Sunday, September 13, 2020
Il Recovery fund e l’arte contemporanea
Si fa un gran parlare del Recovery fund. Tutti lo aspettano. Bisogna decidere quali progetti presentare al parlamento europeo e come va speso. Intano la nostra politica non sa fare di meglio che convocare gli stati generali e ripetere che bisogna sentire tutti anche le opposizioni. Quando non si hanno idee chiare sui progetti e soprattutto sulle finalità se non qualche idea che ormai viene ripetuta a più riprese come per esempio la salvaguardia dell’ambiente, il territorio, la digitalizzazione, le infrastrutture, la riforma fiscale, l’innovazione il resto è soltanto una ripetizione di ciò che questo paese è riuscito a fare e non fare in questi ultimi anni. La verità è che ciò a cui abbiamo assistito finora è uno spreco di risorse in un paese dilaniato dalla corruzione, da interessi, da potentati, da una politica incapace e rapace. Questo è sempre di più un paese non solo corrotto, ma violento, dove emerge un atteggiamento truffaldino a tutti i livelli. Il cittadino, soprattutto se è una persona debole e anziana deve sapersi proteggere altrimenti incappa in truffe, persecuzioni e quant’altro. Come si fa a fermare quest’onda anomala, questo strapotere incombente che annulla la civiltà democratica?
L’esempio oggi più evidente è nel modo con cui la politica tenta di individuare le strategie per far sì che il Recovery fund sia quel che ci si aspetta, serva cioè a migliorare il paese e far ripartire un’economia sostenibile, a difendere il clima, aiutare i più deboli. Sono i media, gli apparati della comunicazione e i grandi potentati economici e culturali ad indicare la strada su come investire quelle necessarie risorse. Si, proprio gli stessi media che sono sempre di più coinvolte nel processo di disgregazione culturale, d’inefficienza, di falsità, di disinformazione e di violenza a cui assistiamo da decenni. Ci scandalizziamo per la violenza che viene esercitata sui più deboli com’è stato di recente per l’uccisione del giovane Willy, eroe contemporaneo, brutalmente massacrato da altri giovani palestrati solo perché era intervenuto a difendere un suo amico, o nel caso di ragazze stuprate sulla spiaggia, e non ci indigniamo e reagiamo quando la violenza e il bullismo circolano dappertutto e vengono esercitati con la parola e gli atteggiamenti, nei luoghi dello spettacolo televisivo, del divertimento, della mondanità. Sono proprio quei modelli che circolano nei canali d’intrattenimento televisivo, nella rete, sui social a spingere verso quella violenza che esplode all’improvviso in maniera feroce. Quali valori stiamo diffondendo e quali sono i fini del nostro vivere sociale ? Dovremmo spegnerla la televisione o almeno chiedere ai lor dirigenti di fare maggiore attenzione all’etica pubblica, all’esercizio delle virtù, alla verità e non alla menzogna, all’inganno e all’evasione dove a prevalere è sempre il più forte. Purtroppo ci vorrebbe un cambiamento culturale profondo, il quale dovrebbe partire proprie dalle scuole, dalle università, dalle Accademie. Invece proprio queste Istituzioni sono all’ultimo posto della spesa pubblica, all’ultimo posto nella graduatoria degli interventi. Così come la cultura di cui si fa un gran parlare in questo paese. Prendiamo ad esempio quanto sembra emergere da questa fantomatica commissione Cantica21 patrocinata dal Ministero degli affari esteri della cooperazione Internazionale e della Direzione generale della creatività contemporanea Mibact. Già la dizione di queste importanti Istituzioni di per sé dovrebbe generare una certa dose di perplessità.
Tutti noi sappiamo quanto il Covid 19 abbia influito negativamente su tutta l’economia italiana e anche sul mondo dell’arte soprattutto dell’arte contemporanea. A questo proposito rimandiamo alle numerose lettere spedite al Ministro Franceschini sulla questione. Sembra invece che tutti gli appelli di artisti, galleristi, Associazioni di Gallerie e Gallerie private siano rimasti vani, senza alcuna risposta o per lo meno siano serviti a smuovere qualcosa. Cantica21 che sarebbe l’espressione di un Forum sorto durante il periodo pandemico e sostenuto da un importante Ministero, vorrebbe aiutare gli artisti italiani attraverso iniziative volte all’internalizzazione del loro lavoro con bandi a cui possono partecipare artisti under 35 e artisti over 35.
Gli artisti emergenti selezionati non si sa da chi ma temo dai soliti ignoti che hanno fatto parte del Forum avranno dei premi in denaro esigui circa dai 2.500 ai 5.000 euro. Il progetto dovrebbe rilanciare l’arte contemporanea. Una serie di opere inedite saranno esposte in una grande mostra diffusa negli Istituti italiani di cultura, i consolati italiani all’estero, le ambasciate. Mi sembra allucinante. Sembra una manovra pubblicitaria per far colpo. Come dire si interviene parzialmente sull’anello più debole senza guardare al contesto generale. Provvedimenti simili sono già in atto in numerosi paesi europei, ma bisognerebbe ricordare a questa favolosa commissione di esperti ministeriali che nelle altre civili nazioni esiste un sistema dell’arte contemporanea molto più equilibrato del nostro e molto più sostenuto e che la stessa bellezza ha a che fare con l’etica e la virtù e non solo con l’estetica e l’occhio. Ma questo è un altro discorso che rimando ai miei due libri pubblicati di recente: Inquietudini, Arte, politica e denaro Lanfranchi editore e Ai bordi dell’arte Naufragio, trascendenza e pandemia edizioni ZONE. Per quanto riguarda il nostro paese occorrerebbero provvedimenti e investimenti forti, capaci con il Recovery Fund non solo di far ripartire l’economia ma anche di rilanciare tutto il sistema dell’arte contemporanea per poi andare a programmare iniziative parziali come quelle che Cantica21 vorrebbe lanciare. Bisogna dare inizio a politiche di defiscalizzazione per l’acquisto di opere d’arte contemporanea, ripartire dagli artisti, dalle Gallerie, dai Musei di arte contemporanea dallo sistema scolastico, dalle Università e Accademie.
