiermair Direttore del Kunstverein di Francoforte, la Galleria Grita Insam Vienna, la galleria AK di Francoforte e la Galleria Pellegrino di Bologna.
Fu da queste esperienze maturate in quegli anni che nacquero molto tempo dopo: Intersezioni tra arte e Archeologia nel parco archeologico della Roccelletta a cura di Alberto Fiz, il Maon a Rende diretto da Tonino Sicoli con la collaborazione di Luigi Magli e lo stesso Museo Marca a Catanzaro. Si deve sempre dire con la consapevolezza che la storia sia in qualche modo, al di là di ogni sua interpretazione, portatrice di verità che fu proprio con lo studio Garage e con gli artisti di Marginalia, Luigi Magli e Francesco Correggia in primis che nel 1983 nacque il primo progetto fra arte e Archeologia concepito per la zona archeologica di Scolacium, proprio nello stesso luogo che poi sarebbe diventato Parco archeologico della Roccelletta. Il senso del progetto era l’incontro fra Arte contemporanea e Archeologia, fra gli itinerari del passato ancora da scoprire, il percorso degli scavi e l’intervento degli artisti sul luogo. Il progetto si chiamava Eleusis un passaggio nel contemporaneo.
Il curatore di quel progetto doveva essere Achille Bonito Oliva, il quale arrivò in Calabria per visitare i luoghi e gli spazi e organizzare l’evento riprendendo gli itinerari del celebre libro di Goethe Viaggio in Italia 1786/1788. Ci fu un incontro con l’Assessore alla cultura della provincia di Catanzaro per la sua realizzazione. Purtroppo i tempi non erano maturi e il progetto saltò. Il giovane Architetto, Maurizio Rubino al quale Francesco Correggia insegnava Storia dell’arte moderna e contemporanea e che doveva per quell’evento occuparsi delle installazioni degli artisti divenne Assessore alla Cultura della Provincia di Catanzaro. Fu lui a chiamare Alberto Fiz e a rendere possibile Intersezioni. Fiz divenne anche il curatore del Marca di Catanzaro. Correggia nel 1984 si traferì a Milano come docente all’Accademia di Belle arti di Brera dopo le delusioni e le incomprensioni vissute a Catanzaro.
Non è vero che le situazioni nascono dal caso, improvvisamente e come per incanto dal nulla. Le svolte poi non sono mai decisive se non s’interroga la storia e non ci si ricorda di ciò che è stato. C’è sempre qualcuno o qualcosa che lascia una traccia, un segno, semina un terreno, inizia un’avventura, un percorso. Se bisogna lasciare qualcosa in eredità ai giovani e a chi verrà dopo occorre che i testimoni, finché ci sono, raccontino i fatti accaduti,
riportino documenti, date, teorie e contenuti di quelle tracce e di ciò che è stato.
Immagini:
1 Manifesto: Della pittura il margine
2 Luigi Magli, Pratica astratta di un senso, Installazione ambientale, 1978
3 Correggia, l’impossibilità possibile, Schermografia e scritture, 1978
4 Giovanni Vatrella, senza titolo, 1978
5 Rocco Pangaro, senza titolo, installazione, 1978
6 Esposizione Manifesto N°2 , 1980
7 Paolo Pancari, lellera, San Lucido, 1980
8 Interventi ambientali, Correggia, Magli, Pangaro, Pancari, Vatrella, 1977
9 Convegno Marginalia, sono riconoscibili da sn. verso destra: Vatrella, Iaccarino, Pangaro, Magli, Il sindaco Emanuele Amendola, Correggia, Giulio Palange . 1980
10 Magli, azione, san Lucido 1978
11 Pangaro, part. installazione, San Lucido, 1978
12. Vatrella, senza titolo, 1979
13 Scorcio installazione, Correggia, Marginalia, San Lucido, 1980
Sunday, September 13, 2020
Il Recovery fund e l’arte contemporanea
Si fa un gran parlare del Recovery fund. Tutti lo aspettano. Bisogna decidere quali progetti presentare al parlamento europeo e come va speso. Intano la nostra politica non sa fare di meglio che convocare gli stati generali e ripetere che bisogna sentire tutti anche le opposizioni. Quando non si hanno idee chiare sui progetti e soprattutto sulle finalità se non qualche idea che ormai viene ripetuta a più riprese come per esempio la salvaguardia dell’ambiente, il territorio, la digitalizzazione, le infrastrutture, la riforma fiscale, l’innovazione il resto è soltanto una ripetizione di ciò che questo paese è riuscito a fare e non fare in questi ultimi anni. La verità è che ciò a cui abbiamo assistito finora è uno spreco di risorse in un paese dilaniato dalla corruzione, da interessi, da potentati, da una politica incapace e rapace. Questo è sempre di più un paese non solo corrotto, ma violento, dove emerge un atteggiamento truffaldino a tutti i livelli. Il cittadino, soprattutto se è una persona debole e anziana deve sapersi proteggere altrimenti incappa in truffe, persecuzioni e quant’altro. Come si fa a fermare quest’onda anomala, questo strapotere incombente che annulla la civiltà democratica?
