Monday, May 10, 2021
Il linguaggio, la Crypto art, l'altro e il digitale
Il processo di digitalizzazione è ormai in corso e sembra portare con sé una svolta epocale e rivoluzionaria nelle relazioni sociali, nella cultura, nelle nostre esistenze e nello stesso rapporto fra arte e web. Certo non è un fatto nuovo. Da quando è nato il computer, l’arte si è sempre cimentata con questo mezzo, penso alla competer arte, all’illustrazione digitale in 2D e 3D, ma ora con l’accelerazione prodotta dalla pandemia e la lotta per fermare i cambiamenti climatici e lo stesso sviluppo dei social media la stessa sta assumendo un aspetto per certi aspetti inedito aprendo la via a interrogazioni che investono il linguaggio e lo stesso rapporto fra conoscenza e informazione, conoscenza e sapere, performance artistica della conoscenza e teoria .
Una di queste problematiche che mette insieme la performance artistica e la comunicazione visiva dell’immagine è quella aperta di recente dall’esplodere della Crypto art. Sono bastati qualche articolo sui giornali di tendenza e la sua messa in scena sui media che il fenomeno è diventato virale. In modo particolare si è scatenata una specie di rissa mediatica dopo la vendita all’asta di un’opera di Michael Joseph Winkelmann conosciuto come Beeple diventato ora il terzo artista vivente più quotato dopo Jeff Koons e David Hockney. L’opera venduta da Christie’s a una cifra astronomica (69 milioni di dollari) a parere di molti pensatori della critica ufficiale dell’arte segnerebbe l’entrata di questo tipo di “oggetto digitale” nel mercato dell’arte tradizionale. Siamo proprio entrati nella dimensione della crypto mania, della crypto fashion nel nome dell’universo digitale e della lotta ai cambiamenti climatici.
Bisogna dire che L’NFT non è altro che un certificato elettronico con un codice criptato e la firma dell’artista che attesta l’unicità e la proprietà dell’opera. Se fino a qualche mese fa la vendita degli NFT apparteneva esclusivamente al mondo della crypto art questa vendita sembra ora caratterizzarsi per l’entrata di questo tipo di nuovo oggetto smaterializzato nel mercato dell’arte tradizionale. La novità della Crypto arte risiede nella formazione di comunità creative specifiche e soprattutto nelle forme di mercato che la supportano. Il suo funzionamento è trasparente, impalpabile come è il mondo digitale. Le criptovalute esistono su una blockchain, ossia un registro pubblico digitale a prova di manomissione. Come le valute reali, anche le criptovalute sarebbero “fungibili”, ossia interscambiabili. Un pezzo di crypto art è invece non fungibile, da qui la sigla NFT non fungible token per distinguerlo da altre risorse crittografiche intercambiabili (come Bitcoin ed Ethereum). La caratteristica di quest’arte sembrerebbe essere la sua unicità. Gli artisti che vogliono vendere la loro opera come NFT devono registrarsi su un mercato, quindi “coniare” (minting) i token caricando le loro informazioni su una blockchain.
La tentazione di fare della crypto art il nuovo baluardo dell’arte liberata dal suo sistema è forte e si fonda sul fatto che da ormai molti decenni quel che chiamiamo il sistema dell’arte è in crisi soprattutto nella sua componente più sensibile che sarebbe quella del mercato. Fare dell’ NFT un sostituto simbolico della forma artistica tradizionale dell’opera capace di creare una specie di status simbolico senza produrre alcun oggetto materiale sembrerebbe a prima vista una svolta epocale, una specie di atto rivoluzionario, una nuova avanguardia, un atto di auto sostentamento economico libero dal sistema dell’arte. Questo è ciò che sostengono alcuni critici. Scrive Vincenzo Trione su La lettura del Corriere della sera : i crypto artisti provono a saldare arte e web. Non metadati né documentazioni di quadri, sculture , fotografie o installazioni, ma opere vere, eseguite in alta definizione, difficili da trasmettere, destinate a stare dentro l’oltremondo, capaci di riattivare, pur se su un registro diverso, il ritorno dell’idea di aura di Walter Benjanin. Il fine ultimo conclude Trione è quello di mettere in crisi il sistema dell’arte e superare ogni mediazione (critico, gallerista, mercante ) per riaffermare con forza l’eterna attualità di valori come quelli di originalità e di non replicabilità. In realtà non è così e questo modo di intendere le cose dell’arte è fuorviante.
Intanto bisognerebbe interrogarsi oggi sulla verità delle immagini, sulla loro trasmissione e replicabilità sul web, poi occorrerebbe, prima di qualsiasi richiamo ad una specie di meccanismo rivoluzionario nuovo che una macchina simbolica come il web mette in campo, cominciare a riflettere sul che cos’è dell’arte e il che cos’è oggi il nuovo e il ruolo che possono avere i musei dell’arte moderna e contemporanea, se possa ancora esistere una qualità formale, estetica dell’opera. La domande apparentemente scontate non lo sono affatto. Come nella filosofia ci si chiede che cos’è oggi la filosofia anche per l’arte vale la stessa interrogazione e non vale il fatto che l’arte contemporanea non è fatta per essere contemplata nei musei bensì deve circolare negli archivi digitali.