Solo se si interviene su tutto il settore in maniera razionale, responsabile e competente si può rilanciare l’arte contemporanea davvero a livello internazionale. Altrimenti di che parliamo del Cantico dei Cantici e di Dante Alighieri ? Il che va benissimo ma non può bastare per un’arte contemporanea ridotta al lumicino. Interventi di defiscalizzazione e di sostegno alle Gallerie e Musei di arte contemporanea sono stati da tempo adottati dagli Stati Uniti e dalla maggior parte dei paesi Europei e sono serviti a rilanciare il sistema economico dell’arte e anche quello del paese che ha adottato tali iniziative. Ci vuole una buona dose di consapevolezza e di cultura per comprendere ciò che abbiamo innanzi soprattutto per quanto riguarda il mondo delle immagini e della cultura visiva contemporanea. Ed è proprio ciò che manca a questo Governo e che la politica in generale e gli stessi media non riescono a fare e a comprendere. E’ giusto chiamare gli esperti quando si devono fare scelte impegnative e decisive ma bisogna vedere chi sono gli esperti, da chi vengono chiamati e secondo quale logica. In questo paese, ahimè, purtroppo sono sempre la corruzione, le clientele, gli scambi di favore a dominare e ridurre tutto in un pantano maleodorante.
Friday, August 28, 2020
Dai racconti di Francesco Correggia : Tra un luogo e l'altro
Bruno Scozzafava decise di andar via dalla città dove aveva vissuto per tanto tempo per noia, inedia, malinconia. Non aveva ancora bene in mente una destinazione ben precisa. Nella sua mente giravano ancora immagini letterarie di città e paesi che aveva sognato o che aveva appena percepito tra i suoi viaggi. Ma non era questo che lo guidava ma solo la voglia di andare via, di cambiare luogo. Stava andando via, punto e basta. Il resto era affidato al caso. Il suo era uno stato simile a chi si riprende da uno stordimento. I suoi nervi, dopo aver attraversavano la piena incontrollata di un fiume, ora si sentivano, in qualche modo, pacificati con la terra ferma. Aveva deciso di prenderlo quel treno che lo portava lontano, finalmente in una città senza traffico, rumori, cartelloni pubblicitari, ristoranti ed effluvi di promesse. Il caso dunque e non una ferma decisione lo aveva portato a fare quella scelta incontrovertibile: partire per una città che non aveva nome.
Bruno Scozzafava era arrivato alla stazione trafelato portando con sé appena una valigia e uno zaino. Scelse un treno qualsiasi fra quelli fermi e pronti a partire. Guardò a lungo il treno. Andava su e giù per tutta la sua lunghezza. Poi era salito a metà del percorso. Aveva preso un intercity Freccia rossa di quelli che li si vede sfrecciare veloci. Non guardò la destinazione. Si riprometteva di fare il biglietto in treno. Aveva informato il controllore che gli trovò un posto libero in un vagone quasi vuoto. Pagò il biglietto con la carta di credito e si sedette comodamente. Non aveva altro da fare che guardare. Sarebbe rimasto sveglio per tutto il viaggio e forse lì dov’era diretto non c’era una vera e propria stazione ferroviaria ma uno spiazzo dove si poteva scendere , attraversare il binario come si faceva un tempo ed essere in un luogo che somigliava ad una città e che forse era soltanto un agglomerato di case, un intreccio di strade, vie, piazze, edifici. Ma questa era la sua immaginazione che girava senza controllo nella sua testa. Bruno aveva calcolato il tempo che lo separava dall’arrivo, ma gli annunci erano quasi sempre uguali e monotoni, le stazioni sembravano identiche e niente riusciva a incuriosirlo, a invitarlo a scendere. Dirigersi verso Bologna o verso Venezia per lui era la stessa cosa. Erano solo nomi di città.
Il treno partì in orario, all’inizio si fermò in qualche stazione ma poi prese velocità e dal finestrino si poteva vedere solo il turbinio dei luoghi che apparivano e svanivano. Bruno aveva provato a respirare l’aria dei luoghi, assaporandone la gradazione dei colori e le trasparenze del paesaggio. Nessuno poteva immaginare lo scenario del suo viaggio, gli orologi delle stazioni il via vai di viaggiatori instancabili, le valigie a rotelle, le giovani donne truccate come ninfe che sarebbero salite sul treno. Bruno si guardò intorno e vide uomini vestiti come barbari, alcuni indossavano abiti blu comprati ai negozi Coin, camicia bianca e cravatte a palline o a righe blu, altri portavano jeans e magliette attillate. L’intercity si fermò alla prima città del percorso.
Bruno guardava i viaggiatori salire aspettandosi che qualche giovane donna con l’abitino corto e attillato si sedesse accanto a lui. Magari proprio davanti a lui così da poterla semplicemente guardare. Si sarebbe sentito il prescelto per una possibile avventura. Quel luogo così si sarebbe trasformato in uno spazio di fantasticherie, di immagini intime. Fra quelle poltrone numerate e assegnate al caso e alla fortuna dove lei avrebbe deciso di sedersi, lui avrebbe potuto osservarla meglio e per un attimo coglierne il lato segreto, la vulnerabilità. Avrebbe fantasticato, l’avrebbe denudata e amata, proprio lì in quel segmento di vicinanza. Poteva scendere nella stessa stazione dove la donna che lo ispirava sarebbe scesa. In fondo non aveva nulla da perdere. Il destino lo guidava. Bruno respirava a pieni polmoni. Espelleva dai suoi pensieri ogni aspetto della realtà che lo disturbava per sostare in quel divagare, in quell’intima capacità di trasformare l’immaginazione in realtà, in attimo vissuto. Stava correndo fra le braccia di una donna che abitava in una città senza nome, oppure si trattava di ciò che è destinato solo ad esaurirsi nel pensiero. Bruno non lo sapeva, attendeva solo che qualcuna prendesse posto davanti a lui. Erano salite molte persone su quel treno: un intercity che sembrava un regionale per le troppe fermate. A lui non importava. Bruno era un uomo di poche parole, alto con un fisico asciutto, una leggera calvizie e l’età indefinibile. Molto gentile nei modi, attirava fiducia per quella sua qualità di mettere tutti a proprio agio. La sua conversazione era brillante ricca di rimandi ed espedienti linguistici. Teneva il biglietto che era stato appena emesso dal controllore nella tasca della giacca da cui non si separava mai.
