Saturday, April 10, 2021

La misura e il tempo

Trascorriamo gran parte del nostro tempo a guardare il trascorrere dei minuti, delle ore, restiamo per ore ad attendere altre ore che non fuggano più il tempo come se avessimo un appuntamento a cui non possiamo mancare. Quale appuntamento e perché continuiamo a controllare il trascorrere di questo tempo che è anche il muoversi, il sostare e lo stesso oziare del corpo? E’ la disperazione che ci coglie quando non riusciamo a trattenere l’istante e lo perdiamo, quando non riusciamo a fermare la fuga del tempo.
Così continuiamo a guardare le lancette dell’orologio, il piccolo schermo del cellulare come se volessimo rendere visibile quel che non è. In realtà è il presente che vorremmo trattenere, quella piccola quantità di presente nascosta fra le lancette del tempo. L’ordine della misura è saltato perciò guardiamo costantemente un orologio, uno schermo per accertarci che l’esistenza scorre ancora anche se la salute vacilla, i nostri sensi perdono la loro linfa e i desideri svaniscono. Il fatto è che non abbiamo più tempo, il che vuol dire che non abbiamo più corpo.
D’altra parte il tempo è insaziabile e non possiamo ridurlo al solo trascorrere delle lancette dell’orologio. E’ qualcosa di diverso. La sua insaziabilità deriva dalla storia che come una gorgone macina, tritura e ritritura gli eventi del mondo e ora del pianeta e delle stesse sue manifestazioni. Scriviamo le pagine del destino attraverso lo scorrere del tempo e così misuriamo anche noi stessi. Ed è proprio questo che ci sfugge. Vorremmo fermarlo questo tempo, intervenire ancora, cambiarlo a nostro favore ma il filo è teso e come dicevano gli antichi potrebbe interrompersi ad ogni istante.
Sembra che il tempo segni il nostro destino e neppure le lancette del tempo, il tentativo di misurarlo possono servire a qualcosa, fermarlo solo per un istante, solo per noi come si fa con un brano musicale, quando vogliamo riascoltarlo. Ma esso fugge via come nel trillo del diavolo di Tartini, o la toccata e fuga di Bach, Esso è diabolico si sottrae all’istante, alla sosta. Vorremmo farlo con la parola ma anch’essa ripiega , si distende ma poi arretra. Non riusciamo mai ad afferrarlo a sufficienza poiché il tempo è legato al nostro di corpo, all’esperienza della nostra vita qui sulla terra. E’ un tempo finito come lo è il nostro corpo. Tempo vissuto che finirà nel nulla.
Questa specie di distanza, di aporia fra le lancette, il cronometro e insomma tutti gli strumenti che servono a misurare il tempo e la sua irriducibilità corporea o metafisica è irrisolvibile. Possiamo ciononostante venirne a capo con la parola, la scrittura, la letteratura, la pittura. Quel che ci viene incontro e potrebbe aiutarci a comprenderlo è proprio il tempo letterario ma sembra che esso non appartenga più ai romanzi contemporanei, a ciò che i giovani narratori, molto pubblicizzati dai media riescono a fare arrivare sugli scaffali delle librerie come Feltrinelli, Mondadori, ecc.. Dov’è andata l’opera scandita dal tempo letterario di un Proust, di un Musil, di un Joyce tanto per intenderci. Lo scrittore contemporaneo ama raccontare piccole vicende televisive, storie banali che neppure hanno a che fare con il contingente, la natura delle cose con la stessa narrazione, con la storia. Esse sono come lo scorrere del tempo scandito dalle lancette dell’orologio. Tutti si riconoscono nella trama del romanzo, nella storiella raccontata e addio letteratura. Bisogna leggere i classici per capire, come scriveva Calvino in Perché leggere i classici, cosa vuol dire il tempo letterario. Ma ormai chi li legge più ?
In questi due anni il Covid ci ha costretti a chiuderci in casa. Avremmo potuto usare meglio il nostro tempo e invece niente. Abbiamo guardato la televisione e osservato scorrere le lancette dell’orologio acquistando i romanzetti suggeritici dalla Maraini in televisione e i libri più venduti sulle pagine di La lettura del Corriere della sera, senza domandarci alcunché sul tempo, sulla parola, sulla letteratura nel tempo della povertà, sulla vita, sul pianeta. In televisione abbiamo visto i soliti personaggi, imbonitori della comunicazione rimbambente. Abbiamo visto sfilare sulla tele, la feccia volgare dei programmi d’intrattenimento, e programmi in cui venivano presentati libri di scrittori da romanzetto sentimentale, autori della superficialità, dell’apparenza e del consenso generalista.