L’esempio oggi più evidente è nel modo con cui la politica tenta di individuare le strategie per far sì che il Recovery fund sia quel che ci si aspetta, serva cioè a migliorare il paese e far ripartire un’economia sostenibile, a difendere il clima, aiutare i più deboli. Sono i media, gli apparati della comunicazione e i grandi potentati economici e culturali ad indicare la strada su come investire quelle necessarie risorse. Si, proprio gli stessi media che sono sempre di più coinvolte nel processo di disgregazione culturale, d’inefficienza, di falsità, di disinformazione e di violenza a cui assistiamo da decenni. Ci scandalizziamo per la violenza che viene esercitata sui più deboli com’è stato di recente per l’uccisione del giovane Willy, eroe contemporaneo, brutalmente massacrato da altri giovani palestrati solo perché era intervenuto a difendere un suo amico, o nel caso di ragazze stuprate sulla spiaggia, e non ci indigniamo e reagiamo quando la violenza e il bullismo circolano dappertutto e vengono esercitati con la parola e gli atteggiamenti, nei luoghi dello spettacolo televisivo, del divertimento, della mondanità. Sono proprio quei modelli che circolano nei canali d’intrattenimento televisivo, nella rete, sui social a spingere verso quella violenza che esplode all’improvviso in maniera feroce. Quali valori stiamo diffondendo e quali sono i fini del nostro vivere sociale ? Dovremmo spegnerla la televisione o almeno chiedere ai lor dirigenti di fare maggiore attenzione all’etica pubblica, all’esercizio delle virtù, alla verità e non alla menzogna, all’inganno e all’evasione dove a prevalere è sempre il più forte. Purtroppo ci vorrebbe un cambiamento culturale profondo, il quale dovrebbe partire proprie dalle scuole, dalle università, dalle Accademie. Invece proprio queste Istituzioni sono all’ultimo posto della spesa pubblica, all’ultimo posto nella graduatoria degli interventi. Così come la cultura di cui si fa un gran parlare in questo paese. Prendiamo ad esempio quanto sembra emergere da questa fantomatica commissione Cantica21 patrocinata dal Ministero degli affari esteri della cooperazione Internazionale e della Direzione generale della creatività contemporanea Mibact. Già la dizione di queste importanti Istituzioni di per sé dovrebbe generare una certa dose di perplessità.
Tutti noi sappiamo quanto il Covid 19 abbia influito negativamente su tutta l’economia italiana e anche sul mondo dell’arte soprattutto dell’arte contemporanea. A questo proposito rimandiamo alle numerose lettere spedite al Ministro Franceschini sulla questione. Sembra invece che tutti gli appelli di artisti, galleristi, Associazioni di Gallerie e Gallerie private siano rimasti vani, senza alcuna risposta o per lo meno siano serviti a smuovere qualcosa. Cantica21 che sarebbe l’espressione di un Forum sorto durante il periodo pandemico e sostenuto da un importante Ministero, vorrebbe aiutare gli artisti italiani attraverso iniziative volte all’internalizzazione del loro lavoro con bandi a cui possono partecipare artisti under 35 e artisti over 35.
Gli artisti emergenti selezionati non si sa da chi ma temo dai soliti ignoti che hanno fatto parte del Forum avranno dei premi in denaro esigui circa dai 2.500 ai 5.000 euro. Il progetto dovrebbe rilanciare l’arte contemporanea. Una serie di opere inedite saranno esposte in una grande mostra diffusa negli Istituti italiani di cultura, i consolati italiani all’estero, le ambasciate. Mi sembra allucinante. Sembra una manovra pubblicitaria per far colpo. Come dire si interviene parzialmente sull’anello più debole senza guardare al contesto generale. Provvedimenti simili sono già in atto in numerosi paesi europei, ma bisognerebbe ricordare a questa favolosa commissione di esperti ministeriali che nelle altre civili nazioni esiste un sistema dell’arte contemporanea molto più equilibrato del nostro e molto più sostenuto e che la stessa bellezza ha a che fare con l’etica e la virtù e non solo con l’estetica e l’occhio. Ma questo è un altro discorso che rimando ai miei due libri pubblicati di recente: Inquietudini, Arte, politica e denaro Lanfranchi editore e Ai bordi dell’arte Naufragio, trascendenza e pandemia edizioni ZONE. Per quanto riguarda il nostro paese occorrerebbero provvedimenti e investimenti forti, capaci con il Recovery Fund non solo di far ripartire l’economia ma anche di rilanciare tutto il sistema dell’arte contemporanea per poi andare a programmare iniziative parziali come quelle che Cantica21 vorrebbe lanciare. Bisogna dare inizio a politiche di defiscalizzazione per l’acquisto di opere d’arte contemporanea, ripartire dagli artisti, dalle Gallerie, dai Musei di arte contemporanea dallo sistema scolastico, dalle Università e Accademie.