La destinazione era la fine della corsa del treno, ma a lui non importava il nome di quella città dove si sarebbe concluso quel viaggio. Era solo una città, un’ipotesi possibile un nome fra gli altri. I nomi di città gli ricordavano le tante case dove aveva abitato. Un corpus d’immagini si faceva avanti e le città che vedeva sfilare dal finestrino non erano altro che nomi che aveva sentito nei bollettini metereologici, nomi a volte leggendari, raccontati e dispersi qui e là. Nomi che forniscono agli uomini ragioni o illusioni di stabilità. Ogni città è la rappresentazione fisica del nome e della parola che lo pronuncia. Alla fine ogni viaggiatore finisce per somigliare alla sua casa, al luogo dove ha abitato, dove ha vissuto, sognato, patito, scopato. Ogni volto ha un qualcosa di quella casa , di quelle mura, di quella città con tutti i suoi apparati, viscere, elucubrazioni, discorsi disarmonie e armonie. In quel treno ogni vissuto andava al suo posto disegnando traiettorie inconsuete nei volti che egli vedeva per la prima volta. Ognuno di loro gli ricordava qualche altro volto, qualche altra espressione in un andirivieni di immagini della memoria. Così quell’angusto spazio di un vagone di seconda classe delle ferrovie diventava un cosmo dove forze sottili si sfidavano o si contrapponevano. Era un crepuscolo grigio quando il treno lo portò ad una stazione di media importanza. Pensò per un attimo che quella potesse essere la sua città. C’era un’atmosfera di pioggia in quel luogo; è soprattutto in città dove la tempesta è temibile, che il cielo mostra il suo volto con maggiore chiarezza possibile. Cercò di alzarsi da quel sedile ma una donna piuttosto ingombrante lo sopraffò. Gli chiese di aiutarlo a sistemare le valigie così Bruno perse del tempo e il treno ripartì, ma in cuore suo si disse che forse quella non era la meta cui era destinato. Per fortuna quella donna non si sedette accanto a lui, l’aveva scampata bella. A Bruno non piacevano le donne grasse poi quella era anche piuttosto invadente.
Non fece in tempo a rimuginare fra sé e sé dello scampato pericolo e che poteva considerarsi fortunato, quando un viaggiatore che non aveva visto arrivare gli chiese con una cortesia fuori dal comune per quel luogo: “Posso sedermi? Non vorrei disturbala ma la mia prenotazione è proprio vicino al finestrino davanti al suo posto”. Bruno fu colto alla sprovvista e anche se deluso rispose con altrettanto gentilezza: “prego si immagini, lei è molto gentile”. L’altro sistemò i propri bagagli, una valigia di media grandezza e uno zaino che infilò fra le gambe. Era un uomo adulto, si poteva immaginare che avesse non meno di sessanta anni. La sua fronte era alta e liscia, i capelli lunghi e brizzolati allungavano e snellivano la sua testa tanto da farla apparire quella di un corvo in volo. Il naso grande giganteggiava sulle sue labbra sottili e grevi, il viso rotondo con una barba volutamente incolta, gli occhi come delle fessure che incidevano quel volto erano verdi. Portava degli occhiali rotondi, con una montatura marrone. L’incarnato pallido tradiva la stanchezza e notti insonni. Vestiva in maniera semplice ma con un tocco di eleganza. Era difficile risalire alla sua attività, ma certo si poteva intuire non fosse un uomo comune appartenente a quella schiera di viaggiatori che salgono in treno con la valigia e con la convinzione di essere un qualcosa, un incarico, un politico, un ufficiale, un impiegato, un bancario, un manager, un militare, un professore. No quel signore sembrava non avesse niente che lo rendeva simile a qualcun altro, che lo assimilava a una qualche professione, a un padre, a un fratello, a un figlio. Bruno si trovò in imbarazzo davanti a quegli occhi austeri, inespressivi eppure profondi. Dopo essersi sistemato al suo posto a sedere quel signore appoggiò sul piccolo ripiano davanti a lui un libro, un paio di occhiali, un catalogo e un blocco notes.
