
Una
specie di sintesi
nella
fiera delle banalità.
Mi sembra utile
cercare una sintesi , una specie di
resoconto su quello che è accaduto in questi ultimi mesi e di cui questo blog ha dato notizie e riportato
riflessioni.
Siamo nella fase
ascendente del Coronavirus, la fase due. Il 18 Maggio inizieranno le riaperture dei negozi, degli esercizi
pubblici e dei ristoranti. Da Giugno si
potrà viaggiare da una Regione all’altra sempre RO (indice di contagio) permettendo. Nonostante la dimensione
pandemica del Coronavirus non sia del tutto passata, tutti pensano si possa
tornare alla vita di prima. Purtroppo non sarà così. Dovremmo continuare a
tenere la distanza dagli altri, portare le mascherine, lavarsi spesso le mani e non frequentare
luoghi affollati. Anche se con il vaccino potremmo sconfiggere la pandemia,
niente sarà come prima nella vita sociale di tuti i giorni anche se le persone
continueranno a pensarlo. I danni
economici saranno ingenti e le emergenze di prima, come l’ambiente, il clima,
la povertà, l’immigrazione non potranno più essere elusi. Che cosa è accaduto in questi ultimi mesi in
cui siamo vissuti reclusi in casa ? Come sono stati i comportamenti individuali
di ognuno di noi ? Che cosa abbiamo
fatto circolare sui social ?
Non è mia intenzione
fare un’analisi sociologica sulla vita
quotidiana vissuta in rete e sul suo mondo immaginale ma solo riflettere su
quanto è accaduto a partire dal mondo al
quale io stesso appartengo e cioè dal mondo dell’arte.
In che modo hanno
operato gli artisti in questi ultimi mesi
?
Sembra che la
dimensione della circolazione dell’arte si sia trasferita tutta in rete e sui
social creando una specie di dominio della comunicazione e delle apparenze. Si
è trattato di uno spostamento, dalla realtà del mondo dell’arte con tutte le
sue implicazioni a quello del tessuto incorporeo dei media tecnologici. I
messaggi, le immagini, le dichiarazioni, le interviste, i lavori degli artisti,
i video, le performances si sono riversati sui social. E’ sembrata più una
corsa a riempire la rete, a inondarla di
foto e immagini talvolta
inconsistenti, partecipando ad una specie di pandemica circolazione del banale
che un tentativo di riflettere sulla condizione attuale dell’arte. Non si è trattato
di una cosa molto nuova ma piuttosto di
una focalizzazione sulla congiunzione
del particolare e del generale che torna . Come se le nostre attività non fossero
più sottomesse alla stretta dicotomia
fra serio e frivolo. Senza dare alla parola un senso molto peggiorativo
possiamo dire che in questo trionfo dell’apparire in rete, tutto sia diventato
banale o che tutti in quest’ansia narcisistica dell’esserci a tutti i costi, siano
caduti nella banalità. Direi anzi che i
freni inibitori, sempre che prima ci fossero mai stati, sono del tutto spariti
in questo proliferare di informazioni,
video, intenti, emozioni, immagini e parole. In questi giorni si è celebrato un
rito della consumazione artistica nella
pioggia delle immagini e della ripetizione individualistica. L’affermazione del
sé ha prevalso su tutto il resto. Questa sostituzione dal corpo con la pelle sembra configurarsi
come il trionfo dell’apparire, del sensibile e della tecnica iconofila.
Si è trattato non di un nuovo soggetto sociale che vede nel
corpo una nuova ipostasi, ma di un corpo che non ha sostanza, ossa, fondamento parola. Esso genera semplicemente la
comunicazione autoriproducendosi, perché è presente, occupa spazio . si vede e ne
rappresenta l’aspetto tattile, la pelle. La pandemia è come se avesse scatenato non
solo la vanità degli artisti ma anche a rendere emblematico l’indecidibile,
tutto l’imprevisto nascosto
nell’universo pandemico. Anche le riviste on line, Artribune è una di
queste , hanno fatto la loro parte
riportando interviste agli artisti, foto delle loro opere nel corso del periodo
di isolamento, frivolezze di ogni tipo, aggiungendo al panico, alla solitudine e alla tragedia vissuta pezzi di informazione
standardizzata dei soliti eletti del
protagonismo mediale dell’arte. Le interviste poi ai galleristi sono state
penose sia nel modo in cui soso state poste sia nella scelta dei galleristi da
intervistare. Sono sempre i soliti nomi, si va da Poleschi a Cannaviello, da
Artiaco a Continua, da Poggiali a Minini tanto per fare dei nomi. Per carità
ottimi galleristi ma qui la banalità raggiunge il ridicolo poiché le risposte
sono già implicite nel tipo di domande poste
su come reagiscono le Gallerie di arte
contemporanea all’isolamento da Covid-19. La
farsa si è sostituita alla verità, la commedia alla realtà. Forse sarebbe stato meglio, tacere ed
esplorare i nuovi confini dell’arte, le possibili rotte, riflettere sulle
conseguenze sociali ed economiche che la pandemia avrebbe portato con sé. Intervistare scrittori, filosofi
pensatori, qualche giovane gallerista, insomma qualcuno con idee nuove e che
guarda al futuro. Sarebbe stato meglio favorire e approfondire con vocabolari adeguati la
discussione e il confronto piuttosto che
pubblicare amenità di un regime della comunicazione dell’arte che rimane fermo sulle proprie asfittiche
posizioni.
