Sunday, January 17, 2021
Del come vivere
Del come vivere
Di che cosa abbiamo bisogno per riuscire a conservare il dominio di noi stessi di fronte agli eventi che possono accaderci? Abbiamo bisogno di discorsi veri e razionali rispondono gli antichi. Sono questi discorsi che ci permettono di affrontare il reale e di vivere una vita saggia, equilibrata e rispettosa del pianeta che abitiamo.
A tale proposito si pongono tre questioni: la questione del modo di esistenza di tali discorsi veri, della loro natura, la questione dei metodi di tale appropriazione, l’importanza dell’ascolto, l’importanza della scrittura e delle pratiche ascetiche legate alla reminiscenza, alla rinuncia, allo sguardo verso se stessi, alla cura dell’anima. Si tratta di una pratica di sé, di una pratica interiore che comporta dei veri esercizi spiritali. Essa ha il significato di un’ingiunzione, e precisamente un’ingiunzione che ha valore in relazione all’intero svolgimento dell’esistenza.
La pratica di sé come sostiene Foucault nel suo corso: L’ermeneutica del soggetto, si identifica e deve far corpo, ormai, con la stessa arte di vivere. Arte di vivere e arte di se stessi, si identificano, sono diventate la stessa cosa. Per raggiungere un’interiorità che sappia guardare il mondo e comprendere il discorso vero occorre un rovesciamento, un ribaltamento da ciò che ci sembra essere la realtà, verso se stessi per poi arrestarvisi, immobili, definitivamente.
Occorre guardare dentro se stessi, distogliersi da tutto ciò che è esterno a sé per poi rivolgersi di nuovo all’esterno e guardare il mondo, saperlo guardare, interrogare. Ci avviciniamo così alla nozione di conversione. Una conversione del sé che si rivolge alla natura del nostro essere, a qualcosa che ci connette all’altro e al divino.
Quel che c’è di grande in tale conversione è avere la propria anima, come diceva Seneca, a fil di labbra e pronta ad andarsene. Si potrà pervenire al sé, solo percorrendo quel grande ciclo del mondo che è conoscenza della natura e della totalità del mondo, ma che sappia anche rinunciare alla vita, pur amandola. La stessa vecchiaia per l’urgere di questo cammino è sibi vacare come diceva Seneca, il che vuol dire volgere il proprio sguardo verso la contemplazione di sé, nel movimento stesso della fuga del tempo. Il che ha a che fare con le grandi domande sull’esistenza; domande che l’epoca in cui viviamo ha cancellato. Domande sul come vivere, che valore dare alla vita, cosa accade nell’aldilà, esiste un “oltre” altro da qui?
Per raggiunger la pienezza del sé occorre, come scrive Seneca nelle sue lettere a Lucillo, essere virtuosi e vincere i propri vizi e non avere paura della morte. Significa essere liberi dalla servitù delle cose inutili, che non hanno senso per il nostro vivere in sintonia con la natura, con il tutto. Ma in che cosa consiste questa pratica del sé, questa conversione di se stessi verso il tutto della natura ?
Così dice Foucault nel corso L’ermeneutica del linguaggio tenuto al College de France: La forma iniziale all’ascesi è concepita come soggettivazione del discorso vero nel fare propria la verità ovvero nel diventare soggetto d’enunciazione del discorso vero. A essere al contempo il primo momento, la prima tappa, ma anche il supporto permanente di tale ascesa, intesa come soggettivazione del discorso vero, saranno tutte le tecniche e tutte le pratiche che riguardano l’ascolto, che riguardano la lettura e la scrittura e il fatto di parlare. Ascoltare , sapere ascoltare come si deve, leggere e scrivere come si deve e inoltre parlare come si deve, è tutto questo a costituire, come tecnica del discorso vero quello che sarà il supporto permanente della pratica ascetica. In primo luogo l’ascolto come pratica di ascesi, in secondo luogo la lettura e la scrittura, in terzo luogo infine la parola.
Questa conversione può essere intesa come un viaggio che porta a riconsiderare la ricchezza dell’esistenza non più come servitù ad un sapere che induce a portarci lontano dal vero discorso ma come ricchezza interiore, salvezza, transizione. Non si tratta di trovare una verità nel soggetto, né di fare dell’anima il luogo in cui per un‘affinità d’essenza o per origine la verità dovrebbe risiedere, e neppure di fare dell’anima l’oggetto di un discorso vero. Il problema è, al contrario, quello di armare il soggetto di una verità che in precedenza questi non conosceva e che non risiedeva in lui; il problema è fare di una verità che è stata appresa, memorizzata e progressivamente applicata, un quasi oggetto che regna indelebilmente in noi.
Tra gli esercizi che gli antichi consideravano necessari per la pienezza del sé oltre a quello celebre della “meletè thanàtou” (meditazione o piuttosto esercizio della morte) e che sono ancora ora di grande attualità, vale la pena ricordare quelli di Epitteto nelle diatribe. Oltre all’esercizio sulla “meditatio” ed “excercitatio”, penso soprattutto a quello che potremmo definire “il controllo delle rappresentazioni”. Epitteto esige che, nei confronti delle rappresentazioni che possono emergere all’interno del pensiero, si adotti un atteggiamento di sorveglianza, un atteggiamento di sorveglianza permanente. E’ un esercizio che possiamo benissimo paragonare a ciò che oggi dobbiamo adottare, se vogliamo salvarci e interpretare le immagini che ci attraversano.
In questa dimensione l’artista, soprattutto oggi con la pandemia che sembra non volersi arrestare, la mancanza di una morale civile e l’intangibilità dei corpi che non si toccano più, può ritrovare le vere ragioni del suo fare. L’artista si ricongiunge ad un’etica che diventa l’essenza stessa dell’arte contemporanea, la quale corrisponde a quella dell’estetica dell’esistenza. La virtù dell’esistenza, così diventa anche la virtù dell’arte che non è tecnica o applicazione, ma svelamento delle immagini, del loro potere di seduzione e al contempo pratica concettuale.