Certo le forme di conoscenza sono cambiate come lo sono quelle del rapporto fra spettatore e opera d’arte, vedere e veduto. Rimane però il fatto che il chiedersi che cos’è ha sicuramente a che fare con lo stesso significato e , dunque, con un sistema di valori che dobbiamo rivedere proprio oggi dopo la pandemia e la necessità di fermare quei cambiamenti climatici che sconvolgeranno la Terra nei prossimi decenni. Il che cosa del significato non può più basarsi sul fatto che la questione del linguaggio è spostata sul significante . sulla sua materialità o sulla sua sparizione. Non è più questa la questione, ma è la stessa origine del senso, la sua escandescenza significativa, filosofica, trascendente, pur nella finitezza della vita, a porsi come questione ineludibile dell’arte e non la sua messa in scena nei circuiti mediali. Essa cioè non sta nel superamento del sistema dell’arte, nell’abbatterlo e al suo posto costituirne un altro, parallelo seppure smaterializzato, bensì nella fondatezza epistemologica dello stesso linguaggio che usiamo per dire le cose dell’arte.
Web e finanza si toccano e la cypto art non fa che riprodurre lo stesso sistema che pretenderebbe di annientare. Essa non fa che riprodurre i modelli di riferimento scambiandone i valori simbolici per esempio fra arte e web, azione performativa e nuovo, ma infine rimanendo saldamente ancorata a quei valori che pretenderebbe di confutare. E allora dov’è la novità ? Alla fine l’opera rimane come oggetto presso l’artista che l’ha fatta, rimane, cioè, come cosa materiale al di fuori della rete.
Secondo quanto sostiene Boris Groys seguendo la prospettiva foucaultiana, il corpo umano vivente, l’animalità umana, ha bisogno di manifestare se stessa attraverso la deviazione dal programma, attraverso l’errore, la follia, il caos e l’imprevedibilità. Questo è il motivo secondo Groys per cui l’arte contemporanea tende a insistere nell’esibire deviazioni ed errori, ovvero tutto ciò che rompe con la norma, interferendo con il programma sociale stabilito. Questa è anche la ragione per cui l’avanguardia classica si schierava più dal lato della macchina che da quello dell’animale umano. Tutto ciò sembra collocare l’arte in una dimensione di anti sistema, anti apparato. Ciò è falso poiché è proprio questa posizione radicale, infine, che si riconverte a sua volta in norma, in sistema.
Bisogna , dunque, dire che l’opera è pur sempre un qualcosa che risponde a determinati contesti e non solo del presente; contesti storici e metastorici e ha sempre a che fare con un corpo. Il suo corpo è la storia, potremmo anche aggiungere il significato. Tra l’artista e l’opera c’è sempre un corpo a corpo che sempre si rinnova e che ha come testimone la storia. La sua ermeneutica è l’altro. Questo altro non è un osservatore qualsiasi presente, un altro che mi consente di dire che esisto nella relazione, una persona non necessariamente collezionista che guarda, socializza, si specchia sugli schermi riproducendo se stesso e il suo essere nel mondo, accedendo così ad uno spiraglio di mercato in rete e non è neppure uno spettatore immaginario. Esso è l’assolutamente altro. E’ quel che, sempre Groys, nel libro intervista Politica dell’immortalità chiama l’osservatore utopico, possibile, non esistente, il suo opposto. L’arena di confronto dell’arte oggi non sono che i morti, gli artisti morti che sembrano guardarlo dall’aldilà. Ciò a cui il filosofo o l’artista aspirano è una buona sepoltura, un posto sotto il cielo dell’aldilà, Non vogliono nessun paradiso o inferno ma aspirano alla ricerca dell’immortalità. Essa non significa un’entità esterna come quella di Dio, di uno spirito, del web e neanche una fuga dalla realtà ma del fatto che l’immortalità viene perseguita con determinati oggetti del tutto reali come le opere d’arte e i discorsi filosofici.
L’artista e il filosofo scrive Groys che sembrerebbe confutare quel che lui stesso aveva sostenuto, non si preoccupano delle loro anime come fanno i santi, si preoccupano solo per il loro cadavere che però può continuare a vivere , in quanto cadavere dopo la morte. Ma l’artista è anche colui che non solo lavora sul cadavere, ma ne cerca ancora le metastasi che lo hanno colpito da vivo. Ne disseziona le parti, infila il bisturi in profondità e non sulla superficie affidandosi alle immagini, ad un'altra tipologia di mercato finanziario che fa uso del web. E’ in questo senso che l’arte riprende il suo ruolo sociale nel suo insistere nel luogo, direbbe Baudrillard, dove si è consumato il delitto. Non si risponde alla crisi dell’arte che è crisi del mercato e del suo attuale sistema (galleria, museo, pubblico, mercato, finanza) con una altro sistema seppure apparentemente immateriale e rispettoso dell’unicità dell’opera.