Li abbiamo visti arrivare tutti infagottati dai loro schermi seducenti in programmi che pretenderebbero di far cultura, questi giornalisti, magistrati, virologi tutti a scrivere romanzi, saggi pietosi. Bei volti, donne affascinanti, modelle di regime, caste presentatrici, giochi stupidi, esempi di vanità ed evasione strisciante. Tutto nel nome della pandemia, dello spettacolo televisivo integrato, dei media, della comunicazione di regime. Che miseria. Nessuno approfondimento, nessuna traccia di verità tranne in pochi casi. Ed è così che lasciamo scorrere il tempo illudendoci che esso possa stare tra le lancette dell’orologio, gli appuntamenti televisivi, il sistema pubblicistico, le fake news, tanto per non dire che si tratta della parola falsa, malevole, strisciante, ingannevole che non è solo appannaggio delle reti sociali, ma anche dei media, televisivi e giornalistici.
E che dire del tempo dell’arte e soprattutto del tempo della pittura. Ci hanno vietato di andare per musei, dove finalmente contemplare in silenzio e in raccoglimento le opere dello spirto umano, la sua storia, la sua energia, poter piangere e godere di un’opera d’arte. Anche in questo caso è stata una celebrazione di riti, di falsità, di un mondo dell’arte votato al mercato che non ha niente a che fare con l’arte e il suo pensiero.
Abbiamo visto arrivare in televisione pittori inesistenti, dall’immagine edulcorata e saporifera per un pubblico di massa orami votato alla stupidità del vedere televisivo. Intanto ci hanno vietato di poterci avvicinare a ciò che si mantiene nel tempo, all’essenza stessa del tempo. Non del tempo cronologico ma di quel tempo che rappresenta l’essenza stessa di noi viventi che abitiamo questo pianeta seppure nell’oscurità del presente. Di quel tempo che con l’arte , la poesia e la letteratura ha una continuità, un debito di riconoscenza.
Ci raccontano che tutto a breve tornerà come prima. Come prima come? Forse si tratta di tornare allo stesso sistema economico, alla corruzione, alle feste, alla movida, allo sperpero, ai consumi inquinanti? E’ proprio a ciò che non bisogna tornare, a quel che c’era prima. Non bisogna annullarlo questo tempo con una frase fatta, con la retorica del tempo e del suo superamento ma comprenderlo, come diceva Sant’Agostino, in una rinnovata distensio animi, in uno stare insieme che apra ad un nuovo progetto di vita, rispettoso della natura, dell’ambiente e dell’altro. Non c’è passato, presente, futuro ma solo presente. E’ per tale ragione che il presente è una costante interpretazione.
Non possiamo raggiungerlo questo presente con l’attesa di istanti che non fuggano via, istanti fedeli alla nostra precaria salute. Agostino, dopo aver espresso l’ulteriore dilemma della misurazione del tempo e delle sue difficoltà insanabili, giunge alla sua spiegazione finale, cioè che il tempo si misura nello spirito umano.
Il tempo è perciò il luogo della perdizione, ma anche della salvezza, perché in esso l’uomo decide se attaccarsi ai beni di questo mondo o servirsene per elevarsi a Dio. E’ lo spirito che si mostra nell’arte, nella letteratura, nella poesia. Esso avvicina l’uomo all’eternità, che fa si che il presente che non vogliamo ci sfugga possa trasformarsi in memoria, possa eternarsi.
Non possiamo tornare a essere quel che eravamo con le nostre facezie, i vizi, la ricerca del successo a tutti i costi, la spazzatura televisiva, il protagonismo, il narcisismo, le miserie negando appunto al tempo di farsi corpo dell’essere. All’uomo, dunque, proprio in quanto immerso nel tempo, si presenterebbe questa scelta: chiudersi in esso, al suo scorrere tra le lancette e sugli schermi o trascenderlo, aprendosi all’Eterno. Forse questa aporia bisognerà viverla fino in fondo. La risposta non sta né da una parte né dall’altra, ma dal modo con cui affrontiamo le scelte da fare, ora e adesso in questo tempo, tra storia personale e storia del mondo, tra noi e il pianeta.