Se il cammino dell’arte contemporanea è qualcosa che ha a che fare con la vita stessa, con ciò che accade e non è solo universo rappresentazionale, allora le pratiche del sé, dell’uscita dal sé, il discorso vero, assumono un ruolo di primo piano per l’artista. E’ solo in questo modo che possiamo comprendere il versante etico dell’arte contemporanea. L’arte, in quanto rigeneratrice di senso, riprende un ruolo di svelamento e di interpretazione della natura delle immagini, una dimensione edificante, non solo con esse, ma anche con gli stessi modi del pensare, della meditazione intorno al Mondo e intorno alle pratiche del soggetto. L’arte contemporanea, anche se non è del tutto compresa, ci esercita ad una conversione dello sguardo, ad un modo di essere nel reale che possiamo considerare ascetico ed etico. Si tratta ancora di più di una pratica del sé che consiste proprio nel discorso vero sulle immagini e di conseguenza anche sull’arte e del come vivere bene..
immagini
1 Francesco Correggia
2 Adrian Piper
3 Ritratto di Michel Foucault
4 Twombly, leda e il cigno
5 Ozu Sotia di erbe fluttuanti
6 Il tuffatore di Paestum
7 J. Baldessari Beethoven's Trumpet (With Ear), 2007
8 Erik Dietman, wandhaff, 2017
9 Busto di Seneca
10 Marcel Broodthaers, Pense-Bête (Reminder), 1966
11 Vito Acconci multi bed 1992
12 Francesco Correggia, udire l'indicibile, 2010
Saturday, December 12, 2020
Manuale della solitudine
Quando si sta soli non è proprio la solitudine che affligge, il fatto che essa sia irrisolvibile ma la consapevolezze che tutte le cose che hanno a che fare con la vita quotidiana siano come rallentate. Ogni accadimento diventa un macigno, sembra irrisolvibile. Ogni telefonata, notizia, cambiamento di programma diventa un problema , una specie di questione insuperabile. La solitudine ottenebra le energie, questo lo si sa. Ciò che non sappiamo e che non riusciamo a comprendere è l’energia oscura che dalla solitudine si sprigiona . Quella che ci riporta indietro che ci fa essere nel silenzio, nel vuoto. Ogni cosa può sembrare un enigma da risolvere, una nube incerta, un abisso insormontabile.
I piccoli incidenti, le variazioni esistenziali, i dissapori, diventano bestie feroci. Ci si ferma sulle piccole cose e si rimane fermi, senza trovare una via d’uscita. E’ terribile soprattutto quando neppure la lettura, l’arte, la musica ti vengono in soccorso. Bisogna fare uno sforzo enorme per gettarsi fra le braccia della poesia, della letteratura e dell’arte per potersi salvare. Molte volte capita che non basta neppure quello.
Rimane poco e il tempo sembra annullarsi. Non ce ne importa molto. Viaggiamo secondo ritmi non convenzionali dove non c’è progressione, passaggio, futuro ma quel che è peggio non c’è presente. Il tempo dell’istantanea, dell’immediato si è eclissato. Siamo nel deserto, alla ricerca di una qualche forma di vita con cui poter conversare, scambiare esperienze, solitudini. Siamo al capolinea là dove la depressione s’insinua feroce e la solitudine si trasforma in malattia. Tocchiamo il fondo quando cominciamo a pensare che tutto è contro di noi, che ogni persona è un avversario che il mondo e la stessa vita tramano contro di noi. Forse è lo stesso Dio che vuole umiliarci così come ha fatto con Giobbe. Vuole che tu stia solo, vuole che tu non abbia scampo e neppure speranza.
Il limite lo si raggiunge quando si è vecchi. Sarebbe più opportuno dire quando gli altri ti fanno sentire un vecchio anche se hai ancora tante energie, anche se sai che puoi dare tanto e dire tanto. Qui la solitudine diventa mostruosa. I media, le reti, i social sono ancora più terribili; sono essi che pronunciano la tua condanna e soprattutto il tuo isolamento.
Si salvano solo quei vegliardi che appaiono in televisione o sulle reti sociali. Sono loro a rimarcare, senza dubitare un istante, che sono gli altri ad esserlo, che bisogna stare attenti, che il problema è il vostro. La lista degli anziani morti per il Covid viene esposta come una specie di bandiera. I depressi fra i cosiddetti vecchi aumentano e per questi non si trova un vaccino. Mentre i giovani li si fa sentire dei quasi immortali, Non ci si rende conto che siamo tutti mortali e la solitudine così come la morte, prende tutti, giovani e vecchi. anche se in modi differenti.
Bisogna allora accettarla la solitudine, più la si combatte più la si favorisce. Occorre dunque saperla trasformare in energia positiva. Dalla materia oscura a quella dell’universo visibile. Bisogna portare luce alla propria solitudine, avvicinarla a quella degli altri, senza abbandonarla, senza perderla o superarla, ma coltivarla come un bene prezioso, svelarla, levarla dalla nicchia dove è racchiusa e portarla a essere energia svelante, cangiante, portatrice di bene.
Si è soli davanti al potere, davanti alla corruzione, davanti alla politica, davanti ai soprusi, si è soli non perché nessuno ti aiuta o perché c’è il virus o siamo diventati vecchi ma perché c’è indifferenza verso gli altri, se stessi e il pianeta. A volte non sappiamo di essere soli. Pensiamo di poterla superare questa solitudine con gli amici, con il sesso, con il gioco con il divertimento, i riti sociali, ma non è così che si supera ciò che ci accompagna da sempre.
