Thursday, June 8, 2023
L’arte contemporanea, l’ecologia e l’emergenza climatica
Di recente mi sono imbattuto in due libri diametralmente opposti fra loro per contenuto, pensiero e scrittura. Tuttavia mi hanno molto fatto riflettere sulla condizione umana e soprattutto sul pensiero dell’arte, posto che oggi se ne possa parlare. Proprio perché opposti, la lettura dei due libri, debbo confessare, è stata molto faticosa. Si ratta del libro recente di Hans Ulrich Obrist dal titolo: A che cosa serve l’arte e del libro di Gunther Anders (Stern) L’uomo è antiquato. Il libro di Obrist è stato di facile lettura, l’ho letto in due giorni. In realtà avevo dei dubbi se comprarlo o no poi mi sono deciso.
Il titolo si spiega già da sé. Fa parte dei numerosi libri sull’arte contemporanea che pretenderebbero di dire qualcosa sul senso e sull’utilità dell’arte e che poi si esauriscono in risposte non risposte, in manuali di consenso, in pubblicità dei nomi degli artisti di cui si parla con cura nel libro. È la solita réclame di un prodotto. Qualcosa di spettrale tra l’ingenuo e il sofisticato. Eppure i due volumi di interviste di Obrist pubblicati anni prima furono non solo una fonte d’informazione notevole ma centrarono molto bene il bersaglio su che cosa intendevano fare gli artisti, perché lo avevano fatto e su che cosa pensavano. Ho poi ritirato dalla biblioteca Sormani i due volumi dal titolo: L’uomo è antiquato di Gunther Anders (Stern), libro che avevo già letto in gioventù e che avevo bisogno di rileggere proprio in questo periodo così difficile. Si tratta di un filosofo tedesco allievo di Martin Heidegger e Edmund Husserl. In questi due saggi il filosofo analizza l'inadeguatezza dei sentimenti umani in relazione alle macchine e alla tecnica.
Perché ho deciso di scrivere qualcosa a proposito di queste due mie recenti letture? Per metterli a confronto? No di certo. Quello di Obrist è un volumetto semplice, quasi un racconto delle sue imprese, niente a che vedere con lo spessore dei due volumi del filosofo Anders. Non è su questo che mi voglio soffermare bensì sulle note dolenti e contradditorie di alcune tesi di Obrist scaturite dopo una riflessione dei saggi di Anders. Obrist scrive che viviamo in un mondo fatto di discipline che in realtà sono industrie, e anche il mondo dell’arte è un’industria. Gli altri settori, dalla musica alla letteratura, all’architettura hanno seguito questo modello e le industrie confinano le persone in settori diversi che non sono capaci di avviare una conversazione fra loro, un confronto su questioni essenziali per il nostro pianeta come l’emergenza climatica. Su questo non ci piove. L’obiettivo di Obrist è spezzare queste catene invisibili, creando delle situazioni in cui sia possibile mettere in comune le conoscenze. Certamente questo è un nobile obiettivo se non fosse che l’industria oggi ha a che fare non più con persone ma con macchine, calcolatori intelligenti, algoritmi, modelli di sviluppo, piani aziendali di investimento e guadagni. L’arte è diventata un’industria suo malgrado con il consenso degli artisti sempre più accecati dal successo. Dunque, come si fa a sostenere che gli artisti contemporanei con la varietà dei loro linguaggi possano introdurre nel mondo una forma di speranza, una forma di resistenza al progressivo uniformarsi dei modi di vivere, cercando una specie di salvezza con il tema dell’ecologia e dell’emergenza climatica? Sono in malafede o non si rendono conto?
C’è aria di conformismo in tutto questo. Si tratta di un conformismo mascherato degli esegeti dell’arte contemporanea e degli stessi artisti che li seguono nel loro furore di riconoscimento e di visibilità immediata. Essi vanno sbandierando l’ecologia come tema dell’arte non comprendendo del tutto la tragedia di questo nostro mondo che va verso l’apocalisse. Che cosa dice Obrist, tra l’altro sostenuto da un curatore nostrano dal nome di Gianluigi Ricuperati di tanto sconcertante? Si capisce che sono della stessa squadra e lo si intuisce dal nome degli artisti osannati dal libro.
Ora veniamo al dunque.
Obrist sostiene che gli artisti contemporanei affrontano la questione ecologica sollevando il tema dell’ambiente e del cambiamento climatico e ciò fa ben sperare per il futuro. L’arte contemporanea per lui sarebbe chiamata a creare le condizioni in cui è possibile avviare degli archivi di queste conoscenze, delle maratone di saperi condivisi dove ci si interroga sul futuro. Fa un lungo elenco di artisti che lavorano in questo senso. Arte e Architettura, narrazione non lineare ed evoluzione cognitiva, scienza, arte e musica s’intrecciano magicamente in una maratona continua che dovrebbe aprire le coscienze individuali sulla questione dell’ambiente, del cambiamento climatico e della salvezza del pianeta. Obrist si è inventato spazi improbabili, dalla cucina del suo albergo a hotel di lusso fino ad arrivare a curare mostre alla Serpentine gallery, noto spazio istituzionale londinese e ora lancia una nuova sfida attraverso quelli che lui chiama Archivi del futuro. Obrist è certamente una figura di curatore notevole nel panorama attuale dell’arte contemporanea e la sfida da lui lanciata fa riflettere e apre questioni importanti.
Lasciatemi dire che, nonostante apprezzi molto la sua capacità di seguire gli artisti ed inventarsi spazi espositivi nuovi e molte volte fuori dal circuito dell’arte, mi sembra che le sue tesi siano una specie di trovata dell’ultima ora, un atteggiamento oggi abbastanza diffuso che consiste nel tentativo di avere attenzione dai media, di cavalcare l’onda mediatica su problematiche complesse e di enorme attualità. Vorrei ricordare ad Obrist che non sempre la tematizzazione porta in primo piano la complessità del tema e che c’è una certa differenza fra tema e tematizzazione come scrive Levinas in totalità e infinito. Tematizzare molte volte non vuol dire riconoscere, portare a conoscenza, ma sfuggire, annebbiare chi legge.