Immagini: 1 – Toccata e fuga J.S. Bach 2 – Anselm Kiefer Book 3 – Adesso ce ne andiamo, romanzo, Correggia 2021 4- Michael Borremans, the skirt, 2015 5 - Giuseppe Tartini, ritratto 6 – Seurat, the shore at bas-butin honfleur, 1886 7 . G. Segantini, La sorgente, 1896 8- Martin Agnes, Senza titolo, 1963 9- Fabrice Hibert, approfondir au elargir 1992 10 Patrick Carillon, the flat, 1998 11. Lawrence Weiner, on view, 2020 12- Cy Twomly, at the tate, 2008 13 Francesco Correggia, the day, 2002

Friday, March 5, 2021

Omaggio a Tonino Sicoli di Francesco Correggia
Il dolore per la morte di un amico ci chiama ad un senso di responsabilità, ad una specie di fedeltà nel lutto. E’ trascorso più di un mese dalla scomparsa di Tonino Sicoli, ma i discorsi, i progetti che abbiamo condiviso continuano a rimanere vivi. La stessa finitezza della vita è coinvolta in tali discorsi. Ora che il tempo sembra arenarsi nel tragitto del prima e del dopo, del passato e del futuro, c’è questa eternità del vincolo che si rinnova. Tutto ciò non porta alla trascendenza, al credere ad una nuova vita oltre la morte ma alla fede del valore del passato, all’importanza di portare con noi nel futuro idee, pensieri e progetti, pur nella finitezza del tempo. E’ per questo che ti scrivo ora, mio caro amico.
Te ne sei andato prima che una volta ancora io potessi parlare con te, scambiare qualche riflessione sul futuro, sulle cose da fare. Te ne sei andato e quando pensavo di chiamarti al telefono tu non c’eri già più. Con Tonino Sicoli è scomparsa non solo una figura di primo piano nel panorama della dell’arte calabrese e non solo, un interprete appassionato dell’arte moderna e contemporanea, ma un fraterno amico. Per molto tempo sono stato quasi immobilizzato dalla sua scomparsa, non sapevo come parlarne senza farmi prendere dall’angoscia, dall’emozione. Poi dopo qualche settimana mi sono fatto coraggio e ho pensato di scrivere qualcosa su di lui che non fosse solo una celebrazione retorica di colui che è stato e ora non è più ma come se lui fosse ancora presente, ancora con noi e continua a parlare, a scrivere, a commentare, a inventare progetti futuri. Ed è così che ne voglio scrivere. Come si fa a scrivere di Tonino Sicoli senza pensare alla Storia che abbiamo condiviso, in cui ci siamo impegnati fin dal 1983? In quegli anni la Calabria era un luogo geografico, politico e metafisico intenso e ricco di energie e possibilità e non solo una regione impoverita. Essa , proprio in quel periodo quando cominciavamo a frequentarci, dopo Marginalia, vedeva nascere con Tonino una stagione di ipotesi, interventi pubblici sul territorio, proposte e progetti che sono stati rilevanti sul piano nazionale e che poi sono serviti da base e fondamento delle avventure poetiche successive a cui giovani artisti, collezionisti e qualche politico si sono ispirati.
Senza la storia non si può pretendere di fare cultura e di levarsi dalla sacca della dimenticanza o ancora peggio dalle generalizzazioni e improvvisazioni. Tonino Sicoli non è stato solo un critico tra i tanti, un militante come erano chiamati i critici impegnati di quell’epoca come Crispolti, Menna dei quali Sicoli condivideva le scelte critiche ma uno che ha anticipato la nozione di critica curatoriale con un modo di operare in un territorio difficile rimanendo nel luogo e senza fuggire altrove. Tonino è stato non solo il compagno di tante lotte culturali ma un riferimento per tutti noi che volevamo aprire strutture istituzionali, gallerie per l’arte contemporanea, Musei d’arte moderna alimentando il dialogo tra pubblico e privato e la circolazione dell’arte senza alcuna sudditanza rispetto ad altri luoghi dell’accadere dell’arte.