Lo stesso museo tradizionale intanto à cambiato. Complice la fine della contemplazione ora il museo di arte moderna e contemporanea si rivolge alla dimensione contingente, defunzionalizzante dell’arte. Il museo è sempre più un luogo di sperimentazione e di ricerca e insieme alle mostre permanenti ora accoglie mostre temporanee che mettono in gioco lo stesso spazio architettonico del museo, la stessa logica fruitiva dell’opera. Le mostre ruotano intorno a progetti curatoriali che hanno come finalità il sociale, la lotta ai cambiamenti climatici, l’ambiente, le nuove tecnologie. Il museo diventa un luogo dove si nega lo stesso concetto di conservazione. Conservare non è più un prendersi cura dell’opera d’arte e farla fruire a un pubblico attento ma una continua sua messa in crisi, un continuo svuotamento, una continua sottrazione, uno spazio vivente di logiche contingenti e di confronto fra diverse teorie inglobando tra le loro stesse attività la possibilità del fallimento, dell’irrilevanza storica e della distruzione. L’arte pertanto non può più essere sorpresa da ciò che osserva nel finestrino posteriore del progresso ma si limita a portare questo processo di disfacimento, questa dimensione del processo di disgregamento della vita ad evidenza, toccando l’ ambito sociale e usando in particolare i social media. Ciononostante non si risponde con un altro archivio digitale totalizzante al posto del museo, un archivio delle offerte di crypto art ad un mercato estasiato e sedotto per la novità, ma cercando l’essenza stessa dell’arte, del che cos’è un’opera d’arte, della sua stessa esistenza in quanto opera non divina, ancora una volta ricercando il suo valore non economico ma assolutamente altro, quando l’altro è pensato in maniera radicale e cioè l’assolutamente nulla. E’ con questo altro l’arte moderna e contemporanea sembra fare i conti, là dove il capitalismo finanziario che ha invaso quel che è rimasto dell’arte, arretra ed è costretto a replicarsi in nuove forme di dominio.
La logica dell’arte, dobbiamo ancora osservare, non è quella espansiva del mercato finanziario, della logica mediatica, della presenza nei paradisi digitali bensì una forma di vita che presuppone un certo diritto sulle cose spirituali, una certa Kenosis, parola che apparteneva all’ambito religioso e che ora è passata a quello dell’arte. Il mondo dell’arte è essenzialmente una competizione non solo con i vivi ma anche e soprattutto con i morti ed è tale competizione che necessita di un pubblico. Non un pubblico del presente ma quello possibile, quello di un’alterità, dell’assoluto altro. D’altra parte non possiamo riconoscere il nuovo se non sappiamo esattamente quale sia l’aspetto del vecchio. Quando manca un solido canone della tradizione, già distrutto da tempo dalle avanguardie storiche, la produzione del nuovo è impossibile e anacronistica come sono gli archivi digitali che pretenderebbero di soppiantare il vecchio. Certo ora la discussione su questi argomenti potrebbe aprirsi e indicare nuovi varchi, nuove uscite alla questione complessa del rapporto fra arte e media digitali, arte, linguaggio e nuove tecnologie. Ed è proprio questa riflessione che oggi si pone come radicalmente urgente per ciò che chiamiamo il mondo dell’arte.
Immagini
0 Francesco Correggia
1 – M.C. Winkelmann, Beeple, un opera di Crypto art
2 – M. Duchamp, l’orinatoio, firmato R. Mutt, 1917
3 - M. Cattelan la banana da 120 mila dollari mangiata da David Datuna
4 – Beeple, Un opera di Crypto art
5 – Foto di Boris Groys
6 – Komar e Melamid, sots art, Lenin, 1997
7 – Alberto Savinio, ritratto del filosofo Andrea Emo, 1937
8 – Rembrandt, Lezione di anatomia, 1632
9 – Ilya ed Emilia Kabakov Holiday, 1987
10 Aldo Giannotti, Safe and Sound, Mambo, 2021
11 Francesco Correggia, da ruderi, 2006. particolare performance nel luogo: all’interno di Palazzo Citterio.
.
Saturday, April 10, 2021
La misura e il tempo
Trascorriamo gran parte del nostro tempo a guardare il trascorrere dei minuti, delle ore, restiamo per ore ad attendere altre ore che non fuggano più il tempo come se avessimo un appuntamento a cui non possiamo mancare. Quale appuntamento e perché continuiamo a controllare il trascorrere di questo tempo che è anche il muoversi, il sostare e lo stesso oziare del corpo? E’ la disperazione che ci coglie quando non riusciamo a trattenere l’istante e lo perdiamo, quando non riusciamo a fermare la fuga del tempo.
Così continuiamo a guardare le lancette dell’orologio, il piccolo schermo del cellulare come se volessimo rendere visibile quel che non è. In realtà è il presente che vorremmo trattenere, quella piccola quantità di presente nascosta fra le lancette del tempo. L’ordine della misura è saltato perciò guardiamo costantemente un orologio, uno schermo per accertarci che l’esistenza scorre ancora anche se la salute vacilla, i nostri sensi perdono la loro linfa e i desideri svaniscono. Il fatto è che non abbiamo più tempo, il che vuol dire che non abbiamo più corpo.
D’altra parte il tempo è insaziabile e non possiamo ridurlo al solo trascorrere delle lancette dell’orologio. E’ qualcosa di diverso. La sua insaziabilità deriva dalla storia che come una gorgone macina, tritura e ritritura gli eventi del mondo e ora del pianeta e delle stesse sue manifestazioni. Scriviamo le pagine del destino attraverso lo scorrere del tempo e così misuriamo anche noi stessi. Ed è proprio questo che ci sfugge. Vorremmo fermarlo questo tempo, intervenire ancora, cambiarlo a nostro favore ma il filo è teso e come dicevano gli antichi potrebbe interrompersi ad ogni istante.
Sembra che il tempo segni il nostro destino e neppure le lancette del tempo, il tentativo di misurarlo possono servire a qualcosa, fermarlo solo per un istante, solo per noi come si fa con un brano musicale, quando vogliamo riascoltarlo. Ma esso fugge via come nel trillo del diavolo di Tartini, o la toccata e fuga di Bach, Esso è diabolico si sottrae all’istante, alla sosta. Vorremmo farlo con la parola ma anch’essa ripiega , si distende ma poi arretra. Non riusciamo mai ad afferrarlo a sufficienza poiché il tempo è legato al nostro di corpo, all’esperienza della nostra vita qui sulla terra. E’ un tempo finito come lo è il nostro corpo. Tempo vissuto che finirà nel nulla.