Certo gli artisti citati nel libro sono orientati verso una ricerca oggi ineludibile su che cosa fare per frenare il cambiamento climatico. È altrettanto vero che anche questo affrontare un tema così decisivo appare come un tentativo di far colpo nel mondo dell’arte, sui collezionisti e sullo stesso sistema finanziario e arrivare al successo e alla visibilità, al narcisismo mediatico. Dopo la sceneggiata iniziale tutto rimane inalterato e le Istituzioni culturali e lo stesso mercato dell’arte non fanno altro che annullare la portata significativa del tema che si vorrebbe annunciare continuando nel rito dell’appiattimento globale, nel trattare l’opera d’arte come merce. Non è certo vestendo l’abito del monaco che si fa un monaco oppure costruendo giochi come se ciò fosse una cosa seria. Ci vuole ben altro. In questo senso mi è sembrato straniante e insieme istruttivo rileggere i due libri di Anders .
La riflessione di Anders sui pericoli che corre l’umanità intera mi è sembrata all’improvviso, appropriata per smontare alcuni luoghi comuni e vizi interpretativi che nel libro di Obrist appaiono evidenti. Il primo fra tutti è continuare a pensare che l’arte debba avere un senso o non averlo proprio: il famoso senso e non senso. Nell’era delle macchine e degli apparecchi che producono immagini delle immagini a pieno ritmo, non solo non vale più la pena richiamarsi al senso ma è inutile, poiché è proprio in questo meccanismo riproduttivo dominato da fantasmi che esso è sparito e non tornerà mai più. Il consumismo, le macchine e la pubblicità hanno ridotto l’uomo ad un servo. Servo di che cosa? della produzione macchinica, dei media tecnologici dell’alta finanza. Il senso di oggi è un monopolio a cui siamo costretti e non una ricerca della verità che appare inconfessabile. L’arte contemporanea non è più un ritrovare un senso, un gioco serio ma uno specchiamento della tecnica uno strumento di propaganda ripetitivo che riconsolida il conformismo delle pratiche dell’arte. Il senso non è più un segreto da disvelare bensì un’etichetta ben preparata e confezionata. Ne abbiamo fatto un progetto senza nessuno che progetti, l’abbiamo de-deificato, scrive Anders. Esso è diventato un mezzo e non un fine, di che cosa poi se non dello stesso mezzo che riproduce sé stesso un’infinità di volte? Non è giocando a scacchi che si risolve la questione della sfida che ci attente. Non c’è più tempo per continuare con giochi e sogni.
Anders per raccontarci tutto ciò parte da lontano e cioè dalla vergogna che lui chiama prometeica davanti lo strapotere della tecnica e dell’era digitale. L’uomo è schiavo delle macchine che non può più controllare poiché l’intelligenza artificiale, la macchina robotica, il mondo della tecnica e delle immagini ci comandano, non solo riproducendosi, ma annullando le cose e il sentimento della natura attraverso la riproduzione costante di copie delle copie del reale. L’uomo, novello prometeo scrive Anders è subalterno rispetto al mondo delle macchine che lui stesso ha creato e che non riesce più a controllare. Egli va verso l’automatizzazione scivolando nell’abisso dell’incomprensione e dell’autoannientamento. L’uomo va verso l’apocalisse perché è il sistema produttivo ed economico, fondato sulle leggi del mercato, del capitalismo finanziario che ha fatto scempio della natura sfruttandone fin troppo le risorse e provocando un disequilibrio ambientale mai visto prima. Ed è proprio questo sfruttamento, questa capacità tecnica di dominio che ha portato al cambiamento climatico e forse ci porterà alla fine del genere umano. Produciamo sempre più armi sofisticate e distruttive. Il nucleare è ancora una minaccia incombente e il petrolio continua ad essere la nostra bestia nera mentre nuovi scenari di guerra si prospettano all’orizzonte.
Le stesse macchine sono come sibille pirotecniche che ci assediano e non ci fanno pensare. Esse producono immagini, fantasmi sostanzialmente irreali di fronte ai quali siamo passivi. Non sono più al nostro sevizio per aiutarci a superare le difficoltà e migliorare il genere umano. Il mondo dell’arte contemporanea di cui scrive Obrist non fa che seguire questo intreccio fra immagini e tecnologie, persuasione e fallacia, verità e falsità, seduzione ed edulcorazione. Quello che lui chiama la molteplicità dei linguaggi nell’arte contemporanea, la sua mondializzazione non è altro che standardizzazione, adesione a un principio unico, la sottomissione dell’uomo al consenso e al conformismo. Ecco perché nell’arte ci sono fatti senza interpretazioni. Il fatto è che ciò che sembra accadere non accade veramente ma si presenta come un fantasma tradendo lo stesso accadimento che diventa insensato se non nella sua insensatezza finale e cioè la distruzione. In questo senso i media e il consenso generalizzato sono i prodotti del nostro vivere quotidiano che traducono il mondo in immagini, la realtà in farsa consegnando l’uomo alle macchine e al monopolio di un regime mediatico perfetto. Si tratta di prodotti incandescenti destinati a sparire e a riprodursi in altra forma continuamente nella logica fatale del consumismo, delle vendite, della pubblicità e delle guerre trasmesse nelle reti televisive come prodotti del trattenimento di massa, come merce.
Non è avviando una conversazione o scambiandoci letterine sulla salvezza del pianeta o giocando a scacchi secondo le regole del gioco che riusciremo a risolvere il mostruoso enigma che oggi si ripropone e invertire la rotta del disastro ambientale. Stiamo diventando tutti operai e servi di questo potere irrazionale e macchinico che si riproduce. Siamo come apprendisti stregoni di spiriti che una volta evocati non avranno pietà di noi. La razionalità del mondo produttivo si trasforma in irrazionalità incomparabilmente peggiore di qualunque altro precedente. Distruzione o salvezza, quale senso dare alla vita? Questa è la domanda che dovrebbero porsi oggi gli artisti sul che cosa fare.
Cambiare la propria vita, sottrarsi ai media, e allo splendore della tecnica, un fare arte che si sottrae allo stesso fare, sottrarsi allo sfarzo spettacolizzato, praticare l’umiltà, con virtù etica, fare a meno della réclame del proprio lavoro, della spettacolarizzazione integrata, interrogare la pittura, oppure adeguarsi al conformismo, alla logica del consumismo spettrale, alla logica distruttiva dei modelli dominanti e perire. Insomma si tratta di cambiare la propria vita. Gli artisti sono davanti a questo bivio, ancora una volta come davanti al bivio di Heracle raccontato nei Mirabilia da Senofonte. Ci vuole ben altro per sensibilizzare le coscienze di tutti sul cambiamento climatico. Ci vuole un atteggiamento etico sostanzialmente virtuoso e irriducibile fuori dagli schemi uniformi e convenzionali dell’arte contemporanea.