Proviamo invece a immaginare la solitudine in maniera differente. Leviamola dal sepolcro poetico a cui è confinata. Proviamo a immaginare che essa possa essere quella luce che ci rende fratelli; quella luce che improvvisamente fa sì che la morte sia ora dischiusa come un dono e non solo come una certezza della nostra vita giunta al termine. Immaginiamo di viaggiare nel cosmo, di frequentare le vette dell’intangibile, di raggiungere terre lontane, di non avere più corpo, né respiro, né tempo. E’ questo il segreto della vecchiaia, che gli altri non possono conoscere. E’ questa la rivincita dell’essere vecchi: la vera solitudine che si fa beffe della morte.
Neppure l’arte saprebbe fare di meglio.
Immagini:
1- Caspar David Friedrich, donna alla finestra 1822
2 - Sara Stolfa, ritratto di Monica Pace, 2012
3 - Edgar Degas, l’assenzio, 1875,
4 - David Hopper, Excursion into Philosophy, 1959
5 - Tina Modotti, in Roy Clements’ The Tiger’s Coat, 1920
6 - Alberto-Sughi, la-finestra sul mare1995
7 - August Sander, Befunky, collage, particolare, ca 1930
8 - Ellsworth Kelly, accanto ad una sua opera, 1999
9 - Francesco Correggia, Remove, 2018
Sunday, November 15, 2020
Le cifre della pandemia sembrano aumentare. Sono tanti i contagi e il numero dei morti è sempre più preoccupante. Orami sono diversi mesi che camminiamo, incontriamo gli altri con la mascherina. Ci aggiriamo a distanza dalle persone sempre più sospettosi e incerti. Il Covid 19 viaggia a ritmi inaspettati e folli, i media hanno peggiorato la situazione incrementando la paura. Un’ondata di terrore sembra prevalere su tutto anche sullo sguardo. Il nostro volto è parzialmente coperto, si mostrano solo gli occhi. Gli esseri umani hanno avuto in dote gli occhi con cui guardiamo il mondo, lo osserviamo, lo valutiamo, e guardiamo anche gli altri. Ora sono loro a prevalere sul resto del viso
Gli antichi dicevano che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Questa pandemia ha perfino impedito agli esseri umani di guardarsi. Se c’è qualcosa che è rimasto, nel momento in cui non possiamo avvicinarci ai corpi, stringerci in un abbraccio è la bellezza dello sguardo, la sua inafferrabilità ma al contempo la sua profondità. Avremmo modo di guardarci, almeno in questo terribile momento, di dirci ancora qualcosa con i nostri occhi che sono, non solo l’espressione di un volto, ma la stessa parola umana. Eppure anche lo sguardo sembra sottrarsi. Nessuno si rivolge all’altro con lo sguardo, parla con gli occhi, esprime solidarietà, piacere, dispiacere, curiosità.
In questi giorni ho provato a incrociare lo sguardo delle donne che incontro durante le mie passeggiate, al supermercato, o in libreria. Nella mia vita orami quasi monastica, vivo in solitudine, circondato dai miei libri, così mi rilassa molto osservarle cercare di capire quali sono i loro interessi, le loro emozioni. Guardo non più i loro corpi, come sono fatte, le loro gambe,, i fianchi, i seni, le fattezze del viso, ma i loro occhi. Da qui cerco di capire tutto il resto. Ma rimango sempre deluso. Esse sfuggono allo sguardo, ne hanno paura. Immergersi nello sguardo di una donna è come risalire al suo fondo, è come svelare un mondo, cercare il senso dell’essere, quella verità che sempre si sottrae. Come farglielo capire? D’altronde lo stesso si può dire per gli uomini.
La bellezza è interiore e lo sguardo la svela e al contempo la nega. Nello sguardo e negli occhi di una donna s’intravede il nichilismo occidentale, il terrore di un vero incontro, la paura abissale di avere a che fare con l’essere, con la sua verità, con gli enti che sono la sua apparente manifestazione e con le cose del mondo che abitiamo. Nell’estrema povertà della nostra epoca dove gli enti precedono e l’essere si trattiene nella su assenza si rivela un nuovo inizio che lo sguardo può annunciare. Forse l’inizio dell’essere che si apre. M non lo sappiamo, chiusi nei nostri corpi, continuiamo a non guardare, a non incrociare veramente lo sguardo dell’altro.
C’è una fenomenologia dello sguardo che porta a differenze di modi di guardare, a differenze sottili ma potenti. C’è lo sguardo sorridente, aperto e ironico, lo sguardo seducente dove ogni movimento delle palpebre mima l’amore, c’è quello tenebroso, quello vuoto, quello virtuoso, quello interiore, e ancora di più quello perso che va al di la della persona che si guarda; c’è lo sguardo che vibra, pronuncia, palpa e c’è quello che vuole ignorare, che non sa di poter guardare, che non sa fermarsi sulle cose. In tutti questi modi e altri ce ne sarebbero, tanti quanti sono i nostri sentimenti, sono gli occhi a dominare la scena a infondere di vita il corpo, così come fa la nostra bocca con il respiro.
Anche nel sesso è così. Ci facciamo trasportare dalla bellezza del corpo, dalle forme del nostro partner, ma anche mentre facciamo l’amore, evitiamo di guardare i suoi occhi. L’amplesso diventa una gioia del corpo, dove paradossalmente sono gli occhi a essere esclusi, guardiamo e amiamo quel corpo ma non la porta che ci conduce all’antico tremore, all’anima dell’amata o dell’amato. Sarebbe infinitamente bello, istruttivo, essenziale fare l’amore solo guardandosi negli occhi e godere con gli occhi. Eppure questa specie di possibilità che la pandemia sembra offrire, pur nella sua sconvolgente terribilità, ci sfugge.