Prima di mettersi a leggere gettò a Bruno uno sguardo rapido e subito, non sappiamo se per cortesia o forse per attaccare discorso gli chiese: “mi scusi se ho disturbato la sua quiete, dov’è diretto ?” Bruno ebbe la sensazione che quel tipo non avesse alcuna identità che fosse decisamente trasparente. Forse non era lì per caso, doveva esserci un motivo di quella presenza così insolita. Quel signore non somigliava a nessun altro nel treno, sembrava fosse piombato da un luogo estraneo, da un’altra terra, un altro pianeta. E poi perché avrebbe dovuto dire dove andava, non lo sapeva neanche lui. Ma per una sorta di gentilezza e secondo il motto, per la verità poco seguito, che a una persona gentile si risponde con altrettanta gentilezza rispose: “ancora non so”. L’altro che sembrò non dare molto peso a quella risposta piuttosto fuori dal comune, sembrò immergersi nel suo libro che sfogliò con avidità. Il viaggiatore s’infilò un altro paio di occhiali che dovevano essere di lettura su quelli per la miopia con la montatura marrone che già portava e s’immerse nella lettura. Leggeva con avidità senza preoccuparsi di chi gli stava attorno. Qualche volta si fermava, come per prendere respiro, beveva qualche sorso di acqua minerale dalla bottiglia che aveva sistemato nell’apposito sostegno davanti a lui e ricominciava a leggere. Bruno si concentrò anche lui su quel libro che il suo vicino dirimpettaio stava leggendo. Cercò di carpirne il titolo. L’edizione doveva essere Einaudi ma non riusciva a leggere né il titolo del libro, né l’autore. Perciò in una delle pause che intercorrevano tra la lettura del libro e la sosta del viaggiatore per portarsi la bottiglia dell’acqua sulle labbra gli chiese: “Mi scusi , non vorrei essere inopportuno ma che cosa sta leggendo?”. Bruno si fermò lì. Voleva chiedere qualcos’altro ma pensò che avrebbe potuto infastidire e attese la risposta. Il viaggiatore poggiò il libro sulle sue gambe fece un lungo respiro, si levò gli occhiali di lettura e alzò gli occhi nel vuoto come se dovesse giungergli dall’alto la risposta. “Si tratta de l’Uomo senza qualità di Robert Musil”, fece una pausa poi continuò “Lo avevo già letto da giovane, ma non ne avevo compreso la natura segreta, la sua struttura letteraria, ora che lo sto rileggendo mi appare nella sua nitidezza, nel suo fulgore.” Bruno si ricordò di quel libro. Lo aveva letto anche lui da giovane anche se non ricordava più niente della trama e dei personaggi. Sapeva che era un libro importante che tracciava un confine, una specie di demarcazione nel clima della Vienna dell’inizio del novecento fra tradizione e modernità. Si limitò a dire rilanciando con un’altra domanda: “E’ vero, un grande libro. Lei si occupa di letteratura?” Lui sembrò ancora guardare in alto e gli rispose quasi ispirato. “Sono solo un semplice lettore. Questo è ancora un libro attuale. Ulrich non solo è il tipico personaggio del primo novecento, della decadenza e della fine dell’impero austro ungarico, ma è il rappresentante tipico di quella borghesia che sarà poi destinata alla morte. Tutta la vicenda ha qualcosa d’inquietante, di anticipante ancora adesso. E’ come assistere alla propria rovina, alla fine di un altro impero, il nostro, quello sopravvissuto alla seconda guerra mondiale e all’avvento dell’uomo tecnologico. E’ l’annuncio di una catastrofe che si rivela in modo letterario. Qui la letteratura è non solo anticipante rispetto al reale, ma è lingua che rinnova, scoperta dell’indefinito esserci, determinazione dell’inderminato.”
Il viaggiatore sostò per un attimo sulle parole. Un silenzio attraversava quello spazio dove quei due insoliti personaggi si trovavano. Il vociare intorno degli altri viaggiatori scandito dai suoni dei cellulari e dalle inutili conversazioni sembrava sospeso. “La vera letteratura è sempre fuori dall’ordinario, è sempre una sospensione, una freccia lanciata nell’indefinito scorrere del tempo”. Continuò. A Bruno gli sembrò retorico parlare in quel modo. In fondo si trattava di un semplice romanzo. Vide che il viaggiatore portava con sé un catalogo che ogni tanto sfogliava soffermandosi su qualche immagine. Erano riproduzioni di quadri. Il catalogo portava sulla copertina il nome dell’autore che Bruno non riusciva a leggere bene e a bella vista la casa editrice: Prearo editore. Bruno conosceva quell’editore e sapeva che pubblicava solo libri di arte contemporanea raffinati ed eleganti, perciò non dubitò un istante e per saperne di più gli chiese: “Mi scusi se sono ancora inopportuno lei è un pittore?” Lui rispose in maniera quasi enigmatica senza dire né si né no: “Preferirei di no. Il mondo dell’arte è un mondo angusto e spettrale mentre l’opera d’arte è il congegno dello spirito che nella contraddizione dell’esserci trova in questa aporia irrisolvibile tra empiria e trascendenza, il proprio senso, non c’è altro da dire sull’arte”.
Il treno intanto aveva attraversato altre due stazioni. Le persone entravano e uscivano da quel vagone accompagnate dal rumore delle valigie, di zaini super ingombranti, borse. Bruno rimase immobile , sembrava sconvolto da quella non risposta, da quella strano enigma che sembrava un brano recitato da Carmelo Bene. Si convinse che quel signore doveva essere proprio un pittore: quelle risposte non nascono casualmente in una conversazione fra viaggiatori di un treno. Intanto la speaker del treno annunciò: diamo il benvenuto ai clienti e avvisiamo che il vagone ristorante rimane aperto fino alle 16,30. Il viaggiatore sembrò preoccuparsi di questo annuncio. Sembrava irritato e sbottò: “perché chiamarci clienti ? Io non sono un cliente sono una persona, un signore, semmai un viaggiatore. Abbiamo perso l’essenza della vita. Ormai ci siamo abituati ad essere dei clienti che bisogna sedurre a cui bisogna offrire, vendere qualcosa.” Ci fu ancora un breve intervallo di silenzio fra i due, rotto dal rumore sordo di un altro treno Freccia rossa che procedeva all’incontrario. Bruno replicò: “sono d’accordo con lei. Oramai si è clienti nostro malgrado, nessuno se ne preoccupa più”.