Immagini:
1 - Dominique Gonzales Foerster, Tapis-de-lecture-2000
2 - Emilio Prini, allestimento Osart-Gallery
3 - Jan Cheng, Cheng’s Emissaries trilogy 2015
4 - Douglas Gordon Play Dead Real Time 2003
6 - Tacita Dean, The Wreck of Hope, 2022
7 - Donald Sultan, big yellow, 2014
8 - Hans-Peter-Feldmann- Frauen-Tipibookshop
9 - Gustav Metzger , demonstration of auto destructive art 2004
10- Koo Jeong – A, Cedric Tate gallery 2003
11- Etel-Adnan-Landscape-2014
12 - Francesco Correggia, hospital, 2020
Friday, December 9, 2022
Cultura ed etica
Come aveva intuito Georg Simmel, l’uomo deve abbandonare quella separazione tra etica e cultura che ancora domina il soggetto. La questione non sta solo nei termini di una responsabilità comune che è anche istanza di libertà e dovere, ma di una riconversione dei valori che investe tutti e tutto. La corrispondenza fra etica e cultura ora investe direttamente il tema del rapporto dell’uomo con la natura. L’avvento delle nuove tecnologie, la crisi del pianeta, e una guerra alle porte dell’Europa ripropongono il tema della riflessione etica intorno alla responsabilità comune e alla rottura del rapporto fra l’uomo e la natura. Tali concetti appaiono non solo rovesciati ma quasi determinanti rispetto alle attuali pratiche sociali come il web e le piattaforme digitali. Il mondo standardizzato e in rete sembra aver messo in dubbio ancora di più l’unità fra etica e cultura, il che è anche rapporto dell’uomo con le altre specie del pianeta. I media non fanno altro che ampliare questa distanza alimentando la totale assenza di virtù etica e di responsabilità che rende impossibile una nuova ottica geopolitica.
Occorrerebbe aprire una seria discussione sulla validità dei sistemi economici, finanziari e giuridici che dominano il soggetto, soggiogandolo asservendolo o almeno concepire una riflessione sui modi del vivere quotidiano, sullo stesso visibile e sullo sguardo che non percepisce più le cose, il mondo, la realtà. Invece non accade assolutamente nulla. Sembra che al margine di tale situazione ci sia solo l’abisso che non è il vuoto da cui poi si rinasce e si ritorna ma la totalità nullificante dell’inerzia, l’annullamento di quello spirito che aveva fatto credere che potesse esistere una possibilità etica, discorsiva e soprattutto, un’arte capace di rinsaldare, l’essere con il tutto, restituire la trama tra visibile e invisibile. Non, dunque, quell’inerzia angosciosa che apre ad una dimensione letteraria e poetica salvifica e rigenerante di quella coscienza che appartiene all’essere umano, al suo vivere con la natura, con la sua essenza. e non solo col suo apparire bensì una conoscenza/coscienza altra, una renovatio del corpo e dello spirito verso l’altro da sé, una cultura immersa nella natura e con essa solidale. Una creazione verso un’instaurazione del legame tra Dio e mondo, creatore e creatura, riorientamento del mondo e rottura con le logiche del capitalismo finanziario. Dobbiamo ora cominciare a pensare ad una creazione continuamente rinnovata, una epifania dello sguardo che palpeggia il mondo non solo guardandolo ma assumendolo in una dimensione interiore, spirituale.
Il rapporto tra natura e cultura, estetica e politica sembra ridiventato il tema dominante di molta arte contemporanea così come appare preminente il farsi avanti di un altro tema fondamentale: il rapporto fra arte e democrazia. Abbiamo a che fare con una discesa nel simbolico che presuppone una caduta e una risalita ciclica. Si tratta di un processo di sostituzione, dall’archetipo e dalla cifra trascendentale all’incarnazione della mente, ad una simbolica delle sensazioni e le emozioni, ad un canale cinestetico (embodiment) caratterizzato dai nuovi media L’universo in cui siamo immersi con le sue logiche comunicative, mediali, biotecnologiche sembra aver bisogno di una soggettività tutta nuova in direzione di un riconoscimento, di un’autorità, di nuovo del corpo del sovrano. Il ritorno dei nazionalismi all’interno della comunità europea ne è una prova evidente. E l’arte come prolungamento di un mercato globale sembrerebbe promuovere tale logica con un ethos che viene dalle merci, le quali costituiscono il grande ornamento della realtà. Nell’arte contemporanea, nelle installazioni, nelle performance, riconoscimento, identità, immagine e corpo si sovrappongono. Così accade che la differenza fra simbolico e realtà non ci sia più come non è più percepibile quella fra immagine e corpo. Tutto è visibile ed esposto.
Il trascendente si piega alla terra, al nomos. La simbolizzazione e il capitalismo estetico si sostituiscono al Katéchon, al potere che frena Il katéchon (in greco “colui o ciò che trattiene”) è una misteriosa figura introdotta dall’apostolo Paolo nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi. Paolo rimprovera agli abitanti di Salonicco di comportarsi come se la fine dei tempi sia davvero imminente, con la conseguenza di trascurare i loro doveri mondani. L’apostolo ricorda quindi che, come già anticipato da lui in altre occasioni, devono verificarsi alcune condizioni prima del ritorno di Cristo. Intanto deve realizzarsi il trionfo del falso Messia, l’Anticristo (destinato ovviamente a essere sconfitto da quello vero nella battaglia finale), ma prima ancora deve essere spazzato via, appunto, ciò che “trattiene” l’Anticristo dal manifestarsi, il katéchon. Esso svolgerebbe una funzione di freno nei confronti dell’auspicato ritorno di Cristo e della sua vittoria finale. Se così fosse l’Anticristo non verrebbe mai svelato e così l’avvento di Cristo sarebbe rimandato all’infinito.
