
Salvare
il pianeta
Sicuramente
il cambiamento climatico ci fa riflettere sulla possibilità di una fine del
genere umano e ci costringe a pensare che il nostro pianeta è un bene, una casa, la nostra casa. Lo
abbiamo sfruttato, considerato un’inesauribile risorsa per i nostri affari, una pattumiera per i nostri sporchi traffici.
Ho già scritto a proposito di questa questione
sul blog Natura e cultura del giornale La
Stampa con un articolo dal titolo, Arte ecologia, denaro nel 2014.
L’articolo è stato ristampato sul blog de La Stampa con
tutte le immagini che avevo selezionato con cura. Ho trovato gli altri miei testi pubblicati sul medesimo blog ma il mio nome era scomparso, occultato, come
se quei testi non li avessi scritti io ma
qualcun altro. Naturalmente la
cosa non solo mi disturba e mi inquieta ma mi costringe ad intervenire e a riflettere sulla mancanza di verità che
circola in rete. Orami il web è diventato anch’esso una pattumiera all’aperto,
una rete di rimandi che circolano in rete senza controllo o alcuna verifica,
tra parole e immagini che negano la verità e a volte addirittura l’occultano.
Ormai è arrivato il momento di intervenire con un apposita normativa a difesa
dei diritti d’autore. Qui vorrei solo tornare
sull’argomento non solo per ribadire
alcuni passaggi del mio testo scritto a suo tempo ma anche per attualizzarne le problematiche e
le sensibilità che l’emergenza climatica
porta con se.
Il
problema dell’inquinamento e del degrado ambientale è ormai da qualche decennio
all’ordine del giorno. La salvezza del pianeta e la questione ecologica si sono
incrociate inevitabilmente. E’ già da
decenni che le problematiche dell’ambiente e del clima sono state poste da
scienziati seri e competenti e artisti come Joseph Beuys con il suo progetto in
difesa dell'uomo e dell'ecologia, le installazioni di Hans Haacke, Michael
Heizer, Robert Smithson, Richard Long, Barry Flanagan, Dennis Oppenheim e la
ricerca più recente di Brandon Ballangée, Marjetica Potrc, Nikola Uzunovski, e
tanti altri.
A
nulla sono bastati i numerosi convegni di scienziati, accademici, pensatori per
fermare la tendenza alla distruzione, fare un passo indietro, invertire la
rotta della ricerca tecnologica verso energie pulite, alternative. Abbiamo continuato
come se niente fosse a immettere nell’atmosfera CO2, sprecando, inquinando, sboscando
e desertificando. Non abbiamo smesso di usare
automobili inquinanti e a servirci
ancora del petrolio, addirittura in qualche caso del carbon fossile. I pochi
esempi di energia pulita sono sembrati antesignani di una produzione costosa e
difficile, fatta solo per ricchi e aziende che hanno fatto della riconversione
industriale il loro marchio distintivo per continuare a fare grandi
guadagni.
Ora
la coscienza mondiale sembra destarsi. La ragazzina svedese che con un candore incredibile
appare in televisione invitando tutti noi a salvare il pianeta nel nome delle
future generazioni, sembra uscita da una loggia del paradiso per parlare a noi
miseri mortali. Essa ci costringe finalmente
a guardare in faccia la realtà, a prendere atto dell’enorme mostruosità che sta
accadendo. Tuttavia non bisogna fidarsi del candore che trasmette la giovane
Greta.
Folle
di giovani e non più giovani senza un’identità politica sono scese in piazza non per una protesta
giovanile qualsiasi, per rivendicare qualcosa, ma per dirci esattamente la
verità su ciò che sta accadendo sotto i
nostri occhi e che ora si presenta con
un cambiamento climatico, sembra, irreversibile. Salviamo il pianeta, questo è
il loro slogan. Questa dichiarazione è come un annuncio irrevocabile, sembra un
imperativo categorico. Un imperativo alto che impone non una scelta, ma una
salvezza, non per noi ma per quelli che verranno dopo di noi, per i nostri
figli, nipoti. Essi ci guardano e ci chiamano alla responsabilità. Parola
abusata e sempre di più maldestramente utilizzata dai nostri governanti.
Questi giovani e non giovani ci dicono
precisamente: l’ora sta per scoccare. In
questa semplice avvertenza e cioè salvate il pianeta adesso ce n’è in fondo
un’altra che suona: nessuno verrà a salvarci, non ci sarà un intervento divino che
interverrà al posto nostro. Siamo noi i responsabili del disastro ambientale e dobbiamo
essere noi gli artefici della salvezza e rinascita del nostro pianeta cioè noi
giovani, la nostra generazione. La colpa ricade su tutti. Si moltiplicano in
rete i richiami a manifestare, a
scendere in piazza giovani e non giovani. Sembrano le marce della pace degli
anno settanta. Ma non è così che si
affronta una questione così delicata.
Per
tornare ai temi ecologici appare sempre
più evidente che esso è un problema intrecciato con altre questioni
altrettanto importanti come l’economia, il denaro e la finanza da una parte e
dall’altra l’immigrazione, i naufragi, le guerre. Le questioni sono così complesse che, da un
punto di vista dei media e della divulgazione televisiva, sembrano confondersi
assumendo un aspetto così generalizzante da farle apparire vaghe, indefinite, esoteriche. Ciò
non fa altro che eludere il problema, l’urgenza di interventi sostanziali che
sono utili per fermare il disastro ambientale, climatico e umano. Tutto si
ferma a livello di una comunicazione globale che nasconde la realtà invece che portarla alla
luce con cambiamenti sostanziali dei nostri stili di vita.