Il viaggiatore sembrò interessarsi al suo vicino dirimpettaio più di quanto dovesse. Lo guardò questa volta diritto negli occhi e in maniera diretta gli chiese “ ma lei oltre a viaggiare senza sostare da nessuna parte e senza avere una meta precisa di che cosa si occupa ?” Bruno Scozzafava rimase sorpreso da quella domanda. Aveva già in mente di scendere alla prossima fermata ma quel tipo gli complicava le cose. Lo aveva quasi convinto che c’era una specie di natura del tempo cronologico che non poteva evitare. Gli parve di essere dentro un involucro. Quello scompartimento non era più un vagone di un treno ma una macchina del tempo che lo trasportava da un luogo all’altro, da una fuga all’altra. Bruno strabuzzò gli occhi e rispose. "Ho lasciato la mia casa nella città in cui abitavo. Ho imballato tutte le mie cose, mobili, libri, quadri e ora sono alla ricerca di un paese dove poter abitare anche se per qualche anno. Devo sistemare il mio passato, le parole, gli arredi della mia mente.” Il viaggiatore gli rispose con una leggera vena di ironia: “si vede che non ha le idee molto chiare”. Bruno rimase un po’ turbato da quell’affermazione, gli sembrò inopportuna ma lui proseguì: “questo treno non viaggia all’infinito ma ha una destinazione, una fine , una città dove termina la propria corsa. Tutte le cose del mondo vanno in questo modo, c’è sempre una direzione, un senso anche se vorremmo farne a meno. E’ inevitabile”. A questo punto, con uno sforzo quasi sovrumano Bruno tentò di replicare, ricordandosi che sull’argomento aveva letto abbastanza: “non so, credo di poter affermare che è proprio rispetto a quel sistema fisico a cui apparteniamo e per il modo con cui interagiamo con il resto del mondo siamo in prima istanza memoria e anticipazione. E’ il tempo che ci apre il nostro parziale accesso al mondo. Molte volte ci confondiamo con il tempo cosmico per brevi momenti della nostra vita ma è solo un’illusione. Il tempo, dunque, è una forma che la nostra mente crea qui ad ogni istante per stare nel mondo. E’ la sorgente della nostra identità, spostarsi da un luogo all’altro senza una meta né una dimora forse è un modo per comprenderlo questo tempo che non ha tempo”. Il viaggiatore a quel punto aveva abbandonato la propria lettura lasciando il libro di Musil sulle proprie ginocchia “mi scusi lei è buddista ?” gli chiese. Bruno Scozzafava avrebbe voluto rispondere, ma come si fa a parlare di ciò che è fluttuante, di ciò che non appartiene al mondo e che appare solo come una labile ipotesi trascendente? Il treno rallentò la sua corsa. Stava per arrivare a un’altra fermata. Bruno Scozzafava con uno scatto improvviso afferrò la sua borsa, prese la sua valigia e replicando al viaggiatore, con una voce appena udibile disse: “è arrivato il tempo di scendere” e si precipitò all’uscita del treno.
Immagine:
Claude Lorrain The Embarkation of the Queen of Sheba 1646
Friday, August 21, 2020
Niente è cambiato
Sembrava che il Covid-19 avesse potuto portare a un cambiamento di abitudini, a un mutamento virtuoso dei nostri stili di vita, invece purtroppo dobbiamo costatare che niente di tutto ciò è accaduto, niente ha modificato alcunché nel nostro spirito e nei nostri comportamenti. Ancora adesso che l’onda pandemica non si è esaurita del tutto, l’essere umano non ha modificato le proprie abitudini. Continua a divertirsi, consumare, sporcare il pianeta infischiandosi dei cambiamenti climatici e degli altri. E’ triste doverlo ammettere ma proprio in questi giorni ferragostani si è scatenata soprattutto da parte dei giovani un’irresistibile pandemia di divertimento, di assalto alle spiagge, di turismo insensato. La nostra unica preoccupazione sembra essere stata quella di sostenere il turismo di massa, di inebriare le persone con false promesse, di sostenere l’economia, di non chiudere le discoteche, godere ed essere colmi di felicità, anche se quest’ultima, molte volte è a danno degli altri.
La nostra società è fondata sul divertimento, le distrazioni, lo svago, la dimenticanza, il consumo, l’impero mediatico, altro che responsabilità cui molti si richiamano. Come non pensare che tutto ciò sembra avere a che fare con una nuova dittatura costruita sul consenso di massa, sull’appiattimento del linguaggio, sui social network, sulla menzogna, sull’immagine, sulla persuasione, come afferma Michel Onfray nel suo ultimo saggio dal titolo Teoria della dittatura. La sua analisi prende a modello quel socialismo che Orwell aveva messo alla gogna con il suo libro La fattoria degli animali. Ora per Onfray questa analisi sembra prendere di mira l’Europa di Maastricht anch’essa colpevole di una visione distorta della realtà che nel nome della giustizia sociale favorisce la produzione aziendale, la disuguaglianza e l’impero dell’alta finanza.
Avrei molte cose da obbiettare su questa tesi ma preferisco mantenermi su una dimensione meno revisionista e retorica e più critica. La tesi di partenza di Onfray è molto generalista. Nel criticare il sistema stalinista dell’Unione sovietica Onfray afferma che la dittatura nazifascista è analoga a quella stalinista, sostenendo in sostanza che i campi di sterminio, la Shoah e i gulag sono la medesima cosa; sono tutte alimentate da dittature feroci e da regimi totalitari. In sostanza il suo ragionamento è che nei campi di sterminio si deportavano gli ebrei, gli zingari e gli oppositori politici così come nei Gulag venivano deportati i nobili, gli aristocratici, i dissidenti e dunque non esistono differenze. No, non è la stessa cosa, la logica di sterminio scientifico, sistematico di tutti gli ebrei non è paragonabile, neppure lontanamente, a quella dei Gulag che in qualche modo, anche se in maniera criticabile ed eccessiva, rimaneva in una logica di regime politico, di lotta violenta e totalitaria.
Il revisionismo storico ha le gambe corte se non si guardano realmente i fatti, i contesti, le fonti, i documenti, le testimonianze. Bisogna imparare a distinguere, anche se questo costa fatica. L’Europa nata da Maastricht non è per nulla identificabile con le dittature cui abbiamo assistito nel Novecento, né porsi come riferimento per una teoria della dittatura dell’oggi, anche se ciò che lega i paesi europei è solo la questione economica e produttiva. Mi sembra che l’Europa stia facendo dei passi avanti in una dimensione di solidarietà, di lotta alla povertà, di salvaguardia del clima e riconversione economica in senso ecologico, anche se ciò non basta.
Tuttavia ci sono aspetti della teoria della dittatura che Onfray analizza nel suo libro degni di nota, per comprendere meglio ciò che sta accadendo nel nostro mondo, senza che nessuno se ne renda conto. Tanto per citarne alcune di queste questioni, faccio riferimento soprattutto all’impoverimento della lingua, la distruzione del lessico, l’eliminazione dei classici, l’abolizione della verità, la strumentalizzazione della stampa, la diffusione di notizie false, la cancellazione del passato, la negazione della natura, l’industrializzazione della letteratura e dell’arte, il divertimento come liberazione da ogni vincolo, la propagazione dell’odio. Questi sono alcuni di quegli aspetti che ci fanno pensare a una dimensione di emergenza per il pensiero.