Questa specie di distanza, di aporia fra le lancette, il cronometro e insomma tutti gli strumenti che servono a misurare il tempo e la sua irriducibilità corporea o metafisica è irrisolvibile. Possiamo ciononostante venirne a capo con la parola, la scrittura, la letteratura, la pittura. Quel che ci viene incontro e potrebbe aiutarci a comprenderlo è proprio il tempo letterario ma sembra che esso non appartenga più ai romanzi contemporanei, a ciò che i giovani narratori, molto pubblicizzati dai media riescono a fare arrivare sugli scaffali delle librerie come Feltrinelli, Mondadori, ecc..
Dov’è andata l’opera scandita dal tempo letterario di un Proust, di un Musil, di un Joyce tanto per intenderci. Lo scrittore contemporaneo ama raccontare piccole vicende televisive, storie banali che neppure hanno a che fare con il contingente, la natura delle cose con la stessa narrazione, con la storia. Esse sono come lo scorrere del tempo scandito dalle lancette dell’orologio. Tutti si riconoscono nella trama del romanzo, nella storiella raccontata e addio letteratura. Bisogna leggere i classici per capire, come scriveva Calvino in Perché leggere i classici, cosa vuol dire il tempo letterario. Ma ormai chi li legge più ?
In questi due anni il Covid ci ha costretti a chiuderci in casa. Avremmo potuto usare meglio il nostro tempo e invece niente. Abbiamo guardato la televisione e osservato scorrere le lancette dell’orologio acquistando i romanzetti suggeritici dalla Maraini in televisione e i libri più venduti sulle pagine di La lettura del Corriere della sera, senza domandarci alcunché sul tempo, sulla parola, sulla letteratura nel tempo della povertà, sulla vita, sul pianeta. In televisione abbiamo visto i soliti personaggi, imbonitori della comunicazione rimbambente. Abbiamo visto sfilare sulla tele, la feccia volgare dei programmi d’intrattenimento, e programmi in cui venivano presentati libri di scrittori da romanzetto sentimentale, autori della superficialità, dell’apparenza e del consenso generalista.
Li abbiamo visti arrivare tutti infagottati dai loro schermi seducenti in programmi che pretenderebbero di far cultura, questi giornalisti, magistrati, virologi tutti a scrivere romanzi, saggi pietosi. Bei volti, donne affascinanti, modelle di regime, caste presentatrici, giochi stupidi, esempi di vanità ed evasione strisciante. Tutto nel nome della pandemia, dello spettacolo televisivo integrato, dei media, della comunicazione di regime. Che miseria. Nessuno approfondimento, nessuna traccia di verità tranne in pochi casi. Ed è così che lasciamo scorrere il tempo illudendoci che esso possa stare tra le lancette dell’orologio, gli appuntamenti televisivi, il sistema pubblicistico, le fake news, tanto per non dire che si tratta della parola falsa, malevole, strisciante, ingannevole che non è solo appannaggio delle reti sociali, ma anche dei media, televisivi e giornalistici.
E che dire del tempo dell’arte e soprattutto del tempo della pittura. Ci hanno vietato di andare per musei, dove finalmente contemplare in silenzio e in raccoglimento le opere dello spirto umano, la sua storia, la sua energia, poter piangere e godere di un’opera d’arte. Anche in questo caso è stata una celebrazione di riti, di falsità, di un mondo dell’arte votato al mercato che non ha niente a che fare con l’arte e il suo pensiero.
Abbiamo visto arrivare in televisione pittori inesistenti, dall’immagine edulcorata e saporifera per un pubblico di massa orami votato alla stupidità del vedere televisivo. Intanto ci hanno vietato di poterci avvicinare a ciò che si mantiene nel tempo, all’essenza stessa del tempo. Non del tempo cronologico ma di quel tempo che rappresenta l’essenza stessa di noi viventi che abitiamo questo pianeta seppure nell’oscurità del presente. Di quel tempo che con l’arte , la poesia e la letteratura ha una continuità, un debito di riconoscenza.
Ci raccontano che tutto a breve tornerà come prima. Come prima come? Forse si tratta di tornare allo stesso sistema economico, alla corruzione, alle feste, alla movida, allo sperpero, ai consumi inquinanti? E’ proprio a ciò che non bisogna tornare, a quel che c’era prima. Non bisogna annullarlo questo tempo con una frase fatta, con la retorica del tempo e del suo superamento ma comprenderlo, come diceva Sant’Agostino, in una rinnovata distensio animi, in uno stare insieme che apra ad un nuovo progetto di vita, rispettoso della natura, dell’ambiente e dell’altro. Non c’è passato, presente, futuro ma solo presente. E’ per tale ragione che il presente è una costante interpretazione.
Non possiamo raggiungerlo questo presente con l’attesa di istanti che non fuggano via, istanti fedeli alla nostra precaria salute. Agostino, dopo aver espresso l’ulteriore dilemma della misurazione del tempo e delle sue difficoltà insanabili, giunge alla sua spiegazione finale, cioè che il tempo si misura nello spirito umano.