Al di là della polemica fra Blondet e Cacciari su chi fa il tifo per l’avversario cioè per Satana si viene a delineare la fine della simbolica trinitaria padre figlio e spirito santo che aveva caratterizzato la teologia politica e l’estetica della modernità con una lunga agonia del senso della storia. La dissoluzione nostalgica del katéchon che allungava i tempi della fine in attesa del Messia porta ad una specie di desiderio di reincamtamento, di riallineamento dei sensi. Il problema è che, anche se tale riallineamento del desiderio sia quasi salvifico, esso sembra negare la natura e guidarci verso un regime mediale estetico dilatandosi a dismisura. C’è voglia di imperi nella vecchia Europa e le nuove guerre ne sono una conseguenza. La separazione fra occidente ed oriente si fa sempre più netta. E d è da questo contesto di crisi e di rischio di una guerra nucleare che la nostalgia del Katéchon appare dal fondo del nostro mondo ma anche nelle pieghe dell’arte contemporanea. Arte che sembra diventare sempre più pubblica, partecipativa ed abbracciare i problemi del pianeta mentre in definitiva essa appare sempre più resistente, legata ad un’economia che la vincola alle forze produttive ed economiche del sistema finanziario e speculativo. Quelle stesse forze che schiacciano il pianeta e si contrappongono alla natura. Anche se le dichiarazioni della politica sono per un cambiamento, per una prospettiva ecologica e umana, per una riconversione industriale, tale soluzione è negata dai fatti, poiché il capitalismo si è trasformato in estetica che ormai scivola dappertutto senza limiti abbagliando i sensi, così che anche quel potere che frena (katechon) non è più possibile se non con una ritrovata mistica che sappia di nuovo ricomprendere, riascoltare, raccogliere.
Ci stiamo avviando verso lo svelamento dell’Anticristo, ‘avvento che precede l’arrivo del Messia oppure siamo immersi nella logica del potere che frena?
La rivelazione sostengono i mistici rinnova la creazione primigenia nel presente che viene sempre nuovamente creato, poiché già quella creazione primigenia altro non è che la profezia suggellata che Dio giorno dopo giorno rinnova: l’opera dell’inizio. Questo inizio si rinnova poiché l’uomo prima ancora di essere soggetto, è preso in una relazione con altri uomini, relazione che è etica prima che sociale o politica. Per E. Lévinas, ciò che caratterizza l’uomo è la sua “inevitabile possibilità” di rapportarsi all’Altro, il che non può essere ricondotto all’io, perché resta sempre esteriore alla coscienza, situato al di là di essa. L’epifania, e dunque la manifestazione dell’Altro, avviene nel dialogo, nel faccia a faccia. L’Altro è quindi una rivelazione concessa in particolare dal volto, che è il mezzo di comunicazione primo e lo strumento attraverso il quale l’umanità di ciascuno si palesa.
A quanto pare è proprio il faccia a faccia ad essere inghiottito dal mondo digitale. Il colloquio fra uomo e natura si è interrotto, il margine si è rotto. Ora dilagano i torrenti. I fiumi si sono gonfiati, i ghiacci si sciolgono, il mare conquista pezzi di spiagge, le inondazioni sommergeranno interi quartieri e pezzi di paesaggio, mentre imperterriti ci avviamo ad un riarmo massiccio, alimentando guerre, dispute e odio. Ciò che l’uomo aveva sapientemente costruito ora viene distrutto. Il neoliberismo mostra il suo vero volto: la negazione dello spirito, la supremazia sulla natura e perfino la negazione dell’uomo.
Siamo lontani non solo da ogni epica ma anche da ogni attribuzione di valore. Esserne lontani significa non avere più valori fondanti e neppur valori nuovi da condividere, quelli formali, linguistici, etici, discorsivi. Lontani da ogni senso e da un’etica dei valori, tutto si riduce ad una celebrazione narcisistica, al rito della menzogna dichiarata, di una narrazione superata, desueta, priva di spiragli di luce, di parole vere, di tristizia lieta e feconda. Siamo nella melma. Il valore etico deve sussistere come valore particolare nella funzione dell’agire stesso. Deve trovarsi cioè nel motivo, nel principio vitale del volere. Il volere stesso, scrive Simmel, è etico. Esso non consiste nel contenuto distaccato dal valore. Non è che venga realizzato un contenuto il cui valore viene accettato da qualche altra parte, ma è l’eticamente fondato di valore, a permettere che il contenuto venga realizzato.
Ci sono, dunque, contenuti che possono venir realizzati soltanto attraverso la negazione della volontà e divenire così specificamente etici ed estetici. L’etica non è solo una questione di rapporto tra cultura e natura ma il fondamento stesso dell’agire che fa, diviene contenuto. Il punto non è più la necessità di essere narrati, riconoscersi in un passato in una dimensione antropologica: tutti noi esprimono questo desiderio. La stessa dimensione linguistica di questo agire non è più sufficiente a liberare l’arte dalle mille storie e narrazioni che si sovrappongono l’una all’altra nell’universo mediatico poiché essa deve essere intesa all’interno del contenuto stesso, all’interno cioè di quell’etica della rappresentazione del volere che è la vera essenza del vivere sociale e dell’Estetica in generale.
Ritrovare di nuovo un rapporto che sempre si rinnova e riposiziona tra etica e cultura, etica e dimensione tecnica, etica ed estetica, cultura e natura ora appare quasi ineludibile nel nostro rapporto con la dimensione tecnologica e la stessa prassi digitale del contemporaneo. È qui che si misura la capacità dell’essere umano, di potere invertire la rotta del disastro. È ancora, la stessa parola dell’uomo e l’arte come interiorità ad aprirci ad una nuova stagione estetica. Siamo noi, la nostra specie ad essere chiamata a questa nuova responsabilità fatta di contenuti ed eticamente discorsiva.
È attraverso una nuova riscoperta dei sensi e non solo del senso d’essere che si deve avviare una conversazione, un colloquio con l’altro da noi, con quell’assolutamente altro che neghiamo costantemente. In una vera democrazia l’arte deve tornare ad essere rivelazione anche illegittima del senso d’essere rispetto al dominio delle classi dirigenti e al regime estetico politico e finanziario; deve infine ritornare ad essere trasversale, obliqua opponendosi al Katéchon, di nuovo al potere che frena. La strada che apre al ritorno del vero messia è aperta, l’anticristo è qui con noi e nessun potere lo frena.