Per tornare alle dimensioni pandemiche che vengono dall’esterno, dalla peste di antica memoria a quella di oggi, si è indotti a credere che le questioni che abbiamo sollevato fin qui non c’entrino niente né con le vecchie pandemie né con il Covid. Quella che stiamo vivendo ora, prima o poi passerà e di nuovo tutto tornerà come prima. Non è così
. La pandemia si propaga con il contagio. Il contatto non è più fisico ma invisibile con ciò che è inafferrabile e che colpisce tutta la comunità. Sergio Givone nel suo ultimo saggio dal titolo: Metafisica della peste scrive che fa parte del nostro destino, quello di essere uomini mortali esposti a ciò che non possiamo né controllare né prevedere. Le pandemie accompagnano le nostre esistenze non solo come realtà che ci infettano portandoci alla morte, ma anche come una colpa che si estende su tutta la vicenda umana fino a infettare il web e toccare così da vicino le nostre esistenze diventando metafora delle paure contemporanee (emergenza, malattia, inquietudine). Al di là dei dati pandemici ciò con cui abbiamo a che fare è qualcosa cui non possiamo sottrarci e che è anche il privarsi di qualche libertà e che chiama alla responsabilità nei nostri comportamenti e nei nostri gesti quotidiani. Ognuno di noi oltre a contagiarsi può divenire un potenziale contagiante. Ciò non può essere eluso con il ritornello tanto prima o poi arriverà un rimedio, poiché le questioni che abbiamo sollevato rimangono, né si risolvono con un nuovo vaccino. Forse una nuova pandemia scoppierà ancora e forse non sarà più possibile, recriminare, o tornare indietro. Gli effetti poi dei cambiamenti climatici sono evidenti a tutti e ormai il processo è irreversibile e impone scelte non solo in campo energetico ma anche nei nostri modi di produrre e creare lavoro. Come abbiamo già scritto nel libro dal titolo Ai bordi dell’arte, pubblicato di recente da ZONE ma anche molto prima del Covid con Inquietudini, denaro , politica e arte, pubblicato da Lanfranchi editore, occorre cambiare il nostro modo di pensare. Bisogna che la responsabilità sia etica e autentica, nel linguaggio che parliamo e nei nostri gesti quotidiani, bisogna rinunciare all’odio, sviluppare argomenti, uno spirito critico, una virtù del commento e non dell’esagerazione, un’etica dell’estetica, interrogarsi sul senso della nostra esistenza e dello stare al mondo, insomma imparare a essere discreti, virtuosi e solidali. Ce la faremo ?
Sunday, June 7, 2020
Una stravolgente vera radicalità
Davanti alla barbarie
della comunicazione a tutti i costi che il Covid ha sollevato sarebbe meglio tacere. Le pseudo analisi che appaiono ormai
giornalmente sui social da Facebook a Twitter e Instagram e sulle reti televisive
si sprecano rimescolando ogni cosa:
Purtroppo sono proprio i professoroni cattedratici nostrani ormai diventati
opinionisti del mercato della comunicazione che appaiono sui media e in televisione a
propinarci un minestrone soporifero di banalità, ripetizioni, presentazione di
libri sulla quarantena
Sembrano programmi di attualità, politica e cultura ma non hanno niente di quanto
dichiarato nel palinsesto. In realtà si tratta di brodaglia, pattume culturale
qui e là cosparso di qualche ciliegina e cortigianeria. Il tutto appare mascherato
da una sorta di buonismo, da una divulgazione mediocre e di regime. Fate caso
ai nomi che appaiono in questo insalatone mediatico, sono sempre gli stessi quelli del prima e del dopo Covid.
Dall’altra parte ci
sono gli esclusi che naturalmente citando il libro di Foucault Sorvegliare e punire ci mettono in guardia
dall’ideologia imperante che, nel nome del Covid, fa fuori le libertà di ognuno di noi. Che
c’entra Foucault con il suo libro
scritto intorno ad un’altra situazione? Costoro vedono dappertutto intrighi, congiure,
potentati economici che ledono i nostri diritti sociali per sottometterci e abituarci
ad essere controllati.
Seppure l’ultima
posizione appaia comprensibile da un punto di vista critico, essa è pur sempre
venata di quel culturalismo e radicalismo
borghese che la fa essere inefficace proprio da un punto di vista di
quel che vuole essere. I morti che sono usciti dagli ospedali ci sono stati per
davvero e continuano ad esserci, il Covid 19
non è certo sparito, ci si può
ancora ammalare e la scienza non ha ancora detto l’ultima parola
sull’argomento.
In entrambi i casi assistiamo a sproloqui
che hanno abbandonato l’approfondimento, i contesti di riferimento. Ogni cosa
cade su se stessa e fa abbassare la nostra capacità di discernere, analizzare,
comprendere davvero dove siamo. Anche gli scienziati sono caduti nella rete
della divulgazione di massa diventando una nuova specie di opinionisti. Sembra proprio che la ricerca della verità non
interessi più a nessuno. Le opinioni e le menzogne cavalcano le nostre vite,
mentre intanto il pianeta si ammala. Bisogna rassegnarsi ? No, occorre
distinguere, fare opera di traduzione. Coltivare il piacere dell’esclusione,
dell’isolamento. Prendere le distanze, stare a distanza, scavare un abisso,
separarsi, non comunicare, limitare i consumi e farla finita con le vendite
on-line. Smettiamola di ripetere: stiamo
insieme
nella distanza o ce la faremo.
E’ per
tale ragione che ho deciso di non rispondere alimentando il terreno della
comunicazione di regime, il fuoco delle
banalità e invece praticare il silenzio. E’ vero che esiste un linguaggio silenziosissimo
che l’esserci vuole solo trasmetterlo, non descriverlo . Esso è talmente
sommesso che non sembra essere nella lingua, somiglia piuttosto a palpebre che
si alzano nel silenzio. E’ il silenzio che appartiene alle esperienze mistiche Tuttavia l’esperienza interiore del
mistico dice la parola.
La volontà di dire
dell’estatico non è solo impotenza ; è anche forza è anche melodia. La parola
che dice non può dire l’indicibile. Dice l’altro, immagini, sogni, volti; ma
non dice l’unità. Parla, non può fare a meno di parlare perché la parola arde
dentro di lui ed è il silenzio che l’ha suscitata.