Il tempo è perciò il luogo della perdizione, ma anche della salvezza, perché in esso l’uomo decide se attaccarsi ai beni di questo mondo o servirsene per elevarsi a Dio. E’ lo spirito che si mostra nell’arte, nella letteratura, nella poesia. Esso avvicina l’uomo all’eternità, che fa si che il presente che non vogliamo ci sfugga possa trasformarsi in memoria, possa eternarsi.
Non possiamo tornare a essere quel che eravamo con le nostre facezie, i vizi, la ricerca del successo a tutti i costi, la spazzatura televisiva, il protagonismo, il narcisismo, le miserie negando appunto al tempo di farsi corpo dell’essere. All’uomo, dunque, proprio in quanto immerso nel tempo, si presenterebbe questa scelta: chiudersi in esso, al suo scorrere tra le lancette e sugli schermi o trascenderlo, aprendosi all’Eterno. Forse questa aporia bisognerà viverla fino in fondo. La risposta non sta né da una parte né dall’altra, ma dal modo con cui affrontiamo le scelte da fare, ora e adesso in questo tempo, tra storia personale e storia del mondo, tra noi e il pianeta.
Immagini:
1 – Toccata e fuga J.S. Bach
2 – Anselm Kiefer Book
3 – Adesso ce ne andiamo, romanzo, Correggia 2021
4- Michael Borremans, the skirt, 2015
5 - Giuseppe Tartini, ritratto
6 – Seurat, the shore at bas-butin honfleur, 1886
7 . G. Segantini, La sorgente, 1896
8- Martin Agnes, Senza titolo, 1963
9- Fabrice Hibert, approfondir au elargir 1992
10 Patrick Carillon, the flat, 1998
11. Lawrence Weiner, on view, 2020
12- Cy Twomly, at the tate, 2008
13 Francesco Correggia, the day, 2002
Friday, March 5, 2021
Omaggio a Tonino Sicoli
di Francesco Correggia
Il dolore per la morte di un amico ci chiama ad un senso di responsabilità, ad una specie di fedeltà nel lutto. E’ trascorso più di un mese dalla scomparsa di Tonino Sicoli, ma i discorsi, i progetti che abbiamo condiviso continuano a rimanere vivi. La stessa finitezza della vita è coinvolta in tali discorsi. Ora che il tempo sembra arenarsi nel tragitto del prima e del dopo, del passato e del futuro, c’è questa eternità del vincolo che si rinnova. Tutto ciò non porta alla trascendenza, al credere ad una nuova vita oltre la morte ma alla fede del valore del passato, all’importanza di portare con noi nel futuro idee, pensieri e progetti, pur nella finitezza del tempo. E’ per questo che ti scrivo ora, mio caro amico.
Te ne sei andato prima che una volta ancora io potessi parlare con te, scambiare qualche riflessione sul futuro, sulle cose da fare. Te ne sei andato e quando pensavo di chiamarti al telefono tu non c’eri già più. Con Tonino Sicoli è scomparsa non solo una figura di primo piano nel panorama della dell’arte calabrese e non solo, un interprete appassionato dell’arte moderna e contemporanea, ma un fraterno amico. Per molto tempo sono stato quasi immobilizzato dalla sua scomparsa, non sapevo come parlarne senza farmi prendere dall’angoscia, dall’emozione. Poi dopo qualche settimana mi sono fatto coraggio e ho pensato di scrivere qualcosa su di lui che non fosse solo una celebrazione retorica di colui che è stato e ora non è più ma come se lui fosse ancora presente, ancora con noi e continua a parlare, a scrivere, a commentare, a inventare progetti futuri. Ed è così che ne voglio scrivere.
Come si fa a scrivere di Tonino Sicoli senza pensare alla Storia che abbiamo condiviso, in cui ci siamo impegnati fin dal 1983? In quegli anni la Calabria era un luogo geografico, politico e metafisico intenso e ricco di energie e possibilità e non solo una regione impoverita. Essa , proprio in quel periodo quando cominciavamo a frequentarci, dopo Marginalia, vedeva nascere con Tonino una stagione di ipotesi, interventi pubblici sul territorio, proposte e progetti che sono stati rilevanti sul piano nazionale e che poi sono serviti da base e fondamento delle avventure poetiche successive a cui giovani artisti, collezionisti e qualche politico si sono ispirati.
Senza la storia non si può pretendere di fare cultura e di levarsi dalla sacca della dimenticanza o ancora peggio dalle generalizzazioni e improvvisazioni. Tonino Sicoli non è stato solo un critico tra i tanti, un militante come erano chiamati i critici impegnati di quell’epoca come Crispolti, Menna dei quali Sicoli condivideva le scelte critiche ma uno che ha anticipato la nozione di critica curatoriale con un modo di operare in un territorio difficile rimanendo nel luogo e senza fuggire altrove. Tonino è stato non solo il compagno di tante lotte culturali ma un riferimento per tutti noi che volevamo aprire strutture istituzionali, gallerie per l’arte contemporanea, Musei d’arte moderna alimentando il dialogo tra pubblico e privato e la circolazione dell’arte senza alcuna sudditanza rispetto ad altri luoghi dell’accadere dell’arte.