Immagini
1 – Francisco Goya, Procession of Flagellants, 1815
2 – Eugene Thirion , Triumh of faith, 1830 ca
3 - Anish-Kapoor-Biennale-Venezia 2022
4 - David-Tremlett, Barolo nelle langhe, estate 2019
5 – Terry Atkinson, galleria Six, Milano, 2022
6 - Goldschmied & Chiari,, biennale di Venezia, 2022
7 – Massimo Cacciari, il potere che frena, libro.
8 – Cristopher Wool, oil and silkscreen on paper, 2018
9 - Damien Hirst, Truffle, 2016
10. Francesco Correggia, ex libris Kant la metafisica dei costumi, 1999
Saturday, October 1, 2022
La vittoria del centro destra e la guerra
Il centro destra ha vinto le elezioni politiche e andrà a governare con la maggioranza assoluta sia nella camera sia nel senato. Il partito di Giorgia Meloni leader dei fratelli d’Italia è risultato il primo partito e con ogni probabilità sarà lei il nuovo Presidente del consiglio. La cosa non mi amareggia del tutto. Pensavo di non andare a votare. Ero nauseato dai partiti e soprattutto dal PD che non ha saputo contrastare con efficacia la vittoria della destra, fra l’altro già pronosticata da tempo. Alla fine, sono andato a votare per la sinistra e verdi. L’ho fatto a malincuore e preso da una certa nostalgia per quella sinistra che in Italia è scomparsa. Il partito degli astenuti è cresciuto (amara consolazione) mentre il Movimento di Conte, 5 stelle che davano per sconfitto ha recuperato il suo elettorato e forse qualcuno anche del centro sinistra e del PD in particolare.
Ci aspetteranno anni duri con la guerra in corso e la crisi energetica. Stiamo pagando lo scotto di una guerra che l’Europa non ha saputo né gestire né fermare schierandosi apertamente con l’Ucraina, pensando che le sanzioni e l’invio di armi avrebbero potuto fermare Putin invece di provare a rilanciare la diplomazia per trovare un possibile accordo di pace. Ciò conferma di quanto la politica europea sia asservita agli interessi americani che in nome della democrazia pensano di dominare il mondo. Ma quel che è peggio è che l’Europa si è dimostrata incapace di avere una sua autonomia, una sua capacità di trovare nuovi equilibri di rapporti fra occidente e oriente e dinamiche costruttive negli interessi di tutti per una pace duratura.
Il cosiddetto atlantismo sebbene sia necessario in questa dimensione di guerra economica e commerciale per difendere l’occidente da dittature e dalla espansione cinese lo è sempre meno per difenderlo da nuovi fascismi che ancora una volta si sviluppano proprio in Europa. Sarà questo centro destra capace di avviare una sua politica di riforme e giustizia sociale, eliminando le disuguaglianze e al contempo avviare una politica europea più vicina ai cittadini creando le condizioni in Europa per un processo di pace? Ho i miei dubbi a proposito.
Penso che gli intellettuali e gli artisti di questo paese dovrebbero reagire al disastro ambientale e all’irrazionalità di questa guerra spingendo l’Europa ad assumere una posizione consapevole e razionale rispetto al pericolo incombente. Questa guerra le cui ragioni sono evidenti e risalgono al 2014 sta provocando sempre di più danni economici rilevanti oltre che portarci verso una terza guerra mondiale che sarebbe distruttiva per il possibile uso di armi nucleari. Penso che basterebbe non tanto schierarsi da una parte o dall’altra ma spingere tutti a ragionare senza pregiudizi e particolarismi emotivi e far sentire la propria presenza sui media che purtroppo sembrano alimentare il conflitto piuttosto che risolverlo con la diplomazia. Purtroppo sono i media che sembra voler escludere qualsiasi presenza contraria alla linea politica intrapresa con le sanzioni e l’invio di armi sempre più sofisticate all’Ucraina.
Qui non si tratta di arrendersi davanti all’invasione russa o di piegarsi al volere di Putin come sostiene qualche giornalista americano ma di andare un po’ più in là rispetto alle ristrettezze delle posizioni assunte attualmente. Lo si può fare superando la fallacia delle contrapposizioni, cercando di capire le posizioni dell’altro. Se non si raggiungeranno nuovi equilibri economici e geopolitici nel rispetto di posizioni diverse dalle nostre sarà il nostro pianeta a pagarne il prezzo e sarà proprio il genere umano a essere in pericolo. Non può essere solo Papa Francesco a lanciare appelli per la pace e a rimanere inascoltato. Ci vuole una mobilitazione generale, una nuova sensibilità capace di farsi ascoltare e scongiurare il pericolo che tutti noi stiamo attraversando. Questa sensibilità deve partire dalle Università, dalle Istituzioni culturali, dagli intellettuali, dai poeti, dagli artisti e coinvolgere tutti.
Le opere qui riprodotte sono tutte di Francesco Correggia:
1 Give me Just a Breathe, olio su tela mis.1,30x1,50. 2022
2 A volte è remota, olio su tela, mis.60x80, 2021
3 Attraverso, olio su tela, mis. 1,90x1,60, 2021
4 Scivola, olio su tela mis. 1,90x1,60, 2021
5 A volte è vicina, olio su tela, mis, 60x80, 2021
Saturday, July 23, 2022
una tragica follia
Ecco, il piatto è servito caldo. Fra due mesi il 25 settembre si andrà al voto anticipato. La campagna elettorale per le elezioni politiche si prevede arroventata come lo è l’estate di quest’anno in cui tutti noi, abbiamo compreso che il clima è mutato, che i cambiamenti climatici e la guerra in corso saranno pesanti con conseguenze inimmaginabili per la nostra economia malata e per la nostra vita. Per la fine della legislatura bisognava aspettare ancora sei mesi e poi si sarebbe andati a votare normalmente, come accade in tutti i paesi democratici e non ci sarebbe stato nessun rinvio come blandito falsamente dalla destra erede del fascismo, quello sì antidemocratico.
Avrei voluto continuare a scrivere sull’arte contemporanea e sul suo mondo ma ahimè mi accorgo sempre di più che una questione come quella dell’arte non può essere elusa se non come logica conseguenza dell’altra, quella sociale, politica ed economica come bene aveva intravisto Gyorgy Lukacs. Il principio che le sostiene infatti e le fa andare verso una deriva, quella dell’arte a volte necessaria, quella della politica disastrosa e inconcepibile è la mancanza di ragione. Si potrebbe dire di quella ragione erede di grandi tradizioni del pensiero filosofico greco, illuminista oppure quella del principio della ragione sufficiente che come scriveva Leibnz: per colui che conosce abbastanza bene le cose, si può dare una ragione che da sola è sufficiente a spiegare una realtà di fatto. Nel nostro caso non c’è né l’una né l’altra.