Se
facciamo un buon uso di questo silenzio e ascoltiamo ciò che i mistici ci hanno
lasciato possiamo forse sperare di
prendere coscienza di noi stessi e della realtà in cui viviamo, forse potremmo
sperare di invertire la rotta disastrosa dei cambiamenti climatici, ascoltare
il mormorio che è dentro di noi anche se non sappiamo da quale mare provenga. Forse è proprio
questa una stravolgente, sublime radicalità.
Immagini:
1 Francesco Correggia, Galleria Antonio Battaglia, 2020
2
Ritratto di William Occam, anno 1300
3
Bernardo di Chiaravalle , 1120
4
San Francesco in meditazione con teschio, Francisco de Zurbarán, 1658
5
Ritratto di Baruch Spinoza anno 1660
6
San Giuseppe da Copertino, il santo che vola, 1650
7
Suor Maria Ionela Cotoi mistica 1964
8
Ritratto di Martin Buber, 1958
Saturday, May 16, 2020

Una
specie di sintesi
nella
fiera delle banalità.
Mi sembra utile
cercare una sintesi , una specie di
resoconto su quello che è accaduto in questi ultimi mesi e di cui questo blog ha dato notizie e riportato
riflessioni.
Siamo nella fase
ascendente del Coronavirus, la fase due. Il 18 Maggio inizieranno le riaperture dei negozi, degli esercizi
pubblici e dei ristoranti. Da Giugno si
potrà viaggiare da una Regione all’altra sempre RO (indice di contagio) permettendo. Nonostante la dimensione
pandemica del Coronavirus non sia del tutto passata, tutti pensano si possa
tornare alla vita di prima. Purtroppo non sarà così. Dovremmo continuare a
tenere la distanza dagli altri, portare le mascherine, lavarsi spesso le mani e non frequentare
luoghi affollati. Anche se con il vaccino potremmo sconfiggere la pandemia,
niente sarà come prima nella vita sociale di tuti i giorni anche se le persone
continueranno a pensarlo. I danni
economici saranno ingenti e le emergenze di prima, come l’ambiente, il clima,
la povertà, l’immigrazione non potranno più essere elusi. Che cosa è accaduto in questi ultimi mesi in
cui siamo vissuti reclusi in casa ? Come sono stati i comportamenti individuali
di ognuno di noi ? Che cosa abbiamo
fatto circolare sui social ?
Non è mia intenzione
fare un’analisi sociologica sulla vita
quotidiana vissuta in rete e sul suo mondo immaginale ma solo riflettere su
quanto è accaduto a partire dal mondo al
quale io stesso appartengo e cioè dal mondo dell’arte.
In che modo hanno
operato gli artisti in questi ultimi mesi
?
Sembra che la
dimensione della circolazione dell’arte si sia trasferita tutta in rete e sui
social creando una specie di dominio della comunicazione e delle apparenze. Si
è trattato di uno spostamento, dalla realtà del mondo dell’arte con tutte le
sue implicazioni a quello del tessuto incorporeo dei media tecnologici. I
messaggi, le immagini, le dichiarazioni, le interviste, i lavori degli artisti,
i video, le performances si sono riversati sui social. E’ sembrata più una
corsa a riempire la rete, a inondarla di
foto e immagini talvolta
inconsistenti, partecipando ad una specie di pandemica circolazione del banale
che un tentativo di riflettere sulla condizione attuale dell’arte. Non si è trattato
di una cosa molto nuova ma piuttosto di
una focalizzazione sulla congiunzione
del particolare e del generale che torna . Come se le nostre attività non fossero
più sottomesse alla stretta dicotomia
fra serio e frivolo. Senza dare alla parola un senso molto peggiorativo
possiamo dire che in questo trionfo dell’apparire in rete, tutto sia diventato
banale o che tutti in quest’ansia narcisistica dell’esserci a tutti i costi, siano
caduti nella banalità. Direi anzi che i
freni inibitori, sempre che prima ci fossero mai stati, sono del tutto spariti
in questo proliferare di informazioni,
video, intenti, emozioni, immagini e parole. In questi giorni si è celebrato un
rito della consumazione artistica nella
pioggia delle immagini e della ripetizione individualistica. L’affermazione del
sé ha prevalso su tutto il resto. Questa sostituzione dal corpo con la pelle sembra configurarsi
come il trionfo dell’apparire, del sensibile e della tecnica iconofila.
Si è trattato non di un nuovo soggetto sociale che vede nel
corpo una nuova ipostasi, ma di un corpo che non ha sostanza, ossa, fondamento parola. Esso genera semplicemente la
comunicazione autoriproducendosi, perché è presente, occupa spazio . si vede e ne
rappresenta l’aspetto tattile, la pelle. La pandemia è come se avesse scatenato non
solo la vanità degli artisti ma anche a rendere emblematico l’indecidibile,
tutto l’imprevisto nascosto
nell’universo pandemico. Anche le riviste on line, Artribune è una di
queste , hanno fatto la loro parte
riportando interviste agli artisti, foto delle loro opere nel corso del periodo
di isolamento, frivolezze di ogni tipo, aggiungendo al panico, alla solitudine e alla tragedia vissuta pezzi di informazione
standardizzata dei soliti eletti del
protagonismo mediale dell’arte. Le interviste poi ai galleristi sono state
penose sia nel modo in cui soso state poste sia nella scelta dei galleristi da
intervistare. Sono sempre i soliti nomi, si va da Poleschi a Cannaviello, da
Artiaco a Continua, da Poggiali a Minini tanto per fare dei nomi. Per carità
ottimi galleristi ma qui la banalità raggiunge il ridicolo poiché le risposte
sono già implicite nel tipo di domande poste
su come reagiscono le Gallerie di arte
contemporanea all’isolamento da Covid-19. La
farsa si è sostituita alla verità, la commedia alla realtà. Forse sarebbe stato meglio, tacere ed
esplorare i nuovi confini dell’arte, le possibili rotte, riflettere sulle
conseguenze sociali ed economiche che la pandemia avrebbe portato con sé. Intervistare scrittori, filosofi
pensatori, qualche giovane gallerista, insomma qualcuno con idee nuove e che
guarda al futuro. Sarebbe stato meglio favorire e approfondire con vocabolari adeguati la
discussione e il confronto piuttosto che
pubblicare amenità di un regime della comunicazione dell’arte che rimane fermo sulle proprie asfittiche
posizioni.