Solo se si interviene su tutto il settore in maniera razionale, responsabile e competente si può rilanciare l’arte contemporanea davvero a livello internazionale. Altrimenti di che parliamo del Cantico dei Cantici e di Dante Alighieri ? Il che va benissimo ma non può bastare per un’arte contemporanea ridotta al lumicino. Interventi di defiscalizzazione e di sostegno alle Gallerie e Musei di arte contemporanea sono stati da tempo adottati dagli Stati Uniti e dalla maggior parte dei paesi Europei e sono serviti a rilanciare il sistema economico dell’arte e anche quello del paese che ha adottato tali iniziative. Ci vuole una buona dose di consapevolezza e di cultura per comprendere ciò che abbiamo innanzi soprattutto per quanto riguarda il mondo delle immagini e della cultura visiva contemporanea. Ed è proprio ciò che manca a questo Governo e che la politica in generale e gli stessi media non riescono a fare e a comprendere. E’ giusto chiamare gli esperti quando si devono fare scelte impegnative e decisive ma bisogna vedere chi sono gli esperti, da chi vengono chiamati e secondo quale logica. In questo paese, ahimè, purtroppo sono sempre la corruzione, le clientele, gli scambi di favore a dominare e ridurre tutto in un pantano maleodorante.
Friday, August 28, 2020
Dai racconti di Francesco Correggia : Tra un luogo e l'altro
Bruno Scozzafava decise di andar via dalla città dove aveva vissuto per tanto tempo per noia, inedia, malinconia. Non aveva ancora bene in mente una destinazione ben precisa. Nella sua mente giravano ancora immagini letterarie di città e paesi che aveva sognato o che aveva appena percepito tra i suoi viaggi. Ma non era questo che lo guidava ma solo la voglia di andare via, di cambiare luogo. Stava andando via, punto e basta. Il resto era affidato al caso. Il suo era uno stato simile a chi si riprende da uno stordimento. I suoi nervi, dopo aver attraversavano la piena incontrollata di un fiume, ora si sentivano, in qualche modo, pacificati con la terra ferma. Aveva deciso di prenderlo quel treno che lo portava lontano, finalmente in una città senza traffico, rumori, cartelloni pubblicitari, ristoranti ed effluvi di promesse. Il caso dunque e non una ferma decisione lo aveva portato a fare quella scelta incontrovertibile: partire per una città che non aveva nome.
Bruno Scozzafava era arrivato alla stazione trafelato portando con sé appena una valigia e uno zaino. Scelse un treno qualsiasi fra quelli fermi e pronti a partire. Guardò a lungo il treno. Andava su e giù per tutta la sua lunghezza. Poi era salito a metà del percorso. Aveva preso un intercity Freccia rossa di quelli che li si vede sfrecciare veloci. Non guardò la destinazione. Si riprometteva di fare il biglietto in treno. Aveva informato il controllore che gli trovò un posto libero in un vagone quasi vuoto. Pagò il biglietto con la carta di credito e si sedette comodamente. Non aveva altro da fare che guardare. Sarebbe rimasto sveglio per tutto il viaggio e forse lì dov’era diretto non c’era una vera e propria stazione ferroviaria ma uno spiazzo dove si poteva scendere , attraversare il binario come si faceva un tempo ed essere in un luogo che somigliava ad una città e che forse era soltanto un agglomerato di case, un intreccio di strade, vie, piazze, edifici. Ma questa era la sua immaginazione che girava senza controllo nella sua testa. Bruno aveva calcolato il tempo che lo separava dall’arrivo, ma gli annunci erano quasi sempre uguali e monotoni, le stazioni sembravano identiche e niente riusciva a incuriosirlo, a invitarlo a scendere. Dirigersi verso Bologna o verso Venezia per lui era la stessa cosa. Erano solo nomi di città.
Il treno partì in orario, all’inizio si fermò in qualche stazione ma poi prese velocità e dal finestrino si poteva vedere solo il turbinio dei luoghi che apparivano e svanivano. Bruno aveva provato a respirare l’aria dei luoghi, assaporandone la gradazione dei colori e le trasparenze del paesaggio. Nessuno poteva immaginare lo scenario del suo viaggio, gli orologi delle stazioni il via vai di viaggiatori instancabili, le valigie a rotelle, le giovani donne truccate come ninfe che sarebbero salite sul treno. Bruno si guardò intorno e vide uomini vestiti come barbari, alcuni indossavano abiti blu comprati ai negozi Coin, camicia bianca e cravatte a palline o a righe blu, altri portavano jeans e magliette attillate. L’intercity si fermò alla prima città del percorso.
Bruno guardava i viaggiatori salire aspettandosi che qualche giovane donna con l’abitino corto e attillato si sedesse accanto a lui. Magari proprio davanti a lui così da poterla semplicemente guardare. Si sarebbe sentito il prescelto per una possibile avventura. Quel luogo così si sarebbe trasformato in uno spazio di fantasticherie, di immagini intime. Fra quelle poltrone numerate e assegnate al caso e alla fortuna dove lei avrebbe deciso di sedersi, lui avrebbe potuto osservarla meglio e per un attimo coglierne il lato segreto, la vulnerabilità. Avrebbe fantasticato, l’avrebbe denudata e amata, proprio lì in quel segmento di vicinanza. Poteva scendere nella stessa stazione dove la donna che lo ispirava sarebbe scesa. In fondo non aveva nulla da perdere. Il destino lo guidava. Bruno respirava a pieni polmoni. Espelleva dai suoi pensieri ogni aspetto della realtà che lo disturbava per sostare in quel divagare, in quell’intima capacità di trasformare l’immaginazione in realtà, in attimo vissuto. Stava correndo fra le braccia di una donna che abitava in una città senza nome, oppure si trattava di ciò che è destinato solo ad esaurirsi nel pensiero. Bruno non lo sapeva, attendeva solo che qualcuna prendesse posto davanti a lui. Erano salite molte persone su quel treno: un intercity che sembrava un regionale per le troppe fermate. A lui non importava. Bruno era un uomo di poche parole, alto con un fisico asciutto, una leggera calvizie e l’età indefinibile. Molto gentile nei modi, attirava fiducia per quella sua qualità di mettere tutti a proprio agio. La sua conversazione era brillante ricca di rimandi ed espedienti linguistici. Teneva il biglietto che era stato appena emesso dal controllore nella tasca della giacca da cui non si separava mai.