Tra Cosenza e Catanzaro era nato un laboratorio d’idee che fu anche un tentativo di misurarsi con le problematiche del territorio e mi riferisco soprattutto alla questione meridionale, al rapporto con il pubblico e le problematiche sociali. Ciò che interessava a noi giovani artisti e a Tonino come critico e compagno di viaggio era indagare sui bisogni e le domande degli abitanti dei paesi, dei piccoli centri rurali emarginati, la loro vita reale, le persone, i contadini, con chi non aveva avuto alcuna occasione di esprimere le proprie idee, confrontarsi, sapere. La finalità era di far prendere coscienza non solo delle problematiche dell’arte che per tutti noi erano anche sociali, antropologiche ed economiche, ma di aprire un colloquio sull’ambiente, i bisogni, le attese, i desideri. D’altra parte iniziò anche un’esperienza di rapporti e di dialogo con le stesse Istituzioni pubbliche, Comuni, Provincie e Regione per la creazione di spazi pubblici per l’arte contemporanea (musei, fondazioni e strutture miste fra Archeologia, paesaggio, territorio e arte e contemporanea).
L’attenzione alle problematiche sociali e antropologiche su cui quei giovani lavoravano con la loro ricerca, sperimentando itinerari di confronto originali è apprezzata ancora adesso. Era una volontà molto sentita in quel periodo, di un operare in profondità, in un’etica dell’agire in più contesti. Da una parte c’era la necessità di affrontare questioni comuni sul piano della riflessione estetica ed etica, dall’altra vi erano le politiche del territorio, l’ambiente, il paesaggio in una dialettica fra centro e periferia che sempre si rinnovava. La periferia, considerata marginale rispetto ai processi in corso di un’arte sempre più internazionalizzata poteva giocare un ruolo considerevole nelle dinamiche del mondo dell’arte anche in una condizione post-moderna del sapere così come si andava prefigurando dopo la pubblicazione del celebre libro di Lyotard. In questo senso non ci si sentiva più solo meridionali nei comportamenti e nelle logiche dei rapporti fra artista e Istituzioni pubbliche, ma impegnati in un processo di trasformazione, di liberazione sia rispetto alla riflessione teorica sia alle stesse pratiche dell’arte.
Questo caro Tonino lo sapevi bene e lo condividevi con noi, con entusiasmo e slancio che noi a volte chiamavamo giornalistico ma che in effetti era l’unico modo per essere presenti in una dimensione dell’arte sempre più centralizzata. A Roma nel 1983 questa condizione dell’artista che operava in territori isolati e ai margini dei potentati economici l’hai messa in evidenza con una mostra e un dibattito pubblico negli spazi del Centro Di Sarro proprio con quei critici che stimavi, Menna e Crispolti . La mostra dal titolo I Post-meridionali concludeva un ciclo di esperienze difficili e innovative sul territorio. Nel catalogo i testi di Menna e Crispolti ne testimoniavano la ricchezza e la consapevolezza.
Nel 1984 a Catanzaro nelle sale di Palazzo Galluppi, ex sede storica del Liceo Classico hai curato un’altra importane e singolare mostra dal titolo “Fall Out, aspetti della pittura internazionale senza centro né margini” con la quale l’esperienza maturata tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta trovava il suo compimento. Il senso di Fall-Out, fu proprio quello di dare respiro a un modo di fare arte che, pur partendo dai margini del sistema dell’arte come si andava profilando in quel periodo, riusciva a confrontarsi con i modi di un’arte sempre più internazionalizzata. Gli artisti che operavano in Calabria non avevano più alcuna soggezione rispetto all’arte dominante dei circuiti mass mediali dell’epoca e questo si deve al tuo acume inventivo, poetico interpretativo.
E’ trascorso tanto tempo da quegli anni eroici. Ognuno di noi è cresciuto sul piano professionale. Io mi sono trasferito nel 1985 a Milano e tu con Luigi Magli hai continuato a lavorare in quella terra difficile e ingrata che è la Calabria. Lo hai fatto con sagacia senza perdere l’entusiasmo e la tua linfa vitale. Sei arrivato a inventarti un museo come quello del Maon a Rende, il primo Museo in Calabria dedicato all’arte moderna e contemporanea con una visione storica e scientifica. Hai coinvolto critici importanti da Calvesi a Barilli fino a Bruno Corà. Con lui hai saputo organizzare una mostra singolare su opere inedite di Boccioni a Lugano. Noi abbiamo continuato a vederci sempre più spesso e tu hai cominciato a pensare che fosse arrivato il tempo per fare il salto e arrivare a Milano. Ma forse era troppo presto per te, così hai continuato a operare in quella dimensione difficile e anche senza risorse che continuava a essere la Calabria.
Poi tuo figlio Federico si è trasferito come medico chirurgo all’Umanitaria di Rozzano a Milano. Tu hai pensato sempre di più a una prospettiva di ricerca sempre più rivolta alle tendenze più recenti dell’arte contemporanea senza dimenticare il passato, la storia, le origini di quella dimensione che tu consideravi sempre legata alla Calabria. Ne abbiamo parlato diverse volte, così cono maturate due esperienze interessanti sul piano nazionale: la mostra Contributi al Novecento presso Palazzo delle Stelline a Milano che ha suscitato molto interesse e partecipazione di pubblico. e il libro Fiori all’occhiello edizioni Skira.
Stavi già male ed io ti dovevo spesso accompagnare nei tragitti faticosi per la mostra alle Stelline e presso la sede di Skira. Ne hai seguito da vicino tutte le fasi fino alla fine. Poi hai voluto che ti accompagnassi a visitare qualche Galleria. Sei venuto con me fino alla Galleria Battaglia, dove io tenevo una mia personale nonostante tu avessi grandi difficoltà a camminare. Sei stato sempre gioviale, attento, discorsivo e battagliero come sempre. Ti sei trasferito a Milano non solo per stare vicino a Federico come hai sempre pensato ma anche per stare vicino all’ospedale dove ti stavi curando. Sono venuto a trovarti a casa tua a Rozzano ma tu eri su una sedia a rotelle e già non riuscivi a parlare bene. Volevi che io andassi in vece tua ad incontrare Domenico Piraina direttore di Palazzo reale di Milano, per organizzare una proiezione video sul Maon.