Potremmo superare le barriere del corpo, dell’età, delle convenzioni sociali e dei pregiudizi guardandoci negli occhi, ma non lo facciamo. Non guardiamo gli occhi di chi ci sta di fronte, come se avessimo paura, come se dovessimo mentire perfino a noi stessi prima che nasconderci all’altro. Arretriamo, siamo timorosi e questo si può capire, ma non lasciamo alcuna possibilità di svelare quell’essenza che noi stessi siamo, di aprire la soglia dell’essere, di aprirci a un rapporto.
Gli occhi di una donna in questa nascondimento del volto a cui la mascherina ci obbliga potrebbero essere l’apertura all’amore, alla donazione, alla vera bellezza, ma anche al desiderio di incontrare l’altro in quella dimensione dell’eternità che sembra sfuggirci sempre di più, anche ora che non possiamo toccare, possedere, accarezzare quel volto, quel corpo. Invece guardiamo davanti a noi come si fa con uno schermo televisivo. Oppure, ancora peggio, osserviamo con gli occhi quasi assenti ma sedotti dalla luce di quel piccolo arnese tecnologico il piccolo schermo del nostro cellulare cercando quella bellezza che certo non può trovarsi lì. Non guardiamo e comunichiamo davvero ma siamo solo rimandati a noi stessi.
Guardiamo l’oscenità delle immagini belle, colorate ricche di trucchi, i riti di una seduzione irreggimentata che non sa proporre cultura e vera bellezza. Quel che continuiamo a ignorare è che non sappiamo che cosa sia uno sguardo o forse non sappiamo più guardare. E’ una condizione infelice, ma se ne può uscire con gli occhi dell’arte, basta volerlo. C’è lo sguardo interrogante del corpo dell’arte che ci guarda, e che noi non riusciamo a incrociare, a guardare, neppure a sfiorare con gli occhi e leggere le sue pagine, quelle del tempo che scorre.
Forse c’è ancora una qualche possibilità. Uno dei frammenti di Eraclito a proposito del tempo suona così: Non si può discendere due volte nel medesimo fiume non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va.
Immagini:
1 - Lo sguardo di Francesco Correggia
2 - Antonello da Messina, l’annunciata di Palermo, 1475
3 - Gustave Coubet, uomo disperato, 1845
4 - Shaun Downey, lo sguardo fuori dalla finestra 2016
5 - Malcolm T. Liepke, the kiss, 2017
6 - Giuseppe Penone, rovesciare I propri occhi, 1970
7 - Lo sguardo di Jenny Holzer
8 - John Curry, The penitent, 1998
9 – Lo sguardo della Fornarina di Raffello, 1520 ca.
10 - Lo sguardo di Hegel
11 - Lo sguardo di Francesco a 16 anni
Saturday, November 7, 2020
Ritornano i provvedimenti per il Covid 19 che abbiamo già vissuto a Marzo anche se questa volta sembrano parziali e diversificati da Regione a Regione. Il nuovo DCPM prevede la chiusura delle attività commerciali, ristoranti, palestre, scuole, Musei e mostre, blocco del traffico e della circolazione dopo le 22. C’è incertezza. Sembra prevalere lo scoramento e anche in alcuni casi la sfiducia sui provvedimenti adottati. E’ difficile saper rinunciare a quello che fino a qualche mese fa veniva considerato un bene prezioso, la libertà personale, potersi spostare senza confini, celebrare i riti del consumismo. Non riusciamo a comprendere che ora si tratta di cambiare modelli di vita, oltre a quelli della produzione e dei consumi.
La pandemia si intreccia con l’emergenza climatica, con il ritorno del terrorismo islamico, la povertà e l’immigrazione. Le disparità generazionali sembrano aumentate mentre l’ottusità spettacolare, pubblicitaria delle reti televisive non fa altro che rimanere identica a se stessa. Si chiudono di nuovo i Musei, le gallerie e la cultura, ancora una volta, diventa una parola vuota a cui tutti sembrano richiamarsi a gran voce e che invece è trascinata nel vortice del consenso, del clamore, della distruzione delle conoscenze, di una comunicazione mercificata e livellata.
Com’è potuto accadere tutto ciò? Sembra che solo un vaccino ci possa salvare. Ma anche qui i ritardi sono molti e poi ciò non ci salverà dalle prossime ondate di virus a cui questo pianeta è destinato se non cambiamo le nostre abitudini, i modelli mentali e comportamentali, il sistema dei valori e la stessa idea di bellezza a cui in questo paese spesso ci si richiama.
Prendersi cura del pianeta vuol dire prendersi cura di sé, del proprio esserci nel mondo. L’esserci non è semplicemente essere in presenza e non è che l’uomo sia, e oltre a ciò abbia un rapporto col mondo occasionale e arbitrario. All’esserci come scrive Heidegger in Essere e Tempo appartiene in linea essenziale l’essere-nel-mondo, il suo modo di essere in rapporto al mondo è essenzialmente prendersi cura. Cura di che cosa? Senza qui addentrarci nell’analitica esistenziale heideggeriana, vogliamo solo dire che aver cura di sé vuol dire avere cura del mondo e dell’autenticità dell’essere; è assunzione di una relazione con il pianeta che abitiamo, con questo orizzonte di relazioni che implica una metodica, un esercizio delle virtù che sappia indicare un nuovo inizio, una corrispondenza tra virtù e valori, anima e mondo, una specie di teodicea dei valori fondamentali.