La destinazione era la fine della corsa del treno, ma a lui non importava il nome di quella città dove si sarebbe concluso quel viaggio. Era solo una città, un’ipotesi possibile un nome fra gli altri. I nomi di città gli ricordavano le tante case dove aveva abitato. Un corpus d’immagini si faceva avanti e le città che vedeva sfilare dal finestrino non erano altro che nomi che aveva sentito nei bollettini metereologici, nomi a volte leggendari, raccontati e dispersi qui e là. Nomi che forniscono agli uomini ragioni o illusioni di stabilità. Ogni città è la rappresentazione fisica del nome e della parola che lo pronuncia. Alla fine ogni viaggiatore finisce per somigliare alla sua casa, al luogo dove ha abitato, dove ha vissuto, sognato, patito, scopato. Ogni volto ha un qualcosa di quella casa , di quelle mura, di quella città con tutti i suoi apparati, viscere, elucubrazioni, discorsi disarmonie e armonie. In quel treno ogni vissuto andava al suo posto disegnando traiettorie inconsuete nei volti che egli vedeva per la prima volta. Ognuno di loro gli ricordava qualche altro volto, qualche altra espressione in un andirivieni di immagini della memoria. Così quell’angusto spazio di un vagone di seconda classe delle ferrovie diventava un cosmo dove forze sottili si sfidavano o si contrapponevano. Era un crepuscolo grigio quando il treno lo portò ad una stazione di media importanza. Pensò per un attimo che quella potesse essere la sua città. C’era un’atmosfera di pioggia in quel luogo; è soprattutto in città dove la tempesta è temibile, che il cielo mostra il suo volto con maggiore chiarezza possibile. Cercò di alzarsi da quel sedile ma una donna piuttosto ingombrante lo sopraffò. Gli chiese di aiutarlo a sistemare le valigie così Bruno perse del tempo e il treno ripartì, ma in cuore suo si disse che forse quella non era la meta cui era destinato. Per fortuna quella donna non si sedette accanto a lui, l’aveva scampata bella. A Bruno non piacevano le donne grasse poi quella era anche piuttosto invadente.
Non fece in tempo a rimuginare fra sé e sé dello scampato pericolo e che poteva considerarsi fortunato, quando un viaggiatore che non aveva visto arrivare gli chiese con una cortesia fuori dal comune per quel luogo: “Posso sedermi? Non vorrei disturbala ma la mia prenotazione è proprio vicino al finestrino davanti al suo posto”. Bruno fu colto alla sprovvista e anche se deluso rispose con altrettanto gentilezza: “prego si immagini, lei è molto gentile”. L’altro sistemò i propri bagagli, una valigia di media grandezza e uno zaino che infilò fra le gambe. Era un uomo adulto, si poteva immaginare che avesse non meno di sessanta anni. La sua fronte era alta e liscia, i capelli lunghi e brizzolati allungavano e snellivano la sua testa tanto da farla apparire quella di un corvo in volo. Il naso grande giganteggiava sulle sue labbra sottili e grevi, il viso rotondo con una barba volutamente incolta, gli occhi come delle fessure che incidevano quel volto erano verdi. Portava degli occhiali rotondi, con una montatura marrone. L’incarnato pallido tradiva la stanchezza e notti insonni. Vestiva in maniera semplice ma con un tocco di eleganza. Era difficile risalire alla sua attività, ma certo si poteva intuire non fosse un uomo comune appartenente a quella schiera di viaggiatori che salgono in treno con la valigia e con la convinzione di essere un qualcosa, un incarico, un politico, un ufficiale, un impiegato, un bancario, un manager, un militare, un professore. No quel signore sembrava non avesse niente che lo rendeva simile a qualcun altro, che lo assimilava a una qualche professione, a un padre, a un fratello, a un figlio. Bruno si trovò in imbarazzo davanti a quegli occhi austeri, inespressivi eppure profondi. Dopo essersi sistemato al suo posto a sedere quel signore appoggiò sul piccolo ripiano davanti a lui un libro, un paio di occhiali, un catalogo e un blocco notes.