La malattia ti aveva quasi paralizzato, ma continuavi a pensare alle prossime mostre. Io la sera mi sentivo con Luigi a Cosenza per fare il punto della situazione e continuare a sperare che tu ti riprendessi. Non ce l’hai fatta. Il Maon, i rapporti sociali. la scrittura sono stati sempre nei tuoi pensieri. Continuavi a mandare le immagini delle tue mostre, i tuoi articoli come a tener vivo un interesse che non si era mai esaurito.
Lentamente questa tua presenza in rete andava esaurendosi come si stava consumando la tua vita. Siamo rimasti noi a continuare il lavoro così tremendamente interrotto. Sono rimasti il Maon, gli amici, da Luigi Magli a Roberto Principe allo stesso Presidente del Maon a Giovanni, tutta la squadra che ti ha seguito con passione e stima. Sono loro, insieme a chi vorrà seguirci a continuare il tuo lavoro di critico, di curatore, di appassionato ricercatore. Intanto è da poco la notizia che il MIBACT ha accreditato il Maon, come Museo nazionale. Ti avrebbe fatto piacere saperlo e vedere riconosciuti tutti i tuoi sforzi per raggiungere un così prestigioso obbiettivo, ma non ce l’hai fatta. Ci siamo noi a proseguire il tuo lavoro. Ciao Tonino.
Immagini:
0 . Tonino Sicoli è con Bruno Corà, mentre presenta la mostra, Contributi al Novecento, Palazzo Delle Stelline Milano
1. Il luogo, la memoria, Cosenza, 1984, da sn: Correggia, Sicoli, Giuliana, Francomà, Magli.
2. Copertina catalogo, Dai margini l’arte, Luzzi, 1983.
3. Copertina catalogo, I post-meridionali, Roma, 1984
4, Silarte, conferenza da sn.. Sicoli, Magli il terzo da sn. Correggia, 1986
5 Tonino Sicoli al Maon in occasione della mostra personale di Correggia 2014
6 Al Museo del Presente, Cosenza, 2008 da sn Roberto Sottile, Sicoli, Antonio Battaglia, Correggia
7. All’inaugurazione di una mostra al Maon, Sicoli, con il sindaco e l’assessore alla cultura di Rende, 2014
8. Maon in occasione di una mostra, da sn. Gregoio Raspa, Sicoli, Correggia, il quarto da sn. Cosentino.
9. Sicoli, In occasione della mostra, contributi al Novecento Palzzo delle Stelline , Milano, 2017
10. In trattoria, dopo l’inaugurazione di una mostra, da sn Sicoli, Bruno Corà, Magli, Correggia
11. A Cosenza, Magli e Sicoli si abbracciano con affetto.
12 Ospedale Umanitaria Rozzano, da sn Vittoria Coen, Correggia, Sicoli, 2019
13 Con Federico insieme ad una cena a Milano, 2019
.
Sunday, January 17, 2021
Del come vivere
Del come vivere
Di che cosa abbiamo bisogno per riuscire a conservare il dominio di noi stessi di fronte agli eventi che possono accaderci? Abbiamo bisogno di discorsi veri e razionali rispondono gli antichi. Sono questi discorsi che ci permettono di affrontare il reale e di vivere una vita saggia, equilibrata e rispettosa del pianeta che abitiamo.
A tale proposito si pongono tre questioni: la questione del modo di esistenza di tali discorsi veri, della loro natura, la questione dei metodi di tale appropriazione, l’importanza dell’ascolto, l’importanza della scrittura e delle pratiche ascetiche legate alla reminiscenza, alla rinuncia, allo sguardo verso se stessi, alla cura dell’anima. Si tratta di una pratica di sé, di una pratica interiore che comporta dei veri esercizi spiritali. Essa ha il significato di un’ingiunzione, e precisamente un’ingiunzione che ha valore in relazione all’intero svolgimento dell’esistenza.
La pratica di sé come sostiene Foucault nel suo corso: L’ermeneutica del soggetto, si identifica e deve far corpo, ormai, con la stessa arte di vivere. Arte di vivere e arte di se stessi, si identificano, sono diventate la stessa cosa. Per raggiungere un’interiorità che sappia guardare il mondo e comprendere il discorso vero occorre un rovesciamento, un ribaltamento da ciò che ci sembra essere la realtà, verso se stessi per poi arrestarvisi, immobili, definitivamente.
Occorre guardare dentro se stessi, distogliersi da tutto ciò che è esterno a sé per poi rivolgersi di nuovo all’esterno e guardare il mondo, saperlo guardare, interrogare. Ci avviciniamo così alla nozione di conversione. Una conversione del sé che si rivolge alla natura del nostro essere, a qualcosa che ci connette all’altro e al divino.
Quel che c’è di grande in tale conversione è avere la propria anima, come diceva Seneca, a fil di labbra e pronta ad andarsene. Si potrà pervenire al sé, solo percorrendo quel grande ciclo del mondo che è conoscenza della natura e della totalità del mondo, ma che sappia anche rinunciare alla vita, pur amandola. La stessa vecchiaia per l’urgere di questo cammino è sibi vacare come diceva Seneca, il che vuol dire volgere il proprio sguardo verso la contemplazione di sé, nel movimento stesso della fuga del tempo. Il che ha a che fare con le grandi domande sull’esistenza; domande che l’epoca in cui viviamo ha cancellato. Domande sul come vivere, che valore dare alla vita, cosa accade nell’aldilà, esiste un “oltre” altro da qui?