Tra Cosenza e Catanzaro era nato un laboratorio d’idee che fu anche un tentativo di misurarsi con le problematiche del territorio e mi riferisco soprattutto alla questione meridionale, al rapporto con il pubblico e le problematiche sociali. Ciò che interessava a noi giovani artisti e a Tonino come critico e compagno di viaggio era indagare sui bisogni e le domande degli abitanti dei paesi, dei piccoli centri rurali emarginati, la loro vita reale, le persone, i contadini, con chi non aveva avuto alcuna occasione di esprimere le proprie idee, confrontarsi, sapere. La finalità era di far prendere coscienza non solo delle problematiche dell’arte che per tutti noi erano anche sociali, antropologiche ed economiche, ma di aprire un colloquio sull’ambiente, i bisogni, le attese, i desideri. D’altra parte iniziò anche un’esperienza di rapporti e di dialogo con le stesse Istituzioni pubbliche, Comuni, Provincie e Regione per la creazione di spazi pubblici per l’arte contemporanea (musei, fondazioni e strutture miste fra Archeologia, paesaggio, territorio e arte e contemporanea).
L’attenzione alle problematiche sociali e antropologiche su cui quei giovani lavoravano con la loro ricerca, sperimentando itinerari di confronto originali è apprezzata ancora adesso. Era una volontà molto sentita in quel periodo, di un operare in profondità, in un’etica dell’agire in più contesti. Da una parte c’era la necessità di affrontare questioni comuni sul piano della riflessione estetica ed etica, dall’altra vi erano le politiche del territorio, l’ambiente, il paesaggio in una dialettica fra centro e periferia che sempre si rinnovava. La periferia, considerata marginale rispetto ai processi in corso di un’arte sempre più internazionalizzata poteva giocare un ruolo considerevole nelle dinamiche del mondo dell’arte anche in una condizione post-moderna del sapere così come si andava prefigurando dopo la pubblicazione del celebre libro di Lyotard. In questo senso non ci si sentiva più solo meridionali nei comportamenti e nelle logiche dei rapporti fra artista e Istituzioni pubbliche, ma impegnati in un processo di trasformazione, di liberazione sia rispetto alla riflessione teorica sia alle stesse pratiche dell’arte.
Questo caro Tonino lo sapevi bene e lo condividevi con noi, con entusiasmo e slancio che noi a volte chiamavamo giornalistico ma che in effetti era l’unico modo per essere presenti in una dimensione dell’arte sempre più centralizzata. A Roma nel 1983 questa condizione dell’artista che operava in territori isolati e ai margini dei potentati economici l’hai messa in evidenza con una mostra e un dibattito pubblico negli spazi del Centro Di Sarro proprio con quei critici che stimavi, Menna e Crispolti . La mostra dal titolo I Post-meridionali concludeva un ciclo di esperienze difficili e innovative sul territorio. Nel catalogo i testi di Menna e Crispolti ne testimoniavano la ricchezza e la consapevolezza.
Nel 1984 a Catanzaro nelle sale di Palazzo Galluppi, ex sede storica del Liceo Classico hai curato un’altra importane e singolare mostra dal titolo “Fall Out, aspetti della pittura internazionale senza centro né margini” con la quale l’esperienza maturata tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta trovava il suo compimento. Il senso di Fall-Out, fu proprio quello di dare respiro a un modo di fare arte che, pur partendo dai margini del sistema dell’arte come si andava profilando in quel periodo, riusciva a confrontarsi con i modi di un’arte sempre più internazionalizzata. Gli artisti che operavano in Calabria non avevano più alcuna soggezione rispetto all’arte dominante dei circuiti mass mediali dell’epoca e questo si deve al tuo acume inventivo, poetico interpretativo.
E’ trascorso tanto tempo da quegli anni eroici. Ognuno di noi è cresciuto sul piano professionale. Io mi sono trasferito nel 1985 a Milano e tu con Luigi Magli hai continuato a lavorare in quella terra difficile e ingrata che è la Calabria. Lo hai fatto con sagacia senza perdere l’entusiasmo e la tua linfa vitale. Sei arrivato a inventarti un museo come quello del Maon a Rende, il primo Museo in Calabria dedicato all’arte moderna e contemporanea con una visione storica e scientifica. Hai coinvolto critici importanti da Calvesi a Barilli fino a Bruno Corà. Con lui hai saputo organizzare una mostra singolare su opere inedite di Boccioni a Lugano. Noi abbiamo continuato a vederci sempre più spesso e tu hai cominciato a pensare che fosse arrivato il tempo per fare il salto e arrivare a Milano. Ma forse era troppo presto per te, così hai continuato a operare in quella dimensione difficile e anche senza risorse che continuava a essere la Calabria.