Prima di mettersi a leggere gettò a Bruno uno sguardo rapido e subito, non sappiamo se per cortesia o forse per attaccare discorso gli chiese: “mi scusi se ho disturbato la sua quiete, dov’è diretto ?” Bruno ebbe la sensazione che quel tipo non avesse alcuna identità che fosse decisamente trasparente. Forse non era lì per caso, doveva esserci un motivo di quella presenza così insolita. Quel signore non somigliava a nessun altro nel treno, sembrava fosse piombato da un luogo estraneo, da un’altra terra, un altro pianeta. E poi perché avrebbe dovuto dire dove andava, non lo sapeva neanche lui. Ma per una sorta di gentilezza e secondo il motto, per la verità poco seguito, che a una persona gentile si risponde con altrettanta gentilezza rispose: “ancora non so”. L’altro che sembrò non dare molto peso a quella risposta piuttosto fuori dal comune, sembrò immergersi nel suo libro che sfogliò con avidità. Il viaggiatore s’infilò un altro paio di occhiali che dovevano essere di lettura su quelli per la miopia con la montatura marrone che già portava e s’immerse nella lettura. Leggeva con avidità senza preoccuparsi di chi gli stava attorno. Qualche volta si fermava, come per prendere respiro, beveva qualche sorso di acqua minerale dalla bottiglia che aveva sistemato nell’apposito sostegno davanti a lui e ricominciava a leggere. Bruno si concentrò anche lui su quel libro che il suo vicino dirimpettaio stava leggendo. Cercò di carpirne il titolo. L’edizione doveva essere Einaudi ma non riusciva a leggere né il titolo del libro, né l’autore. Perciò in una delle pause che intercorrevano tra la lettura del libro e la sosta del viaggiatore per portarsi la bottiglia dell’acqua sulle labbra gli chiese: “Mi scusi , non vorrei essere inopportuno ma che cosa sta leggendo?”. Bruno si fermò lì. Voleva chiedere qualcos’altro ma pensò che avrebbe potuto infastidire e attese la risposta. Il viaggiatore poggiò il libro sulle sue gambe fece un lungo respiro, si levò gli occhiali di lettura e alzò gli occhi nel vuoto come se dovesse giungergli dall’alto la risposta. “Si tratta de l’Uomo senza qualità di Robert Musil”, fece una pausa poi continuò “Lo avevo già letto da giovane, ma non ne avevo compreso la natura segreta, la sua struttura letteraria, ora che lo sto rileggendo mi appare nella sua nitidezza, nel suo fulgore.” Bruno si ricordò di quel libro. Lo aveva letto anche lui da giovane anche se non ricordava più niente della trama e dei personaggi. Sapeva che era un libro importante che tracciava un confine, una specie di demarcazione nel clima della Vienna dell’inizio del novecento fra tradizione e modernità. Si limitò a dire rilanciando con un’altra domanda: “E’ vero, un grande libro. Lei si occupa di letteratura?” Lui sembrò ancora guardare in alto e gli rispose quasi ispirato. “Sono solo un semplice lettore. Questo è ancora un libro attuale. Ulrich non solo è il tipico personaggio del primo novecento, della decadenza e della fine dell’impero austro ungarico, ma è il rappresentante tipico di quella borghesia che sarà poi destinata alla morte. Tutta la vicenda ha qualcosa d’inquietante, di anticipante ancora adesso. E’ come assistere alla propria rovina, alla fine di un altro impero, il nostro, quello sopravvissuto alla seconda guerra mondiale e all’avvento dell’uomo tecnologico. E’ l’annuncio di una catastrofe che si rivela in modo letterario. Qui la letteratura è non solo anticipante rispetto al reale, ma è lingua che rinnova, scoperta dell’indefinito esserci, determinazione dell’inderminato.”
Il viaggiatore sostò per un attimo sulle parole. Un silenzio attraversava quello spazio dove quei due insoliti personaggi si trovavano. Il vociare intorno degli altri viaggiatori scandito dai suoni dei cellulari e dalle inutili conversazioni sembrava sospeso. “La vera letteratura è sempre fuori dall’ordinario, è sempre una sospensione, una freccia lanciata nell’indefinito scorrere del tempo”. Continuò. A Bruno gli sembrò retorico parlare in quel modo. In fondo si trattava di un semplice romanzo. Vide che il viaggiatore portava con sé un catalogo che ogni tanto sfogliava soffermandosi su qualche immagine. Erano riproduzioni di quadri. Il catalogo portava sulla copertina il nome dell’autore che Bruno non riusciva a leggere bene e a bella vista la casa editrice: Prearo editore. Bruno conosceva quell’editore e sapeva che pubblicava solo libri di arte contemporanea raffinati ed eleganti, perciò non dubitò un istante e per saperne di più gli chiese: “Mi scusi se sono ancora inopportuno lei è un pittore?” Lui rispose in maniera quasi enigmatica senza dire né si né no: “Preferirei di no. Il mondo dell’arte è un mondo angusto e spettrale mentre l’opera d’arte è il congegno dello spirito che nella contraddizione dell’esserci trova in questa aporia irrisolvibile tra empiria e trascendenza, il proprio senso, non c’è altro da dire sull’arte”.