Per raggiunger la pienezza del sé occorre, come scrive Seneca nelle sue lettere a Lucillo, essere virtuosi e vincere i propri vizi e non avere paura della morte. Significa essere liberi dalla servitù delle cose inutili, che non hanno senso per il nostro vivere in sintonia con la natura, con il tutto. Ma in che cosa consiste questa pratica del sé, questa conversione di se stessi verso il tutto della natura ?
Così dice Foucault nel corso L’ermeneutica del linguaggio tenuto al College de France: La forma iniziale all’ascesi è concepita come soggettivazione del discorso vero nel fare propria la verità ovvero nel diventare soggetto d’enunciazione del discorso vero. A essere al contempo il primo momento, la prima tappa, ma anche il supporto permanente di tale ascesa, intesa come soggettivazione del discorso vero, saranno tutte le tecniche e tutte le pratiche che riguardano l’ascolto, che riguardano la lettura e la scrittura e il fatto di parlare. Ascoltare , sapere ascoltare come si deve, leggere e scrivere come si deve e inoltre parlare come si deve, è tutto questo a costituire, come tecnica del discorso vero quello che sarà il supporto permanente della pratica ascetica. In primo luogo l’ascolto come pratica di ascesi, in secondo luogo la lettura e la scrittura, in terzo luogo infine la parola.
Questa conversione può essere intesa come un viaggio che porta a riconsiderare la ricchezza dell’esistenza non più come servitù ad un sapere che induce a portarci lontano dal vero discorso ma come ricchezza interiore, salvezza, transizione. Non si tratta di trovare una verità nel soggetto, né di fare dell’anima il luogo in cui per un‘affinità d’essenza o per origine la verità dovrebbe risiedere, e neppure di fare dell’anima l’oggetto di un discorso vero. Il problema è, al contrario, quello di armare il soggetto di una verità che in precedenza questi non conosceva e che non risiedeva in lui; il problema è fare di una verità che è stata appresa, memorizzata e progressivamente applicata, un quasi oggetto che regna indelebilmente in noi.
Tra gli esercizi che gli antichi consideravano necessari per la pienezza del sé oltre a quello celebre della “meletè thanàtou” (meditazione o piuttosto esercizio della morte) e che sono ancora ora di grande attualità, vale la pena ricordare quelli di Epitteto nelle diatribe. Oltre all’esercizio sulla “meditatio” ed “excercitatio”, penso soprattutto a quello che potremmo definire “il controllo delle rappresentazioni”. Epitteto esige che, nei confronti delle rappresentazioni che possono emergere all’interno del pensiero, si adotti un atteggiamento di sorveglianza, un atteggiamento di sorveglianza permanente. E’ un esercizio che possiamo benissimo paragonare a ciò che oggi dobbiamo adottare, se vogliamo salvarci e interpretare le immagini che ci attraversano.
In questa dimensione l’artista, soprattutto oggi con la pandemia che sembra non volersi arrestare, la mancanza di una morale civile e l’intangibilità dei corpi che non si toccano più, può ritrovare le vere ragioni del suo fare. L’artista si ricongiunge ad un’etica che diventa l’essenza stessa dell’arte contemporanea, la quale corrisponde a quella dell’estetica dell’esistenza. La virtù dell’esistenza, così diventa anche la virtù dell’arte che non è tecnica o applicazione, ma svelamento delle immagini, del loro potere di seduzione e al contempo pratica concettuale.
Se il cammino dell’arte contemporanea è qualcosa che ha a che fare con la vita stessa, con ciò che accade e non è solo universo rappresentazionale, allora le pratiche del sé, dell’uscita dal sé, il discorso vero, assumono un ruolo di primo piano per l’artista. E’ solo in questo modo che possiamo comprendere il versante etico dell’arte contemporanea. L’arte, in quanto rigeneratrice di senso, riprende un ruolo di svelamento e di interpretazione della natura delle immagini, una dimensione edificante, non solo con esse, ma anche con gli stessi modi del pensare, della meditazione intorno al Mondo e intorno alle pratiche del soggetto. L’arte contemporanea, anche se non è del tutto compresa, ci esercita ad una conversione dello sguardo, ad un modo di essere nel reale che possiamo considerare ascetico ed etico. Si tratta ancora di più di una pratica del sé che consiste proprio nel discorso vero sulle immagini e di conseguenza anche sull’arte e del come vivere bene..
immagini
1 Francesco Correggia
2 Adrian Piper
3 Ritratto di Michel Foucault
4 Twombly, leda e il cigno
5 Ozu Sotia di erbe fluttuanti
6 Il tuffatore di Paestum
7 J. Baldessari Beethoven's Trumpet (With Ear), 2007
8 Erik Dietman, wandhaff, 2017
9 Busto di Seneca
10 Marcel Broodthaers, Pense-Bête (Reminder), 1966
11 Vito Acconci multi bed 1992
12 Francesco Correggia, udire l'indicibile, 2010
Subscribe to:
Posts (Atom)



















