Ora è anche vero che il mondo, questo in-essere nel mondo sembra sia sparito, ovvero non c’è più un mondo, ma è anche vero che occorre una svolta del pensiero, un inizio che sappia sostituire alla parola mondo la parola pianeta. Se l’essere non ha più il mondo come orizzonte, esso è ora diventato un concetto che ci riguarda ancora più da vicino e che ha a che fare con l’abitabilità del pianeta, il suo equilibrio, la sua stessa sopravvivenza, la sostenibilità. il che deve avere la priorità sugli enti e su tutte le cose. Se dobbiamo ricostruire una gerarchia dei valori dobbiamo proprio partire da questo nuovo inizio: la cura del sé e del pianeta da cui si generano gli altri valori. L’intreccio fra esistenza e valori, sviluppo sostenibile e sistemi naturali non è solo costituito dalla tradizione, da un’antropologia o da una biologia ma da un’ontologia dell’essere, una coscienza della vita e del sistema terra, dalla stessa possibilità di una relazione.
La mancanza di mondo non è solo la sua sparizione ma è anche ciò che non ci rende consapevoli del rapporto esemplare dell’anima con il mondo, che non ci fa abitare questo pianeta, di vivere in esso e con esso in maniera rispettosa e responsabile. Noi non abbiamo il pianeta con noi e in noi, ma lo abbiamo messo a disposizione della tecnica. Non siamo nel mondo, così come avrebbe detto Heidegger, non ne abbiamo un’esperienza esistenziale ma siamo nell’epoca dell’immagine del mondo, in un immagine tecnica del mondo. Siamo cioè sotto il dominio della tecnica e al contempo viviamo nell’epoca della visione tecnica del mondo in immagine. Anche la bellezza è sottoposta al dominio della tecnica. Essa è sempre più sottoposta alle tecniche di elaborazione dell’immagine, non ha più carne, sostanza ma solo pixel. Apparentemente tutto ciò non ha niente a che vedere con la pandemia e tutto il resto. Invece no, vi ha a che fare. Vediamo come.
L’aver cura del pianeta significa avere cura del sé che, in primis, significa aver cura della propria coscienza, della nostra anima, del sistema terra. Cambiare vuol dire saper riconoscere la vera bellezza che è esercizio delle virtù, è interiorità, è distinzione del bene dal male. Riconoscere non è poi conoscere ex novo ma ri-guardare la storia, trarne un insegnamento. Quel che abbiamo perso è l’anima del mondo che è la nostra di anima. L’espansione tecnologica invece ha invaso tutta la natura riducendo le zone di confine, gli spazi, gli equilibri, i boschi, l’aria che respiriamo, lo stesso confine fra uomo e animale. Quando i sistemi produttivi sono in rotta di collisione con la natura dobbiamo ritrovare una dignità umana, una nuova rotta del pensiero, non andare oltre i confini ambientali, vuol dire che abbiamo superato quei limiti e li abbiamo sconvolti.
Il Covid 19 non è solo un Virus da sconfiggere ma è l’esempio di ciò che accade quando l’uomo è esposto al disastro ambientale che lui stesso ha alimentato, ad un’economia selvaggia e globale che non sa distinguere se non in nome del denaro. Dovremmo ripartire dall’esserci ma soprattutto dalla nostra coscienza individuale e relazionale, Essere nella relazione non vuol dire conquistare sempre più nuovi spazi, acquistare beni che non servono a niente, non vuol dire che l’uomo deve avere il suo mondo-ambiente quando questo avere è indeterminato. L’avere è sempre fondato nella costituzione essenziale dell’in-essere. In-essere è anche sapere ascoltare ciò che ci fa di nuovo essere nel mondo, prendersi cura dell’essere. Dal pianeta al mondo e viceversa. Non da un vivente all’altro ma da una distinzione all’altra, da un ambiente all’altro in uno sviluppo sostenibile, integrato co i sistemi naturali.
Quando questo equilibrio fra un luogo e l’altro, fra natura e cultura, scienza della vita e la terra viene meno, allora la natura apre i suoi nidi nascosti e invisibili di virus letali. Il prendersi cura non è solo cura dell’ambiente, dei luoghi che abitiamo bensì anche quella rispetto all’immagine che ne abbiamo, della cultura visiva ed estetica. La bellezza non può essere solo immagine tecnica del consumo e dello sperpero che dilagano nei canali pubblicitari, nell’uso dei social, ma spirito, virtù che abita il mondo e l’arte, in questo senso, è apertura di un nuovo inizio dell’esserci. Significa saper vivere nel senso di un’umanità non corrotta i cui equilibri con i sistemi naturali sono la vera sfida. Se lo dimentichiamo vuol dire che da questa pandemia non abbiamo appreso niente se non il reiterare gli stessi slogan di prima.
Occorre, dunque, rivedere anche il modo con cui intendiamo la cultura e la bellezza, il sistema dei valori,. Se c’è qualcosa che questa pandemia ci lascia e su cui val la pena riflettere è la domanda fondamentale su quali valori possa oggi costituirsi una nuova dignità umana e se oggi sia possibile impegnarsi e costruire il futuro. O forse sarebbe meglio domandarsi se i valori, così come li abbiamo ereditati dalla cultura occidentale, esistano ancora o se debbano esistere.