Il treno intanto aveva attraversato altre due stazioni. Le persone entravano e uscivano da quel vagone accompagnate dal rumore delle valigie, di zaini super ingombranti, borse. Bruno rimase immobile , sembrava sconvolto da quella non risposta, da quella strano enigma che sembrava un brano recitato da Carmelo Bene. Si convinse che quel signore doveva essere proprio un pittore: quelle risposte non nascono casualmente in una conversazione fra viaggiatori di un treno. Intanto la speaker del treno annunciò: diamo il benvenuto ai clienti e avvisiamo che il vagone ristorante rimane aperto fino alle 16,30. Il viaggiatore sembrò preoccuparsi di questo annuncio. Sembrava irritato e sbottò: “perché chiamarci clienti ? Io non sono un cliente sono una persona, un signore, semmai un viaggiatore. Abbiamo perso l’essenza della vita. Ormai ci siamo abituati ad essere dei clienti che bisogna sedurre a cui bisogna offrire, vendere qualcosa.” Ci fu ancora un breve intervallo di silenzio fra i due, rotto dal rumore sordo di un altro treno Freccia rossa che procedeva all’incontrario. Bruno replicò: “sono d’accordo con lei. Oramai si è clienti nostro malgrado, nessuno se ne preoccupa più”.
Il viaggiatore sembrò interessarsi al suo vicino dirimpettaio più di quanto dovesse. Lo guardò questa volta diritto negli occhi e in maniera diretta gli chiese “ ma lei oltre a viaggiare senza sostare da nessuna parte e senza avere una meta precisa di che cosa si occupa ?” Bruno Scozzafava rimase sorpreso da quella domanda. Aveva già in mente di scendere alla prossima fermata ma quel tipo gli complicava le cose. Lo aveva quasi convinto che c’era una specie di natura del tempo cronologico che non poteva evitare. Gli parve di essere dentro un involucro. Quello scompartimento non era più un vagone di un treno ma una macchina del tempo che lo trasportava da un luogo all’altro, da una fuga all’altra. Bruno strabuzzò gli occhi e rispose. "Ho lasciato la mia casa nella città in cui abitavo. Ho imballato tutte le mie cose, mobili, libri, quadri e ora sono alla ricerca di un paese dove poter abitare anche se per qualche anno. Devo sistemare il mio passato, le parole, gli arredi della mia mente.” Il viaggiatore gli rispose con una leggera vena di ironia: “si vede che non ha le idee molto chiare”. Bruno rimase un po’ turbato da quell’affermazione, gli sembrò inopportuna ma lui proseguì: “questo treno non viaggia all’infinito ma ha una destinazione, una fine , una città dove termina la propria corsa. Tutte le cose del mondo vanno in questo modo, c’è sempre una direzione, un senso anche se vorremmo farne a meno. E’ inevitabile”. A questo punto, con uno sforzo quasi sovrumano Bruno tentò di replicare, ricordandosi che sull’argomento aveva letto abbastanza: “non so, credo di poter affermare che è proprio rispetto a quel sistema fisico a cui apparteniamo e per il modo con cui interagiamo con il resto del mondo siamo in prima istanza memoria e anticipazione. E’ il tempo che ci apre il nostro parziale accesso al mondo. Molte volte ci confondiamo con il tempo cosmico per brevi momenti della nostra vita ma è solo un’illusione. Il tempo, dunque, è una forma che la nostra mente crea qui ad ogni istante per stare nel mondo. E’ la sorgente della nostra identità, spostarsi da un luogo all’altro senza una meta né una dimora forse è un modo per comprenderlo questo tempo che non ha tempo”. Il viaggiatore a quel punto aveva abbandonato la propria lettura lasciando il libro di Musil sulle proprie ginocchia “mi scusi lei è buddista ?” gli chiese. Bruno Scozzafava avrebbe voluto rispondere, ma come si fa a parlare di ciò che è fluttuante, di ciò che non appartiene al mondo e che appare solo come una labile ipotesi trascendente? Il treno rallentò la sua corsa. Stava per arrivare a un’altra fermata. Bruno Scozzafava con uno scatto improvviso afferrò la sua borsa, prese la sua valigia e replicando al viaggiatore, con una voce appena udibile disse: “è arrivato il tempo di scendere” e si precipitò all’uscita del treno.
Immagine:
Claude Lorrain The Embarkation of the Queen of Sheba 1646
Friday, August 21, 2020
Niente è cambiato
Sembrava che il Covid-19 avesse potuto portare a un cambiamento di abitudini, a un mutamento virtuoso dei nostri stili di vita, invece purtroppo dobbiamo costatare che niente di tutto ciò è accaduto, niente ha modificato alcunché nel nostro spirito e nei nostri comportamenti. Ancora adesso che l’onda pandemica non si è esaurita del tutto, l’essere umano non ha modificato le proprie abitudini. Continua a divertirsi, consumare, sporcare il pianeta infischiandosi dei cambiamenti climatici e degli altri. E’ triste doverlo ammettere ma proprio in questi giorni ferragostani si è scatenata soprattutto da parte dei giovani un’irresistibile pandemia di divertimento, di assalto alle spiagge, di turismo insensato. La nostra unica preoccupazione sembra essere stata quella di sostenere il turismo di massa, di inebriare le persone con false promesse, di sostenere l’economia, di non chiudere le discoteche, godere ed essere colmi di felicità, anche se quest’ultima, molte volte è a danno degli altri.