Il governo Draghi è caduto senza nessuna ragione plausibile e sufficiente se non quella di andare in tempi rapidi alle urne. Due gli argomenti, entrambi cagionevoli, sostenuti a supporto di questa tesi, quello dei 5 stelle che devono rifarsi una verginità di partito popolare, sociale, addirittura progressista, attento ai bisogni delle masse e quello della logica del centro destra spinto dal partito della incandescente Meloni che, sondaggi alla mano, intravede la vittoria alle urne. Berlusconi vecchio volpone ha intuito la possibilità di vittoria e fa retromarcia con una specie di trappola, un escamotage, levando l’appoggio al governo che lui aveva favorito e voluto nello spirito di un patto politico di emergenza perfino con i 5 stelle nel nome della salvezza del paese e del liberismo economico. Ho ragione di credere che sia stata la possibilità di vincere e tornare al centro della politica e non quella della governabilità del paese, della sicurezza, di una politica per famiglie e imprese la vera motivazione della scelta di Berlusconi e Salvini. Proporre con candore mirabile un governo Draghi bis senza i 5 stelle così come ci è stato detto era solo una furbata da parte del volpone incontinente per scaricare Draghi. Ancora Berlusconi? Ebbene sì. Con tutta la mia simpatia per l’uomo sempre circondato da belle donne eterno e nucleare che non invecchia mai mi sembra che sia proprio lui la vera iattura per l’Italia, la sua continua ansia di protagonismo, di pedante formicolio mediatico. Non faccio il politologo ma basterebbe riesaminare la storia di questi ultimi trenta anni per capire perché.
Ma non è questo il punto. Io non ho condiviso molte iniziative del governo Draghi, il green pass, la politica estera ma ho sempre ritenuto fosse un uomo corretto, con una sua impostazione tecnica bancaria ma anche morale, un uomo di principi e con le idee chiare. Un signore d’altri tempi precipitato nella politica, spinto dal nostro Presidente Mattarella per rispondere alle inadempienze e incapacità della stessa politica. Era logico, dunque, supporre che senza il consenso parlamentare di tutta la maggioranza e senza la possibilità di prendere delle decisioni per il bene del paese si sarebbe dimesso.
L’incarico di Draghi non era prettamente politico ma era più legato ad una dimensione contingente di scelte urgenti che proprio la politica o meglio i partiti non avevano saputo prendere come la lotta alla pandemia, l’attuazione del Piano nazionale Ripresa e Resilienza, le riforme necessarie per l’accesso ai contributi europei, il caro bollette, l’inflazione, il decreto aiuti, l’autonomia energetica. Tutti nodi su cui c’era convergenza. Anche la famosa agenda Conte su cui i 5 stellati hanno puntato i piedini sarebbe stata materia non solo di discussione ma di provvedimenti da prendere sempre all’interno di una larga convergenza. Cosa ci si aspettava che Draghi dicesse sì va bene attueremo le vostre proposte che, badate bene, erano già contenute negli interventi da prendere anche se non condivisi da tutta la maggioranza, oppure un sorriso di consenso, una manata sulla spalla? La risposta di Draghi non poteva essere di assenso politico su quei punti che, sembravano dettati più da una logica elettorale che di un vero impegno a risolvere gli impegni in agenda, ma quella di una richiesta di fiducia, un richiamo alla responsabilità a continuare, di un nuovo patto che emergeva dall’impossibilità di gestire una maggioranza sempre più rissosa e irragionevole. Il suo rivolgersi al parlamento con la domanda: siete pronti? Non era solo un richiamo ma un segno di disponibilità verso una rinnovata fiducia. Evidentemente le ragioni della sfiducia erano ben altre.
La credibilità di Draghi era indubbia sul piano internazionale e per un breve periodo abbiamo potuto pensare, anche se non eravamo sempre d’accordo con lui per la troppo marcata politica atlantistica, che l’Italia comunque stava diventando un paese europeo che rispettava gli impegni presi. Ora la domanda che ci si pone è: perché farlo cadere proprio adesso questo governo, pur così fortemente auspicato da tutti, salvo dalla valchiria Meloni mentre il teatrino dei partiti e della politica italiana si ripropone con tutte le sue logiche infernali di protagonismo individuale, di narcisismo spettrale.
La faccia melliflua di Giuseppe Conte, il comico incazzoso Beppe Grillo che ricomincia a sbraitare, la solidità grottesca di Salvini, la macchietta furbesca di Berlusconi che ancora promette agli italiani programmi avveniristici e senza precedenti sono l’espressione formale e il corollario di quest’altra pandemia politica in piena crisi energetica, con una guerra in corso e il pianeta arroventato. Che cosa ci riserva il futuro? Proviamo a immaginare che cosa ci aspetta in questi due mesi. Insomma come abbiamo fatto a non interpretare, a non capire, decifrare i segni di questo spettacolino mediatico ora che tutto va in rovina. Dovevamo capirlo fin dai tempi dell’elezione del Presidente della Repubblica che questa maggioranza era artefatta non riuscendo ad esprimere una personalità rilevante nuova e fuori dai giochini politici e che tutto dopo sarebbe andato a rotoli.
Certo, ormai non sappiamo più comprendere i segni, leggere le cose più immediate, non sappiamo più decifrare le immagini, comprenderle, svelarle. Siamo stati sottoposti a una brillante opera di seduzione, di annientamento delle menti, ottenebrati dai media e dalla televisione. La nostra dimensione estetica si è azzerata nella moda e nel design, la capacità interpretativa delle immagini è evaporata nel consenso e nella chiacchera. Veniamo da anni di dominio incontrastato della volgarità e della bugia, di protagonismo giornalistico, schiavi dei padroni della rete, succubi di un cogito teatrale che ha messo al bando tutti gli strumenti giuridici e scientifici che permettono agli umani di pensare.