Immagini:
1- Francesco Correggia
2 - Claude Ratault, 505 lettre au docteur barnes , 2010
3 - Pierre Buraglio, Rue Primo Levi, 2019
4 - Hossein Golba, senza titolo, collezione Camusac, Cassino, 2002
5 – Noel Dolla, senza titolo, 1998
6 - Sarah Stolfa, The regular david scott smith, 2018
7 - Marc Devade, Nel mezzo, 1979
8 - Daniel Dezeuze, Vanités, wood, 2013
9 - Barnett Newman, Guggenheim Museum, 1966
10 - Sol LeWitt, Cubo, collezione Camusac, Cassino, 1994
11 - Francesco Correggia, emergenza Covid 19, 2020
Saturday, October 17, 2020
Storie mai raccontate
Marginalia
Nel proliferare della comunicazione in rete, sui social, nei media televisivi molte sono le storie non dette, accadimenti veri che sono stati quasi occultati, tenuti nascosti. Una di queste storie che qui vogliamo narrare è la storia di un gruppo di giovani artisti calabresi che negli anni settanta si sono distinti con le loro operazioni e azioni nel panorama di quel tempo dell’arte contemporanea. Negli anni settanta in Calabria non c’erano strutture permanenti per l’arte contemporanea né tanto meno Gallerie, o spazi espositivi di un certo rilievo. Non esisteva una cultura dell’arte moderna e contemporanea. Furono istituite invece per volontà politica due Accademie di Belle Arti; una a Reggio Calabria e un’altra a Catanzaro. Fu proprio all’Accademia di Catanzaro che nel 1975 s’incontrarono un gruppo di giovani che ebbero modo di discutere e confrontarsi sulle teorie dell’arte e soprattutto sul senso del fare arte nel sud. Tra Cosenza e Catanzaro nacque un laboratorio d’idee che fu anche un tentativo di misurarsi con le problematiche del territorio e mi riferisco soprattutto alla questione meridionale, al rapporto con il pubblico e le problematiche sociali. Ciò che interessava era indagare sui bisogni e le domande degli abitanti dei paesi, dei piccoli centri rurali emarginati, la loro vita reale, le persone, i contadini, con chi non aveva avuto alcuna occasione per esprimere le proprie idee, dialogare con loro, confrontarsi, sapere.
La finalità era di far prendere coscienza non solo delle problematiche dell’arte che per quei giovani erano anche quelle sociali, antropologiche ed economiche ma di aprire una discussione sui temi caldi di quel periodo: l’ambiente, i bisogni, le aspettative, la politica e i desideri, l’arte. D’altra parte iniziò anche un’esperienza di rapporti e di dialogo con le stesse Istituzioni pubbliche, Comuni, Provincie e Regione. Le nuove esigenze culturali richiedevano un impegno sociale e artistico continuo e senza reticenze. Per quei giovani si usciva dall’abbandono e dalle mafie locali con la cultura attraverso la creazione di spazi pubblici per l’arte contemporanea (musei, fondazioni e strutture miste fra archeologia, paesaggio, territorio e arte). Fu proprio da queste spinte che nacquero successivamente a Catanzaro spazi sull’arte contemporanea come il parco Archeologico della Roccelletta, il Marca, il Polo espositivo di San Giovanni, il Maon a Cosenza.
In questo contesto si deve collocare il rapporto degli artisti che operavano sul territorio con la critica che allora era chiamata militante. Tale rapporto ad ogni modo non era mai di sudditanza bensì di confronto aperto sulle questioni in atto che riguardavano soprattutto il ruolo dell’artista e il senso del fare arte e la sua dimensione ontologica. Nel 1976 nasce pagine 76 una rivista teorica di critica e riflessione sull’arte e i suoi aspetti antropologici e sociali. Fondata da Giuseppe Attivissimo e Francesco Correggia la rivista esplorava i nuovi territori della rappresentazione, visiva ed estetica con particolare riferimento alla semiotica e al segno. Nel 1977 Correggia, Attivissimo e Pancari furono invitati, a Napoli da Filiberto Menna all’Università popolare per una Performance dal titolo Segno, Territorio, Avanguardia.
E’ dell’anno 1979 la mostra dal titolo: Della pittura il margine con testi teorici di Francesco Correggia e Luigi Magli. L’esposizione si tenne a Catanzaro con la collaborazione dell’Accademia, il cui Direttore era Carmine Di Ruggiero, astrattista di rilievo dell’arte astratta italiana, nelle sale del Circolo Unione, Palazzo Fazzari, sede per lo più di mostre di figurazione. Oltre ai due artisti che avevano redatto il testo manifesto, l’esposizione vedeva la presenza di Francesca Alfano Miglietti, Rocco Pangaro, Paolo Pancari, Giovanni Vatrella. Già a partire da questa mostra si teorizzavano e s’indicavano le linee programmatiche e i contenuti di Marginalia in una dimensione problematica di un nuovo agire dell’arte che aveva come questione centrale la questione dei fondamenti e il pensiero filosofico sull’arte.
Si trattava di una nota a piè pagina ancora densa di possibilità e di dinamiche inesplorate. Questa era la premessa di Marginalia. Nel 1979 seguì la mostra Pittura Nuova Calabria a Napoli presso la Galleria Ellisse. Vi esposero Magli, Correggia, Pangaro, Pancari, Vatrella che costituivano il nucleo iniziale di Marginalia. Nel 1980 gli stessi artisti pubblicarono: Manifesto numero due con il quale, invece della solita mostra nelle sale della provincia di Catanzaro, s’indicavano e si esponevano gli intenti del gruppo denunciando l’assenza delle Istituzione pubbliche sull’arte contemporanea e la mancanza di strutture Istituzionali adeguate per promuoverla. La sala dove si sarebbe dovuto inaugurare la mostra rimase vuota con le pareti bianche. Fu esposto all’ingresso solo il manifesto e distribuito un ciclostile. Le polemiche divamparono. Nello stesso anno 1980 si tenne Marginalia una mostra sul rapporto Luogo/opera l’opera/luogo sempre con Correggia, Magli, Pangaro, Pancari, Vatrella. L’iniziativa comprendeva una mostra e un dibattito pubblico su Operatori visivi ed Enti pubblici Interazione, e/o autogestione? Parteciparono all’incontro artisti, studiosi di antropologia e operatori culturali. In questo contesto si volevano mettere a fuoco le problematiche e le situazioni affrontate già da tempo dal gruppo. Fu il momento di un agire poetico e politico, visivo e culturale che partiva dal territorio e dai margini del sistema dell’arte per espandersi senza confini. La scelta fu quella di operare non solo al margine di una pagina già scritta ma di rovesciare il rapporto dell’opera con il luogo. Non più l’opera nel luogo ma il non luogo che diventava luogo, dal luogo all’opera e dall’opera al non luogo. Ruderi, territori abbandonati, pezzi di paesaggio sepolti dall’incuria diventavano così i veri supporti dell’opera anzi erano l’opera. L’intento degli artisti non era quello di operare per avere una visibilità, una riconoscibilità immediata e un successo nel sistema dell’arte che si andava delineando ma piuttosto operare in un varco silenzioso, discreto, senza vincoli e utilitarismi per una riflessione sull’arte profonda e autentica.