D’altra parte in queste
ultime settimane si sono ripetute le lettere e le richieste d’intervento nel
settore arti visive al Ministro
Franceschini da parte di Associazioni, Gallerie private, Direttori di Musei, Critici. Lettere che abbiamo pubblicato
volentieri sul blog e di cui abbiamo condiviso
le posizioni e le richieste come quella di Alberto Fiz che è stata la più
puntuale nel panorama delle indecenze che si sono dette sull’argomento. Non
voglio perciò in questo caso aggiungere nulla su quanto è stato scritto a
proposito. Semmai ciò che va ancora
rimarcata è la totale mancanza di sensibilità, di conoscenza di un settore come
quello dell’arte contemporanea assolutamente sottovalutato non solo adesso ma già
da prima del Coronavirus. Forse si
tratta di una semplice sottostima da parte del Governo e del Ministro. Oppure egli
non sa, né vuole sapere che cosa s’intende per arte contemporanea e la sua
dimensione operativa ed economica la quale
influisce non poco nelle dinamiche socio economiche di un paese come il
nostro.
L’emergenza è solo per
quei settori considerati strategici per la cultura come il turismo, lo
spettacolo, il teatro, il cinema come se il mondo dell’arte non avesse al suo
interno i suoi lavoratori, le sue articolazioni, distribuzioni, le sue dimensioni professionali
oggi imprescindibili e non portasse con se sviluppo, economie e nuovi lavori. Tutto ciò è sorprendente. Non
una parola è stata spesa per il settore delle arti visive, non un gesto, non
una considerazione. Neppure è stato espresso il cordoglio per la morte a causa del Coronavirus del grande critico d’arte Germano Celant che ha fatto
conoscere in tutto il mondo l’arte povera italiana. Ancora più tragica è la
generalizzazione che si è fatta e si continua a fare nel mettere insieme nel
medesimo Ministero mondi assolutamente
diversi e a volte inconciliabili anche se li si volesse semplicemente assumere
sotto il termine di attività culturali . Basti leggere la denominazione pleonastica, incandescente
che definisce il Ministero di cui è a capo il Ministro Franceschini. Essa suona: Ministero
per i beni e le attività culturali e per il turismo, noto anche con l'acronimo MiBACT, dicastero del Governo della Repubblica
italiana preposto alla tutela della cultura
dello spettacolo , e alla conservazione del patrimonio artistico e
culturale e del paesaggio. Perché non aggiungere qualcos’altro
per esempio la difesa delle pelli, del
cibo, la ristorazione, lo svago, la conversazione, il sesso ? E’ il gioco consueto della cultura di massa
che fanno i politici nostrani. Per eludere la complessità, le differenziazioni
si mette tutto insieme in un calderone, in una brodaglia indistinta. Tutto deve
essere ridotto a banalità,
nell’indistinto, nel vuoto delle
apparenze come aveva scritto il sociologo Michel Maffesoli nel 1990.
Queste generalizzazioni corrispondono anch’esse
alla pelle delle parole, del corpo, ad uno schema ideologico tragico che si traduce in semplici procedure di
gestione, di contabilità e persino di moralità. Penso invece che le richieste pur legittime che si sono fatte in questo periodo di
emergenza pandemica dovranno costituire
la base di una trattativa con il Ministero anche per il futuro. Gli interventi
nel settore delle arti visive non possono concludersi con provvedimenti
generici come l’Art Bonus esteso anche a
cori, concerti, circhi e spettacoli viaggianti o l’estensione dei 600 euro per i lavoratori dello
spettacolo e il fondo alla cultura. Tali interventi
non risolvono il problema specifico dello stato dell’arte in Italia e della crisi
che lo attanaglia, dalle Gallerie ai Musei dell’arte contemporanea, agli
artisti e agli editori. Occorre, dunque, un modo nuovo di intendere il sistema delle
arti visive in Italia e di farlo ripartire in una logica internazionale.
L’Italia continua comunque
ad andar fiera del Rinascimento, dei
musei , dei suoi patrimoni paesaggistici, dei suoi artisti, peccato che non fa niente per loro, per la cultura visiva del contemporaneo e per
la stessa natura. E’ vero gli artisti sono la catena più debole del sistema
dell’arte ma è anche vero che sono sempre loro che per prima aprono un
sentiero, uno spazio, nonostante tutto il loro narcisismo, la povertà, la pandemia, il centro solitario di un cerchio di
solitudine
Un’opera d’arte, un quadro con i suoi oggetti pieni di
segreti, una performance sono li come
l’apocalisse, come se realizzassero i pensieri notturni e poiché nella loro uniformità e illimitatezza non hanno per sfondo che la cornice o lo stesso
gesto dell’accadere chi
guarda ha l’impressione che gli siano state recise le palpebre.
Nondimeno l’artista anche con le sue contraddizioni, ha indubbiamente aperto
una strada.
Ciò che l’arte, anche
quella chiamata contemporanea, comunica
nel proprio orizzonte è l’unità di uomo e lontananza, il ritorno del sensibile
nell’intelligibile, del molteplice nella singolarità. Questo ritorno nell’ovunque possibile è terra del desiderio
ed è per questo che l’arte deve vivere.
Per il resto le
Gallerie riapriranno dal 18 maggio con gli orari consueti e tutto sarà come prima oppure meglio di prima. Almeno lo si spera.
Immagini
1 Ritratto di Francesco Correggia
2 Francesco Correggia Covid -19 , collage su cartone, 2020
3 Vito Acconci, Installazione scenic design, 2012
4 Franceschini invitato da Fazio
5 Ritratto di Germano Celant
6 Galleria Battaglia durante il Coronavirus
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