Poi tuo figlio Federico si è trasferito come medico chirurgo all’Umanitaria di Rozzano a Milano. Tu hai pensato sempre di più a una prospettiva di ricerca sempre più rivolta alle tendenze più recenti dell’arte contemporanea senza dimenticare il passato, la storia, le origini di quella dimensione che tu consideravi sempre legata alla Calabria. Ne abbiamo parlato diverse volte, così cono maturate due esperienze interessanti sul piano nazionale: la mostra Contributi al Novecento presso Palazzo delle Stelline a Milano che ha suscitato molto interesse e partecipazione di pubblico. e il libro Fiori all’occhiello edizioni Skira.
Stavi già male ed io ti dovevo spesso accompagnare nei tragitti faticosi per la mostra alle Stelline e presso la sede di Skira. Ne hai seguito da vicino tutte le fasi fino alla fine. Poi hai voluto che ti accompagnassi a visitare qualche Galleria. Sei venuto con me fino alla Galleria Battaglia, dove io tenevo una mia personale nonostante tu avessi grandi difficoltà a camminare. Sei stato sempre gioviale, attento, discorsivo e battagliero come sempre. Ti sei trasferito a Milano non solo per stare vicino a Federico come hai sempre pensato ma anche per stare vicino all’ospedale dove ti stavi curando. Sono venuto a trovarti a casa tua a Rozzano ma tu eri su una sedia a rotelle e già non riuscivi a parlare bene. Volevi che io andassi in vece tua ad incontrare Domenico Piraina direttore di Palazzo reale di Milano, per organizzare una proiezione video sul Maon.
La malattia ti aveva quasi paralizzato, ma continuavi a pensare alle prossime mostre. Io la sera mi sentivo con Luigi a Cosenza per fare il punto della situazione e continuare a sperare che tu ti riprendessi. Non ce l’hai fatta. Il Maon, i rapporti sociali. la scrittura sono stati sempre nei tuoi pensieri. Continuavi a mandare le immagini delle tue mostre, i tuoi articoli come a tener vivo un interesse che non si era mai esaurito.
Lentamente questa tua presenza in rete andava esaurendosi come si stava consumando la tua vita. Siamo rimasti noi a continuare il lavoro così tremendamente interrotto. Sono rimasti il Maon, gli amici, da Luigi Magli a Roberto Principe allo stesso Presidente del Maon a Giovanni, tutta la squadra che ti ha seguito con passione e stima. Sono loro, insieme a chi vorrà seguirci a continuare il tuo lavoro di critico, di curatore, di appassionato ricercatore. Intanto è da poco la notizia che il MIBACT ha accreditato il Maon, come Museo nazionale. Ti avrebbe fatto piacere saperlo e vedere riconosciuti tutti i tuoi sforzi per raggiungere un così prestigioso obbiettivo, ma non ce l’hai fatta. Ci siamo noi a proseguire il tuo lavoro. Ciao Tonino.
Immagini: 0 . Tonino Sicoli è con Bruno Corà, mentre presenta la mostra, Contributi al Novecento, Palazzo Delle Stelline Milano 1. Il luogo, la memoria, Cosenza, 1984, da sn: Correggia, Sicoli, Giuliana, Francomà, Magli. 2. Copertina catalogo, Dai margini l’arte, Luzzi, 1983. 3. Copertina catalogo, I post-meridionali, Roma, 1984 4, Silarte, conferenza da sn.. Sicoli, Magli il terzo da sn. Correggia, 1986 5 Tonino Sicoli al Maon in occasione della mostra personale di Correggia 2014 6 Al Museo del Presente, Cosenza, 2008 da sn Roberto Sottile, Sicoli, Antonio Battaglia, Correggia 7. All’inaugurazione di una mostra al Maon, Sicoli, con il sindaco e l’assessore alla cultura di Rende, 2014 8. Maon in occasione di una mostra, da sn. Gregoio Raspa, Sicoli, Correggia, il quarto da sn. Cosentino. 9. Sicoli, In occasione della mostra, contributi al Novecento Palzzo delle Stelline , Milano, 2017 10. In trattoria, dopo l’inaugurazione di una mostra, da sn Sicoli, Bruno Corà, Magli, Correggia 11. A Cosenza, Magli e Sicoli si abbracciano con affetto. 12 Ospedale Umanitaria Rozzano, da sn Vittoria Coen, Correggia, Sicoli, 2019 13 Con Federico insieme ad una cena a Milano, 2019 .