La nostra società è fondata sul divertimento, le distrazioni, lo svago, la dimenticanza, il consumo, l’impero mediatico, altro che responsabilità cui molti si richiamano. Come non pensare che tutto ciò sembra avere a che fare con una nuova dittatura costruita sul consenso di massa, sull’appiattimento del linguaggio, sui social network, sulla menzogna, sull’immagine, sulla persuasione, come afferma Michel Onfray nel suo ultimo saggio dal titolo Teoria della dittatura. La sua analisi prende a modello quel socialismo che Orwell aveva messo alla gogna con il suo libro La fattoria degli animali. Ora per Onfray questa analisi sembra prendere di mira l’Europa di Maastricht anch’essa colpevole di una visione distorta della realtà che nel nome della giustizia sociale favorisce la produzione aziendale, la disuguaglianza e l’impero dell’alta finanza.
Avrei molte cose da obbiettare su questa tesi ma preferisco mantenermi su una dimensione meno revisionista e retorica e più critica. La tesi di partenza di Onfray è molto generalista. Nel criticare il sistema stalinista dell’Unione sovietica Onfray afferma che la dittatura nazifascista è analoga a quella stalinista, sostenendo in sostanza che i campi di sterminio, la Shoah e i gulag sono la medesima cosa; sono tutte alimentate da dittature feroci e da regimi totalitari. In sostanza il suo ragionamento è che nei campi di sterminio si deportavano gli ebrei, gli zingari e gli oppositori politici così come nei Gulag venivano deportati i nobili, gli aristocratici, i dissidenti e dunque non esistono differenze. No, non è la stessa cosa, la logica di sterminio scientifico, sistematico di tutti gli ebrei non è paragonabile, neppure lontanamente, a quella dei Gulag che in qualche modo, anche se in maniera criticabile ed eccessiva, rimaneva in una logica di regime politico, di lotta violenta e totalitaria.
Il revisionismo storico ha le gambe corte se non si guardano realmente i fatti, i contesti, le fonti, i documenti, le testimonianze. Bisogna imparare a distinguere, anche se questo costa fatica. L’Europa nata da Maastricht non è per nulla identificabile con le dittature cui abbiamo assistito nel Novecento, né porsi come riferimento per una teoria della dittatura dell’oggi, anche se ciò che lega i paesi europei è solo la questione economica e produttiva. Mi sembra che l’Europa stia facendo dei passi avanti in una dimensione di solidarietà, di lotta alla povertà, di salvaguardia del clima e riconversione economica in senso ecologico, anche se ciò non basta.
Tuttavia ci sono aspetti della teoria della dittatura che Onfray analizza nel suo libro degni di nota, per comprendere meglio ciò che sta accadendo nel nostro mondo, senza che nessuno se ne renda conto. Tanto per citarne alcune di queste questioni, faccio riferimento soprattutto all’impoverimento della lingua, la distruzione del lessico, l’eliminazione dei classici, l’abolizione della verità, la strumentalizzazione della stampa, la diffusione di notizie false, la cancellazione del passato, la negazione della natura, l’industrializzazione della letteratura e dell’arte, il divertimento come liberazione da ogni vincolo, la propagazione dell’odio. Questi sono alcuni di quegli aspetti che ci fanno pensare a una dimensione di emergenza per il pensiero.
Per tornare alle dimensioni pandemiche che vengono dall’esterno, dalla peste di antica memoria a quella di oggi, si è indotti a credere che le questioni che abbiamo sollevato fin qui non c’entrino niente né con le vecchie pandemie né con il Covid. Quella che stiamo vivendo ora, prima o poi passerà e di nuovo tutto tornerà come prima. Non è così
. La pandemia si propaga con il contagio. Il contatto non è più fisico ma invisibile con ciò che è inafferrabile e che colpisce tutta la comunità. Sergio Givone nel suo ultimo saggio dal titolo: Metafisica della peste scrive che fa parte del nostro destino, quello di essere uomini mortali esposti a ciò che non possiamo né controllare né prevedere. Le pandemie accompagnano le nostre esistenze non solo come realtà che ci infettano portandoci alla morte, ma anche come una colpa che si estende su tutta la vicenda umana fino a infettare il web e toccare così da vicino le nostre esistenze diventando metafora delle paure contemporanee (emergenza, malattia, inquietudine). Al di là dei dati pandemici ciò con cui abbiamo a che fare è qualcosa cui non possiamo sottrarci e che è anche il privarsi di qualche libertà e che chiama alla responsabilità nei nostri comportamenti e nei nostri gesti quotidiani. Ognuno di noi oltre a contagiarsi può divenire un potenziale contagiante. Ciò non può essere eluso con il ritornello tanto prima o poi arriverà un rimedio, poiché le questioni che abbiamo sollevato rimangono, né si risolvono con un nuovo vaccino. Forse una nuova pandemia scoppierà ancora e forse non sarà più possibile, recriminare, o tornare indietro. Gli effetti poi dei cambiamenti climatici sono evidenti a tutti e ormai il processo è irreversibile e impone scelte non solo in campo energetico ma anche nei nostri modi di produrre e creare lavoro. Come abbiamo già scritto nel libro dal titolo Ai bordi dell’arte, pubblicato di recente da ZONE ma anche molto prima del Covid con Inquietudini, denaro , politica e arte, pubblicato da Lanfranchi editore, occorre cambiare il nostro modo di pensare. Bisogna che la responsabilità sia etica e autentica, nel linguaggio che parliamo e nei nostri gesti quotidiani, bisogna rinunciare all’odio, sviluppare argomenti, uno spirito critico, una virtù del commento e non dell’esagerazione, un’etica dell’estetica, interrogarsi sul senso della nostra esistenza e dello stare al mondo, insomma imparare a essere discreti, virtuosi e solidali. Ce la faremo ?