Marginalia si tenne presso il Comune di San Lucido nella provincia di Cosenza, dove ancora si stavano svolgendo i lavori di recupero delle sale adibite per il Comune. In quelle stanze e nei lunghi corridoi c’erano ancora gli attrezzi dei muratori e le macerie accatastate negli angoli. Più che una mostra era un inoltrarsi ai bordi dell’arte. Si operava intorno al rapporto del Luogo come spazio originario e l’Opera come processo critico e dialettico del suo farsi, senza altra finalità se non il rapporto con l’origine dell’accadere; opera che poteva solo divenire e mostrarsi nel luogo stesso del suo essere in contatto con lo spazio fisico, come appunto non luogo dell’arte. Dalla fisica alla metafisica e dall’ermeneutica all’arte, l’opera così si trasformava nel luogo stesso dell’accadere. Questo fatto, nuovo per quell’epoca, fu un momento straordinario di risposta all’arte povera vezzeggiata dai critici, all’arte privilegiata dalla comunicazione e dagli spazi istituzionali e privati. Marginalia divenne così un fare poetico senza condizionamenti, un agire trasversale interrogante, la terza via che in quegli anni si poneva come situazione, fra l’Arte povera e la Transavanguardia. La condizione di mancanza dei luoghi tradizionali dell’arte era ribaltata in una situazione non poverista ma filosofica, all’interno del pensiero sull’arte e della critica alla comunicazione di regime. Il comune di San Lucido divenne una specie di punto di riferimento per l’arte contemporanea, grazie anche a Francomà che lavorava negli uffici di quel comune, anche lui pittore, performer e solidale con il gruppo.
San Lucido è un piccolo paese sul mare Tirreno tra Paola e Cetraro, le sue spiagge interrotte da piccole scogliere che s’infilano nel mare sono mete di vacanzieri napoletani e romani. In questo posto come per incanto si ritrovarono artisti, critici, galleristi e antropologi per dibattere sulle cose dell’arte. Per le strade del centro storico in estate si potevano incontrare i Pellegrino che avevano la loro Galleria a Bologna e che erano molto interessati a quegli artisti che provavano ad uscire dall’isolamento senza piangersi addosso. A San Lucido era facile incontrare critici come Filiberto Menna, il giovane Gabriele Perretta, l’antropologo Luigi Lombardi Satriani. Nel 1983 Luigi Magli e Francesco Correggia i teorici e i protagonisti di Marginalia inventarono a Catanzaro uno spazio laboratorio di confronto, di idee e problematiche sull’arte contemporanea chiamato Studio Garage. Lo spazio rigorosamente tutto bianco dal pavimento al soffitto diventò un punto di riferimento per artisti e giovani collezionisti che cominciavano ad avvicinarsi all’arte contemporanea. Tra le mostre di rilievo che ebbero un impatto importante sulla città ricordiamo le mostre di Arnulf Rainer e Marco del Re e quella dedicata agli artisti francesi di Figuration libre, con Robert Combas, Rémi Blanchard, François Boisrond e Hervé Di Rosa. Mostra che si tenne poi a distanza di dieci anni preso la Galleria Marconi a Milano. Né possiamo non tenere presente una serie di incontri, e seminari dal titolo Il corpo dell’arte condotti dallo storico e critico dell’arte Arcangeli Izzo.
Nel 1982 fu coinvolto nel progetto Marginalia Tonino Sicoli che all’epoca scriveva per Paese sera. Ne nacque una collaborazione a tutto campo che ancora dura adesso. Sicoli era l’unico critico calabrese aperto all’arte contemporanea con cui poter lavorare su una linea di ricerca comune. Occorre anche dire che la critica ufficiale non era chiusa nel tempio di una supponente superiorità storica e formale ma si confrontava con gli artisti andando a visitare i loro studi per capire ciò che succedeva appunto al Sud, nella periferia dell’impero. Critici come Enrico Crispolti, Filiberto Menna, Maurizio Calvesi, Carlo Giulio Argan erano molto attenti e sensibili alle problematiche sociali e antropologiche su cui quei giovani operavano, sperimentando itinerari di confronto originali. Era una volontà molto sentita in quel periodo, di un operare in profondità, in una specie di azione etica e di un agire politico. Da una parte c’era la necessità di affrontare questioni comuni sul piano della riflessione estetica ed etica dall’altra vi erano le politiche del recupero, dell’ambiente, del paesaggio, delle periferie, del territorio in una dialettica costante fra arte e politica, marginalità e centralità, contaminazione e territorio. La periferia, considerata marginale rispetto ai processi in corso di un’arte sempre internazionalizzata, poteva giocare un ruolo considerevole nelle dinamiche del mondo dell’arte anche in una condizione post-moderna del sapere così come si andava prefigurando dopo la pubblicazione del celebre libro di Lyotard: La condizione post-moderna. Da questa intesa con Sicoli nacquero situazioni specifiche sul territorio che coinvolgevano paesi del sud abbandonati e privi di motivazioni culturali.