Sunday, January 17, 2021

Del come vivere

Del come vivere
Di che cosa abbiamo bisogno per riuscire a conservare il dominio di noi stessi di fronte agli eventi che possono accaderci? Abbiamo bisogno di discorsi veri e razionali rispondono gli antichi. Sono questi discorsi che ci permettono di affrontare il reale e di vivere una vita saggia, equilibrata e rispettosa del pianeta che abitiamo.
A tale proposito si pongono tre questioni: la questione del modo di esistenza di tali discorsi veri, della loro natura, la questione dei metodi di tale appropriazione, l’importanza dell’ascolto, l’importanza della scrittura e delle pratiche ascetiche legate alla reminiscenza, alla rinuncia, allo sguardo verso se stessi, alla cura dell’anima. Si tratta di una pratica di sé, di una pratica interiore che comporta dei veri esercizi spiritali. Essa ha il significato di un’ingiunzione, e precisamente un’ingiunzione che ha valore in relazione all’intero svolgimento dell’esistenza.
La pratica di sé come sostiene Foucault nel suo corso: L’ermeneutica del soggetto, si identifica e deve far corpo, ormai, con la stessa arte di vivere. Arte di vivere e arte di se stessi, si identificano, sono diventate la stessa cosa. Per raggiungere un’interiorità che sappia guardare il mondo e comprendere il discorso vero occorre un rovesciamento, un ribaltamento da ciò che ci sembra essere la realtà, verso se stessi per poi arrestarvisi, immobili, definitivamente.
Occorre guardare dentro se stessi, distogliersi da tutto ciò che è esterno a sé per poi rivolgersi di nuovo all’esterno e guardare il mondo, saperlo guardare, interrogare. Ci avviciniamo così alla nozione di conversione. Una conversione del sé che si rivolge alla natura del nostro essere, a qualcosa che ci connette all’altro e al divino.
Quel che c’è di grande in tale conversione è avere la propria anima, come diceva Seneca, a fil di labbra e pronta ad andarsene. Si potrà pervenire al sé, solo percorrendo quel grande ciclo del mondo che è conoscenza della natura e della totalità del mondo, ma che sappia anche rinunciare alla vita, pur amandola. La stessa vecchiaia per l’urgere di questo cammino è sibi vacare come diceva Seneca, il che vuol dire volgere il proprio sguardo verso la contemplazione di sé, nel movimento stesso della fuga del tempo. Il che ha a che fare con le grandi domande sull’esistenza; domande che l’epoca in cui viviamo ha cancellato. Domande sul come vivere, che valore dare alla vita, cosa accade nell’aldilà, esiste un “oltre” altro da qui?
Per raggiunger la pienezza del sé occorre, come scrive Seneca nelle sue lettere a Lucillo, essere virtuosi e vincere i propri vizi e non avere paura della morte. Significa essere liberi dalla servitù delle cose inutili, che non hanno senso per il nostro vivere in sintonia con la natura, con il tutto. Ma in che cosa consiste questa pratica del sé, questa conversione di se stessi verso il tutto della natura ?
Così dice Foucault nel corso L’ermeneutica del linguaggio tenuto al College de France: La forma iniziale all’ascesi è concepita come soggettivazione del discorso vero nel fare propria la verità ovvero nel diventare soggetto d’enunciazione del discorso vero. A essere al contempo il primo momento, la prima tappa, ma anche il supporto permanente di tale ascesa, intesa come soggettivazione del discorso vero, saranno tutte le tecniche e tutte le pratiche che riguardano l’ascolto, che riguardano la lettura e la scrittura e il fatto di parlare. Ascoltare , sapere ascoltare come si deve, leggere e scrivere come si deve e inoltre parlare come si deve, è tutto questo a costituire, come tecnica del discorso vero quello che sarà il supporto permanente della pratica ascetica. In primo luogo l’ascolto come pratica di ascesi, in secondo luogo la lettura e la scrittura, in terzo luogo infine la parola.