D’altra parte in queste
ultime settimane si sono ripetute le lettere e le richieste d’intervento nel
settore arti visive al Ministro
Franceschini da parte di Associazioni, Gallerie private, Direttori di Musei, Critici. Lettere che abbiamo pubblicato
volentieri sul blog e di cui abbiamo condiviso
le posizioni e le richieste come quella di Alberto Fiz che è stata la più
puntuale nel panorama delle indecenze che si sono dette sull’argomento. Non
voglio perciò in questo caso aggiungere nulla su quanto è stato scritto a
proposito. Semmai ciò che va ancora
rimarcata è la totale mancanza di sensibilità, di conoscenza di un settore come
quello dell’arte contemporanea assolutamente sottovalutato non solo adesso ma già
da prima del Coronavirus. Forse si
tratta di una semplice sottostima da parte del Governo e del Ministro. Oppure egli
non sa, né vuole sapere che cosa s’intende per arte contemporanea e la sua
dimensione operativa ed economica la quale
influisce non poco nelle dinamiche socio economiche di un paese come il
nostro.
L’emergenza è solo per
quei settori considerati strategici per la cultura come il turismo, lo
spettacolo, il teatro, il cinema come se il mondo dell’arte non avesse al suo
interno i suoi lavoratori, le sue articolazioni, distribuzioni, le sue dimensioni professionali
oggi imprescindibili e non portasse con se sviluppo, economie e nuovi lavori. Tutto ciò è sorprendente. Non
una parola è stata spesa per il settore delle arti visive, non un gesto, non
una considerazione. Neppure è stato espresso il cordoglio per la morte a causa del Coronavirus del grande critico d’arte Germano Celant che ha fatto
conoscere in tutto il mondo l’arte povera italiana. Ancora più tragica è la
generalizzazione che si è fatta e si continua a fare nel mettere insieme nel
medesimo Ministero mondi assolutamente
diversi e a volte inconciliabili anche se li si volesse semplicemente assumere
sotto il termine di attività culturali . Basti leggere la denominazione pleonastica, incandescente
che definisce il Ministero di cui è a capo il Ministro Franceschini. Essa suona: Ministero
per i beni e le attività culturali e per il turismo, noto anche con l'acronimo MiBACT, dicastero del Governo della Repubblica
italiana preposto alla tutela della cultura
dello spettacolo , e alla conservazione del patrimonio artistico e
culturale e del paesaggio. Perché non aggiungere qualcos’altro
per esempio la difesa delle pelli, del
cibo, la ristorazione, lo svago, la conversazione, il sesso ? E’ il gioco consueto della cultura di massa
che fanno i politici nostrani. Per eludere la complessità, le differenziazioni
si mette tutto insieme in un calderone, in una brodaglia indistinta. Tutto deve
essere ridotto a banalità,
nell’indistinto, nel vuoto delle
apparenze come aveva scritto il sociologo Michel Maffesoli nel 1990.
Queste generalizzazioni corrispondono anch’esse
alla pelle delle parole, del corpo, ad uno schema ideologico tragico che si traduce in semplici procedure di
gestione, di contabilità e persino di moralità. Penso invece che le richieste pur legittime che si sono fatte in questo periodo di
emergenza pandemica dovranno costituire
la base di una trattativa con il Ministero anche per il futuro. Gli interventi
nel settore delle arti visive non possono concludersi con provvedimenti
generici come l’Art Bonus esteso anche a
cori, concerti, circhi e spettacoli viaggianti o l’estensione dei 600 euro per i lavoratori dello
spettacolo e il fondo alla cultura. Tali interventi
non risolvono il problema specifico dello stato dell’arte in Italia e della crisi
che lo attanaglia, dalle Gallerie ai Musei dell’arte contemporanea, agli
artisti e agli editori. Occorre, dunque, un modo nuovo di intendere il sistema delle
arti visive in Italia e di farlo ripartire in una logica internazionale.
L’Italia continua comunque
ad andar fiera del Rinascimento, dei
musei , dei suoi patrimoni paesaggistici, dei suoi artisti, peccato che non fa niente per loro, per la cultura visiva del contemporaneo e per
la stessa natura. E’ vero gli artisti sono la catena più debole del sistema
dell’arte ma è anche vero che sono sempre loro che per prima aprono un
sentiero, uno spazio, nonostante tutto il loro narcisismo, la povertà, la pandemia, il centro solitario di un cerchio di
solitudine
Un’opera d’arte, un quadro con i suoi oggetti pieni di
segreti, una performance sono li come
l’apocalisse, come se realizzassero i pensieri notturni e poiché nella loro uniformità e illimitatezza non hanno per sfondo che la cornice o lo stesso
gesto dell’accadere chi
guarda ha l’impressione che gli siano state recise le palpebre.
Nondimeno l’artista anche con le sue contraddizioni, ha indubbiamente aperto
una strada.
Ciò che l’arte, anche
quella chiamata contemporanea, comunica
nel proprio orizzonte è l’unità di uomo e lontananza, il ritorno del sensibile
nell’intelligibile, del molteplice nella singolarità. Questo ritorno nell’ovunque possibile è terra del desiderio
ed è per questo che l’arte deve vivere.
Per il resto le
Gallerie riapriranno dal 18 maggio con gli orari consueti e tutto sarà come prima oppure meglio di prima. Almeno lo si spera.
Immagini
1 Ritratto di Francesco Correggia
2 Francesco Correggia Covid -19 , collage su cartone, 2020
3 Vito Acconci, Installazione scenic design, 2012
4 Franceschini invitato da Fazio
5 Ritratto di Germano Celant
6 Galleria Battaglia durante il Coronavirus