Sunday, June 7, 2020
Una stravolgente vera radicalità
Davanti alla barbarie
della comunicazione a tutti i costi che il Covid ha sollevato sarebbe meglio tacere. Le pseudo analisi che appaiono ormai
giornalmente sui social da Facebook a Twitter e Instagram e sulle reti televisive
si sprecano rimescolando ogni cosa:
Purtroppo sono proprio i professoroni cattedratici nostrani ormai diventati
opinionisti del mercato della comunicazione che appaiono sui media e in televisione a
propinarci un minestrone soporifero di banalità, ripetizioni, presentazione di
libri sulla quarantena
Sembrano programmi di attualità, politica e cultura ma non hanno niente di quanto
dichiarato nel palinsesto. In realtà si tratta di brodaglia, pattume culturale
qui e là cosparso di qualche ciliegina e cortigianeria. Il tutto appare mascherato
da una sorta di buonismo, da una divulgazione mediocre e di regime. Fate caso
ai nomi che appaiono in questo insalatone mediatico, sono sempre gli stessi quelli del prima e del dopo Covid.
Dall’altra parte ci
sono gli esclusi che naturalmente citando il libro di Foucault Sorvegliare e punire ci mettono in guardia
dall’ideologia imperante che, nel nome del Covid, fa fuori le libertà di ognuno di noi. Che
c’entra Foucault con il suo libro
scritto intorno ad un’altra situazione? Costoro vedono dappertutto intrighi, congiure,
potentati economici che ledono i nostri diritti sociali per sottometterci e abituarci
ad essere controllati.
Seppure l’ultima
posizione appaia comprensibile da un punto di vista critico, essa è pur sempre
venata di quel culturalismo e radicalismo
borghese che la fa essere inefficace proprio da un punto di vista di
quel che vuole essere. I morti che sono usciti dagli ospedali ci sono stati per
davvero e continuano ad esserci, il Covid 19
non è certo sparito, ci si può
ancora ammalare e la scienza non ha ancora detto l’ultima parola
sull’argomento.
In entrambi i casi assistiamo a sproloqui
che hanno abbandonato l’approfondimento, i contesti di riferimento. Ogni cosa
cade su se stessa e fa abbassare la nostra capacità di discernere, analizzare,
comprendere davvero dove siamo. Anche gli scienziati sono caduti nella rete
della divulgazione di massa diventando una nuova specie di opinionisti. Sembra proprio che la ricerca della verità non
interessi più a nessuno. Le opinioni e le menzogne cavalcano le nostre vite,
mentre intanto il pianeta si ammala. Bisogna rassegnarsi ? No, occorre
distinguere, fare opera di traduzione. Coltivare il piacere dell’esclusione,
dell’isolamento. Prendere le distanze, stare a distanza, scavare un abisso,
separarsi, non comunicare, limitare i consumi e farla finita con le vendite
on-line. Smettiamola di ripetere: stiamo
insieme
nella distanza o ce la faremo.
E’ per
tale ragione che ho deciso di non rispondere alimentando il terreno della
comunicazione di regime, il fuoco delle
banalità e invece praticare il silenzio. E’ vero che esiste un linguaggio silenziosissimo
che l’esserci vuole solo trasmetterlo, non descriverlo . Esso è talmente
sommesso che non sembra essere nella lingua, somiglia piuttosto a palpebre che
si alzano nel silenzio. E’ il silenzio che appartiene alle esperienze mistiche Tuttavia l’esperienza interiore del
mistico dice la parola.
La volontà di dire
dell’estatico non è solo impotenza ; è anche forza è anche melodia. La parola
che dice non può dire l’indicibile. Dice l’altro, immagini, sogni, volti; ma
non dice l’unità. Parla, non può fare a meno di parlare perché la parola arde
dentro di lui ed è il silenzio che l’ha suscitata.
Se
facciamo un buon uso di questo silenzio e ascoltiamo ciò che i mistici ci hanno
lasciato possiamo forse sperare di
prendere coscienza di noi stessi e della realtà in cui viviamo, forse potremmo
sperare di invertire la rotta disastrosa dei cambiamenti climatici, ascoltare
il mormorio che è dentro di noi anche se non sappiamo da quale mare provenga. Forse è proprio
questa una stravolgente, sublime radicalità.
Immagini:
1 Francesco Correggia, Galleria Antonio Battaglia, 2020
2
Ritratto di William Occam, anno 1300
3
Bernardo di Chiaravalle , 1120
4
San Francesco in meditazione con teschio, Francisco de Zurbarán, 1658
5
Ritratto di Baruch Spinoza anno 1660
6
San Giuseppe da Copertino, il santo che vola, 1650
7
Suor Maria Ionela Cotoi mistica 1964
8
Ritratto di Martin Buber, 1958
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