Questa conversione può essere intesa come un viaggio che porta a riconsiderare la ricchezza dell’esistenza non più come servitù ad un sapere che induce a portarci lontano dal vero discorso ma come ricchezza interiore, salvezza, transizione. Non si tratta di trovare una verità nel soggetto, né di fare dell’anima il luogo in cui per un‘affinità d’essenza o per origine la verità dovrebbe risiedere, e neppure di fare dell’anima l’oggetto di un discorso vero. Il problema è, al contrario, quello di armare il soggetto di una verità che in precedenza questi non conosceva e che non risiedeva in lui; il problema è fare di una verità che è stata appresa, memorizzata e progressivamente applicata, un quasi oggetto che regna indelebilmente in noi.
Tra gli esercizi che gli antichi consideravano necessari per la pienezza del sé oltre a quello celebre della “meletè thanàtou” (meditazione o piuttosto esercizio della morte) e che sono ancora ora di grande attualità, vale la pena ricordare quelli di Epitteto nelle diatribe. Oltre all’esercizio sulla “meditatio” ed “excercitatio”, penso soprattutto a quello che potremmo definire “il controllo delle rappresentazioni”. Epitteto esige che, nei confronti delle rappresentazioni che possono emergere all’interno del pensiero, si adotti un atteggiamento di sorveglianza, un atteggiamento di sorveglianza permanente. E’ un esercizio che possiamo benissimo paragonare a ciò che oggi dobbiamo adottare, se vogliamo salvarci e interpretare le immagini che ci attraversano.
In questa dimensione l’artista, soprattutto oggi con la pandemia che sembra non volersi arrestare, la mancanza di una morale civile e l’intangibilità dei corpi che non si toccano più, può ritrovare le vere ragioni del suo fare. L’artista si ricongiunge ad un’etica che diventa l’essenza stessa dell’arte contemporanea, la quale corrisponde a quella dell’estetica dell’esistenza. La virtù dell’esistenza, così diventa anche la virtù dell’arte che non è tecnica o applicazione, ma svelamento delle immagini, del loro potere di seduzione e al contempo pratica concettuale.
Se il cammino dell’arte contemporanea è qualcosa che ha a che fare con la vita stessa, con ciò che accade e non è solo universo rappresentazionale, allora le pratiche del sé, dell’uscita dal sé, il discorso vero, assumono un ruolo di primo piano per l’artista. E’ solo in questo modo che possiamo comprendere il versante etico dell’arte contemporanea. L’arte, in quanto rigeneratrice di senso, riprende un ruolo di svelamento e di interpretazione della natura delle immagini, una dimensione edificante, non solo con esse, ma anche con gli stessi modi del pensare, della meditazione intorno al Mondo e intorno alle pratiche del soggetto. L’arte contemporanea, anche se non è del tutto compresa, ci esercita ad una conversione dello sguardo, ad un modo di essere nel reale che possiamo considerare ascetico ed etico. Si tratta ancora di più di una pratica del sé che consiste proprio nel discorso vero sulle immagini e di conseguenza anche sull’arte e del come vivere bene..
immagini 1 Francesco Correggia 2 Adrian Piper 3 Ritratto di Michel Foucault 4 Twombly, leda e il cigno 5 Ozu Sotia di erbe fluttuanti 6 Il tuffatore di Paestum 7 J. Baldessari Beethoven's Trumpet (With Ear), 2007 8 Erik Dietman, wandhaff, 2017 9 Busto di Seneca 10 Marcel Broodthaers, Pense-Bête (Reminder), 1966 11 Vito Acconci multi bed 1992 12 Francesco Correggia, udire l'indicibile, 2010

Saturday, December 12, 2020

Manuale della solitudine

Quando si sta soli non è proprio la solitudine che affligge, il fatto che essa sia irrisolvibile ma la consapevolezze che tutte le cose che hanno a che fare con la vita quotidiana siano come rallentate. Ogni accadimento diventa un macigno, sembra irrisolvibile. Ogni telefonata, notizia, cambiamento di programma diventa un problema , una specie di questione insuperabile. La solitudine ottenebra le energie, questo lo si sa. Ciò che non sappiamo e che non riusciamo a comprendere è l’energia oscura che dalla solitudine si sprigiona . Quella che ci riporta indietro che ci fa essere nel silenzio, nel vuoto. Ogni cosa può sembrare un enigma da risolvere, una nube incerta, un abisso insormontabile.