Nel 1983 al Comune di Luzzi provincia di Cosenza si tenne una mostra dal titolo; Dai Margini l’arte con la presenza di G.C. Argan, Renato Barilli, Maurizio Calvesi, Enrico Crispolti, Filiberto Menna. Seguirono interventi sul Territorio al Comune di Cervicati, Maledizione e riscatto al comune di Aprigliano, la mostra L’erranza poetica presso la Congrega di Santa Maria Maggiore al Comune di Taverna, la mostra: La questione post-meridionale a Martirano provincia di Catanzaro, Ricerca artistica e identità culturale fra vecchio e nuovo meridionalismo con Filiberto Menna, Massimo Caccciari, L.M. Lombardi Satriani, Alberto Asor Rosa. Tutte mostre curate da Tonino Sicoli.
Anche se la questione meridionale rimaneva al centro degli interessi, non ci si sentiva più solo meridionali nei comportamenti e nelle logiche dei rapporti fra artista e Istituzioni pubbliche, ma impegnati in un processo di trasformazione, di liberazione sia rispetto alle pratiche desuete dei linguaggi artistici sia rispetto alla riflessione teorica più in generale. A Roma nel 1983 questa condizione dell’artista che operava in territori isolati e ai margini dei potentati economici fu messa in evidenza con una mostra e un dibattito pubblico negli spazi del Centro Di Sarro. La mostra dal titolo I Post-meridionali fu ideata e curata sempre da Tonino Sicoli con Filiberto Menna e Enrico Crispolti. Nel catalogo i testi di Menna e Crispolti testimoniarono la consapevolezza e la dimensione alta di quella situazione. Nel 1984 a Catanzaro nelle sale di Palazzo Galluppi, ex sede storica del Liceo Classico si tenne poi la mostra dal titolo Fall Out, aspetti inediti dell’arte internazionale senza centro e periferia con la quale l’esperienza maturata negli anni ottanta e prima ancora negli anni settanta con Marginalia trovarono una sintesi. Alla mostra collaborarono fra gli altri Frans Haks Direttore del Museo d’arte contemporanea di Groningen, Peter Weiermair Direttore del Kunstverein di Francoforte, la Galleria Grita Insam Vienna, la galleria AK di Francoforte e la Galleria Pellegrino di Bologna.
Fu da queste esperienze maturate in quegli anni che nacquero molto tempo dopo: Intersezioni tra arte e Archeologia nel parco archeologico della Roccelletta a cura di Alberto Fiz, il Maon a Rende diretto da Tonino Sicoli con la collaborazione di Luigi Magli e lo stesso Museo Marca a Catanzaro. Si deve sempre dire con la consapevolezza che la storia sia in qualche modo, al di là di ogni sua interpretazione, portatrice di verità che fu proprio con lo studio Garage e con gli artisti di Marginalia, Luigi Magli e Francesco Correggia in primis che nel 1983 nacque il primo progetto fra arte e Archeologia concepito per la zona archeologica di Scolacium, proprio nello stesso luogo che poi sarebbe diventato Parco archeologico della Roccelletta. Il senso del progetto era l’incontro fra Arte contemporanea e Archeologia, fra gli itinerari del passato ancora da scoprire, il percorso degli scavi e l’intervento degli artisti sul luogo. Il progetto si chiamava Eleusis un passaggio nel contemporaneo.
Il curatore di quel progetto doveva essere Achille Bonito Oliva, il quale arrivò in Calabria per visitare i luoghi e gli spazi e organizzare l’evento riprendendo gli itinerari del celebre libro di Goethe Viaggio in Italia 1786/1788. Ci fu un incontro con l’Assessore alla cultura della provincia di Catanzaro per la sua realizzazione. Purtroppo i tempi non erano maturi e il progetto saltò. Il giovane Architetto, Maurizio Rubino al quale Francesco Correggia insegnava Storia dell’arte moderna e contemporanea e che doveva per quell’evento occuparsi delle installazioni degli artisti divenne Assessore alla Cultura della Provincia di Catanzaro. Fu lui a chiamare Alberto Fiz e a rendere possibile Intersezioni. Fiz divenne anche il curatore del Marca di Catanzaro. Correggia nel 1984 si traferì a Milano come docente all’Accademia di Belle arti di Brera dopo le delusioni e le incomprensioni vissute a Catanzaro.
Non è vero che le situazioni nascono dal caso, improvvisamente e come per incanto dal nulla. Le svolte poi non sono mai decisive se non s’interroga la storia e non ci si ricorda di ciò che è stato. C’è sempre qualcuno o qualcosa che lascia una traccia, un segno, semina un terreno, inizia un’avventura, un percorso. Se bisogna lasciare qualcosa in eredità ai giovani e a chi verrà dopo occorre che i testimoni, finché ci sono, raccontino i fatti accaduti,
riportino documenti, date, teorie e contenuti di quelle tracce e di ciò che è stato.
Immagini:
1 Manifesto: Della pittura il margine
2 Luigi Magli, Pratica astratta di un senso, Installazione ambientale, 1978
3 Correggia, l’impossibilità possibile, Schermografia e scritture, 1978
4 Giovanni Vatrella, senza titolo, 1978
5 Rocco Pangaro, senza titolo, installazione, 1978
6 Esposizione Manifesto N°2 , 1980
7 Paolo Pancari, lellera, San Lucido, 1980
8 Interventi ambientali, Correggia, Magli, Pangaro, Pancari, Vatrella, 1977
9 Convegno Marginalia, sono riconoscibili da sn. verso destra: Vatrella, Iaccarino, Pangaro, Magli, Il sindaco Emanuele Amendola, Correggia, Giulio Palange . 1980
10 Magli, azione, san Lucido 1978
11 Pangaro, part. installazione, San Lucido, 1978
12. Vatrella, senza titolo, 1979
13 Scorcio installazione, Correggia, Marginalia, San Lucido, 1980
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