Andare a votare ora e non fra sei mesi a fine legislatura con tutte le problematiche in corso e le questioni da risolvere appare non solo come una follia, aggiungerei un tradimento, una mancanza di etica, un voltafaccia inutile e barocco. E poi non è vero che questo governo rimanendo in carica fino alle elezioni si prenderà cura di noi, porterà a compimento i suoi impegni. Questa è un un’altra bugia pronta all’uso per poveri ingenui, per quelli che devono fare i conti con la realtà di tutti i giorni, con la povertà e le rinunce. Come è una bugia pensare che con le prossime elezioni ci possa essere una maggioranza vera, capace di governare questo ingovernabile paese.
Il segno di questi tempi è proprio la mancanza di estetica, di progetto e non solo di etica, basta guardare le immagini e i volti di questi parlamentari ottenebrati da loro stessi, dalle loro smancerie, dalle parole senza senso, dai proclami dei capi di partito. La cultura si è suicidata. L’arte sta diventando una promessa virtuale, digitale di mondi magnetici funerei, bigotti, di tecnologie blockchain e NFT che dovrebbero garantire autenticità e trasparenza. Dove? in quale mondo? quello del mercato, delle vendite on line o quello della veridicità dell’opera d’arte, quello della virtù della politica e dell’etica, ancora Mondo mentre il pianeta brucia? Pensare che con le elezioni del 25 settembre si risolvano le questioni di rappresentabilità, partecipazione al voto dei cittadini e governabilità del nostro esausto paese è anche questa una grande, tragica menzogna.
Immagini:
1 Francesco Correggia
2 Mario Draghi al senato
3 René Magritte, lovers, olio su tela, 1928
4 Dora Garcia, The Joycean Society, Biennale di Venezia, 2013
5 Siccità: il greto di un fiume
6 Alberto Burri, Cretto, 1970
7 Francesco Correggia, garza insanguinata sul libro: dottrina della scienza di Fichte, 1977
8 Koržev Gelij Michailovič Il nuovo slogan Olio su tela 1998
9 Gustave_Caillebotte, i piallatori di parquet olio su tela 1878
10 Julian Schnabel Nothing be gained here, 2022
11 Universo, le utime immagini
11 Francesco Correggia, Luna, olio su tela, 2021
Saturday, June 4, 2022
Bandiere, simbolismo e sentimento
Questo testo nasce dopo più di un mese dall’invasione della Russia all’Ucraina. In realtà avevo dedicato una mia opera alla bandiera ucraina insieme a qualche mia riflessione sulla guerra. Lo sconcerto che ho provato allora e che ancora provo è enorme. Ho sempre dedicato alle bandiere, ai loro colori e alle simbologie in esse depositate un’attenzione particolare. Le ho trattate e viste come paesaggi e non come bandiere di una retorica patriottica sebbene questa non sia del tutto esclusa dal loro universo rappresentativo. Certo la bandiera è il simbolo di una nazione attraverso cui l’unità di un popolo si manifesta ma al contempo è anche un qualcosa di territoriale, un confine fra noi e gli altri, un popolo e l’altro.
Affrontando più direttamente l’argomento specifico dobbiamo innanzitutto riflettere sul termine simbolismo che significa rappresentare, manifestare con estrema sintesi un qualcosa attraverso segni convenzionali: L’uomo stesso è un segno. La nostra convivenza ha bisogno di richiami che, alludendo a concetti e norme, orientino il cammino della società verso ciò che si ritiene giusto come la socialità, la libertà, la tolleranza.
La simbologia nel caso delle bandiere costituisce pertanto una scienza che esprime attraverso un linguaggio figurato, valori, idee e forme culturali, evocanti un concetto astratto ma di grande interesse collettivo. La bandiera è appunto uno di questi simboli, forse il simbolo dei simboli in quanto pur affondando le proprie radici nella storia dell’uomo, ha tuttora il raro potere di creare coesione ed esprimerla attraverso il fascino del drappo, dei colori, delle forme che rappresentano una vera mappatura del proprio status giuridico e della propria identità.
Ora cerchiamo di definire meglio il significato di questo simbolismo. Il simbolo viene dalla parola greca Symbolon che è ciò che tiene in relazione, ciò che tiene insieme. Quel che non c’è è quel pezzo di coccio, quel sigillo, che anticamente i Greci rompevano in due, dandone una metà all’ospite, così che i discendenti, mostrando quel simbolo avrebbero trovato ospitalità. Simbolo è dunque quell’unità spezzata che indica una dimensione che per i Greci era sacra e cioè l’ospitalità. Simbolo e segno svolgono la stessa funzione, ma il primo è verticale, il secondo è orizzontale: il simbolo accade sempre mentre il segno accade morendo e rinascendo in una semiosi infinita, un’interpretazione illimitata come direbbe Peirce. Così che l’accadere della bandiera consiste nella sua dimensione rappresentativa storica e immobile e insieme nel suo costante rinascere nel processo interpretativo. Ed è proprio ciò che la bandiera sottende e che la rende viva.
Al di là del suo significato simbolico vorrei soffermarmi sul suo potere di creare coesione ed esprimerla ma anche sui sentimenti che il drappo colorato porta con sé. Sentimenti a volte irrazionali che manifestano atteggiamenti, esclusioni, prese di posizioni fin troppo nette. La bandiera è dunque anche un segno che rimanda ad una serie di altri segni dietro i quali si nascondono significati, valori come, lo scambio, l’unità, l’ospitalità e anche alcune ambiguità imprevedibili. Che significato può avere questo simbolo che oltre al fatto di rappresentare un popolo, una patria un’entità, addirittura una cultura è anche portatore di scontri? Basta soltanto metterli insieme questi segni – simboli per raggiungere un’unità di intenti, un nuovo equilibrio mondiale una specie di nuova cultura geopolitica? Abbiamo visto proprio con questa guerra che non è così, che la bandiera è anche una cesura verso altri segni che non corrispondono ai nostri valori e certezze, verso altre identità, altre storie.