I piccoli incidenti, le variazioni esistenziali, i dissapori, diventano bestie feroci. Ci si ferma sulle piccole cose e si rimane fermi, senza trovare una via d’uscita. E’ terribile soprattutto quando neppure la lettura, l’arte, la musica ti vengono in soccorso. Bisogna fare uno sforzo enorme per gettarsi fra le braccia della poesia, della letteratura e dell’arte per potersi salvare. Molte volte capita che non basta neppure quello.
Rimane poco e il tempo sembra annullarsi. Non ce ne importa molto. Viaggiamo secondo ritmi non convenzionali dove non c’è progressione, passaggio, futuro ma quel che è peggio non c’è presente. Il tempo dell’istantanea, dell’immediato si è eclissato. Siamo nel deserto, alla ricerca di una qualche forma di vita con cui poter conversare, scambiare esperienze, solitudini. Siamo al capolinea là dove la depressione s’insinua feroce e la solitudine si trasforma in malattia. Tocchiamo il fondo quando cominciamo a pensare che tutto è contro di noi, che ogni persona è un avversario che il mondo e la stessa vita tramano contro di noi. Forse è lo stesso Dio che vuole umiliarci così come ha fatto con Giobbe. Vuole che tu stia solo, vuole che tu non abbia scampo e neppure speranza.
Il limite lo si raggiunge quando si è vecchi. Sarebbe più opportuno dire quando gli altri ti fanno sentire un vecchio anche se hai ancora tante energie, anche se sai che puoi dare tanto e dire tanto. Qui la solitudine diventa mostruosa. I media, le reti, i social sono ancora più terribili; sono essi che pronunciano la tua condanna e soprattutto il tuo isolamento.
Si salvano solo quei vegliardi che appaiono in televisione o sulle reti sociali. Sono loro a rimarcare, senza dubitare un istante, che sono gli altri ad esserlo, che bisogna stare attenti, che il problema è il vostro. La lista degli anziani morti per il Covid viene esposta come una specie di bandiera. I depressi fra i cosiddetti vecchi aumentano e per questi non si trova un vaccino. Mentre i giovani li si fa sentire dei quasi immortali, Non ci si rende conto che siamo tutti mortali e la solitudine così come la morte, prende tutti, giovani e vecchi. anche se in modi differenti.
Bisogna allora accettarla la solitudine, più la si combatte più la si favorisce. Occorre dunque saperla trasformare in energia positiva. Dalla materia oscura a quella dell’universo visibile. Bisogna portare luce alla propria solitudine, avvicinarla a quella degli altri, senza abbandonarla, senza perderla o superarla, ma coltivarla come un bene prezioso, svelarla, levarla dalla nicchia dove è racchiusa e portarla a essere energia svelante, cangiante, portatrice di bene.
Si è soli davanti al potere, davanti alla corruzione, davanti alla politica, davanti ai soprusi, si è soli non perché nessuno ti aiuta o perché c’è il virus o siamo diventati vecchi ma perché c’è indifferenza verso gli altri, se stessi e il pianeta. A volte non sappiamo di essere soli. Pensiamo di poterla superare questa solitudine con gli amici, con il sesso, con il gioco con il divertimento, i riti sociali, ma non è così che si supera ciò che ci accompagna da sempre.
Proviamo invece a immaginare la solitudine in maniera differente. Leviamola dal sepolcro poetico a cui è confinata. Proviamo a immaginare che essa possa essere quella luce che ci rende fratelli; quella luce che improvvisamente fa sì che la morte sia ora dischiusa come un dono e non solo come una certezza della nostra vita giunta al termine. Immaginiamo di viaggiare nel cosmo, di frequentare le vette dell’intangibile, di raggiungere terre lontane, di non avere più corpo, né respiro, né tempo. E’ questo il segreto della vecchiaia, che gli altri non possono conoscere. E’ questa la rivincita dell’essere vecchi: la vera solitudine che si fa beffe della morte.
Neppure l’arte saprebbe fare di meglio.
Immagini: 1- Caspar David Friedrich, donna alla finestra 1822 2 - Sara Stolfa, ritratto di Monica Pace, 2012 3 - Edgar Degas, l’assenzio, 1875, 4 - David Hopper, Excursion into Philosophy, 1959 5 - Tina Modotti, in Roy Clements’ The Tiger’s Coat, 1920 6 - Alberto-Sughi, la-finestra sul mare1995 7 - August Sander, Befunky, collage, particolare, ca 1930 8 - Ellsworth Kelly, accanto ad una sua opera, 1999 9 - Francesco Correggia, Remove, 2018