Queste domande sono inquietanti ora che le bandiere vengono di nuove innalzate nelle piazze, esposte, usate come luoghi di una tradizione, segni di una distinzione quasi elitaria fra democrazie e totalitarismi per cui vale la pena di morire. Simboli essi stessi non di un’unità spezzata che va riempita di senso nella fessura aperta del Symbolon ma di una divisione netta che mai si rimargina, segno di un’infinità di angolature, definizioni e prese di posizioni radicali e contrastanti. Le bandiere stesse e ciò che rappresentano sono diventati non solo simboli e segni ma immagini, quasi carne delle cose, corpi dii scontri e battaglie feroci. Il loro potere cresce sulle masse e si manifesta innalzandole o anche distruggendole, incendiandole come se con ciò si volesse distruggere non solo la fisicità di un vessillo di stoffa ma quella nazione, quel popolo, quella identità. Mettere a fuoco una bandiera vuol dire annullarne il suo valore sacrale, quell’energia identitaria attraverso cui si rispecchia l’anima di un popolo, la sua identità culturale ma anche distruggere, eliminare fisicamente l’altro, quelle persone che vi appartengono. È questo uno dei maggiori meccanismi di disprezzo, tanto che gli stessi media vi si soffermano non poco acuendone la portata simbolica di distruzione, di conflitto.
Come fare per fermare questa irrazionalità di cui le stesse bandiere esposte sono vittime e che si esprime senza alcuna ragione?
Nessuno si parla per davvero e i media accendono gli animi con i loro spettrali, barbarici talk show. Tutti danno la colpa agli altri e il nemico è vicino e bisogna abbatterlo, difendersi. Ma chi è il nemico? Il regime mediatico delle nostre democrazie non ha dubbi è sempre l’avversario, nel caso dell’Ucraina, chi ha invaso cioè i Russi. I motivi per cui lo hanno fatto passano in secondo piano e lo si può comprendere ma ciò che non va è l’accanimento con cui si pensa alla pace facendo la guerra o per lo meno incentivandola. È proprio così che si può fermare la guerra ora con i mezzi di distruzione di massa e con la minaccia nucleare alle nostre porte?
Si sta corrompendo perfino l’anima di un popolo, di un sentimento di pace. Sembra che andare verso la guerra sia quasi diventata un’esigenza primaria, una difesa per le nostre seducenti democrazie del benessere. È questo che ci raccontano i media sfavillanti di personaggi indecenti, di specialisti, giornalisti, medici e magistrati, veline e marionette, portatori di vessilli che sono sempre gli stessi della comunicazione integrata mentre il nostro pianeta si avvia verso una lenta ed inesorabile catastrofe sotto i nostri occhi. Forse il vero nemico siamo noi la nostra incapacità a ragionare, a trovare soluzioni accettabili ad uscire appunto dalla logica negativa delle bandiere, dal loro portare discordie da una parte mentre dall’altra sarebbero segni di ospitalità, di accordo e di accoglienza.
La vera guerra la si deve fare contro le povertà contro i cambiamenti climatici, contro i regimi altrettanto totalitari della comunicazione, dello sfarzo della ricchezza esibita, contro un sistema sempre più privatistico che ha creato disparità, arricchimenti e truffe. Nessuno ascolta la scienza e fra qualche decennio saremmo sommersi dalle acque, esposti al sole e morire come esseri spiaggiati. Altro che difendere la democrazia. Se la nostra finanza ed economia neo liberista significa arricchire sempre gli stessi, i ricchi, produrre denaro per pochi e alimentare sprechi, creare povertà e distruggere il pianeta allora vale la pena rinunciare alla potenza e a quell’economia che nel nome della creazione di posti di lavoro crea squilibri sociali e al contempo produce effetti letali, sull’ambiente, sugli ecosistemi nelle stesse menti delle persone.
Un’onda gigantesca alla fine ci distruggerà ed è per questa ragione che bisogna mettersi insieme e far sì che le bandiere non siano soltanto simboli di un passato di guerre ma segni in cammino, segni di una nuova avventura umana, di un nuovo equilibrio sociale, politico geografico fra occidente ed oriente. Occorre far ripartire la macchina della riconversione e del dialogo fra storie e culture.
L’invasione direi brutale dell’Ucraina è ingiustificabile e va fermata ma lo si deve fare con la forza della ragione e con la diplomazia ricercando quello spirito che le bandiere incarnano nonostante il loro valore simbolico fortemente nazionalista. Bisogna farlo cercando nuovi equilibri internazionali, evitando da qualsiasi parte sudditanze e sottomissioni, anche se qualche volta sottomettersi può essere una forza positiva, un modo per aprire il dialogo.
Non fermiamoci sull’approccio domestico dell’informazione e della comunicazione che i media ci propongono ma superiamo l’imponderabilità umana, le convenzioni, i sortilegi, la propaganda che ogni conflitto porta con sé. A questo si deve aggiungere la spettacolarizzazione della morte, degli uccisi, degli innocenti in fuga che oggi i media diffondono in nome dell’aspetto veritativo del messaggio televisivo quando invece si mescola tutto, ragione e sentimento irrazionale e razionale, verso e falso, realtà ed osservazione.
Riprendiamoci i colori delle bandiere che sono il nostro mondo, il nostro arcobaleno visivo. In fondo non dimentichiamo che esse sono portatori di esistenze, sono vita che palpita, sono paesaggi attraverso cui costruire sentieri dialoganti di pace e virtù. Ed è la pittura, l’arte, a narrarci qualcosa in più sulle bandiere, quel qualcosa in più che le riporta all’esistenza umana, al segno di qualcos’altro sottraendole a quell’universo inevitabilmente contraddittorio e divisorio della loro pretesa di rappresentare un territorio, una patria, un confine invalicabile ed essere un limite divisorio oltrepassato il quale non può che esistere uno scontro, una rottura, una verità o una menzogna.
0 Foto di F.C.
1. Francesco Correggia, bandiera ucraina , olio su tela 2022
2. Cafiero Filippelli , il tricolore, olio su tela , 1920
3. Francesco Correggia, dopo tutto vive, collezione Tarasconi, Milano 2014
4. Jasper Johns. The flag
5. Gely Khorzev La bandiera si sta sollevando». Parte centrale del trittico comunisti 1960
6. Eugene Delacroix, la libertà guida il popolo, 1830
7. Ilya e Emilia Kabakof, installazione, Tate london
8. La grande marcia cinese
9. Bandiera Inglese e sua interpretazione pittorica
10. Francesco Correggia, croce, 2022
11. Pavlo Makov fontana ucraina biennale di Venezia 2022
12. Bandiera Pianeta terra
Subscribe to:
Posts (Atom)
















