Non bastano le immagini della
fanciulla divina: Greta e qualche talk
show o programma di intrattenimento per creare una nuova sensibilità e
costringere i governi a intervenire, a fare sul serio e così fermare il
disastro incombente. Le parole televisive,
come le immagini restano mute, non hanno alcun senso, appaiono vuote così come
le altre parole e le altre immagini che marcano i nostri atti. Siamo alla
ricerca di parole nuove, che vanno al
cuore del problema, che non siano solo semplici o convenienti ma che ci fanno
realmente pensare altrimenti, cambiando la logica della nostra esistenza, del
linguaggio che usiamo e di conseguenza
ad agire rispettosamente nei
confronti della natura, dell’ambiente, degli altri. Siamo noi che dobbiamo
cambiare. E’ il nostro modo di vivere,
di sprecare, di urlare, sporcare, parlare che deve essere messo in
quarantena. Siamo noi e non altri che dobbiamo sacrificare qualcosa della
nostra vita, rinunciare al lusso, alle mode alla maniera smodata con cui
consumiamo e alimentiamo il disastro. Bisogna
parlare con le parole appropriate e operare una specie di ecologia della
cultura e del linguaggio se vogliamo veramente invertire la rotta del disastro.
Sappiamo bene che non bastano i dibattiti, i
convegni sullo stato del pianeta, i richiami alla responsabilità per cambiare il mondo,
sovvertire abitudini, passioni, stili di vita mentre guerre e desolazioni,
terrorismi, fanatismi e razzismi giganteggiano nel mondo. Non si tratta
soltanto di essere-nella-relazione con
la Vita e la Natura; compiere adeguate connessioni tra le informazioni
provenienti degli svariati campi della conoscenza e dell’esperienza; e
sviluppare di conseguenza una propria Weltanschauung. Qui, al contrario della visione
antropocentrica, è necessario fermare la
mano dell’uomo che contamina la stessa sua
casa e la rende inabitabile.
Bisogna arrestarsi sul bordo dell’abisso non per tornare indietro ma per
gettare un ponte, un progetto che ci porti al di là dei nostri vantaggi
personali.
La
possibilità di un mondo che si rinsalda con la vita del pianeta passa da una
dimensione di pensiero che sappia prendere le distanze dai modi con cui finora
abbiamo sfruttato il pianeta, rovesciando, in buona sostanza, i rapporti di
forza finora consolidati tra il fanatico mercato globalizzato e l’emergere
delle problematiche ambientali. Per
farlo bisogna interrogarsi sul presente, frenare il ritmo delle distruzioni che
si operano nel nome del rendimento, della demografia e della produzione.
Occorre
una cultura virtuosa, nel senso indicato da Vladimir Jankélévitch, che non si avvita su se stessa nel cercare un
contatto con una divinità che ci giustifica dall’errore, ma si alimenta del
dinamismo del colloquio con la seconda persona singolare, con la propria
responsabilità personale senza per questo richiamarsi alla pluralità. La virtù,
scrive Jankélévitch, compone il tutto con
gli umili fatti di cronaca della quotidianità domestica, come l’ape fa il
miele; per esempio, il sincero non conosce grandi e piccole circostanze, ma
semplicemente una problematica giornaliera che esige un sacrificio da ogni
minuto.
Insomma
la virtù dovrebbe essere continua e dinamica e la stessa vita morale è qualcosa
che si ripete tutti i giorni del mese e a tutte le ore del giorno, esigendo una dialettica, una presa e una messa
in discussione del pensiero. Altrimenti essa che morale sarebbe se non quella
di un dilettante che esercita la virtù solo la domenica e nelle manifestazioni e gli altri giorni continua a fare ciò che
faceva prima? La morale dell’io pensante non vuol dire imbarcarsi in una
soggettività che non sa guardare, che non sa svincolarsi dalla staticità del
proprio sé egoico, che non sa essere oggettiva. No, al contrario, è proprio
questo io rimarginato dal pensiero e sempre lacerato che conosce, e nel
conoscere sa che l’altro è qui con noi e ci impone una scelta. Il che cosa della scelta non è mai imposto o
subìto ma viene fuori da una coscienza
storica che è volontà etica. Volontà che agisce e si dispiega continuamente nel
rispetto di una memoria e non in una sorta di parodia del cominciare sempre
daccapo. E’ così che la soggettività si avvia verso un’oggettività feconda e
prende corpo la coscienza individuale di essere natura insieme al tutto.
Per
costruire una reciprocità d’intenti e di proposte adeguate veramente incisive
per far cambiare il verso negativo del mondo occorrono codici condivisi, intese
linguistiche e sforzi non comuni altrimenti tutto diventa una brodaglia di
slogan che non portano a niente. Soprattutto dovremmo cambiare i modelli di
riferimento in cui sono percepite tutte
le cose del mondo che viviamo, il che vuol dire sapere cambiare per prima noi
stessi, la nostra vita, le nostre relazioni.
Occorre
sfuggire alla tendenza ad una
tematizzazione ancora una volta aziendale che riduce la questione ad un protagonismo
mediatico. Tematizzare un argomento come quello della salvezza del pianeta nei
media televisivi e nelle reti sociali può
voler dire ridurlo, imprigionarne il significato. Vorrebbe dire banalizzarne
il gesto di rottura, eludere ancora una volta la questione rendendola pubblicitaria, modaiola e di conseguenza
annullare la portata significativa che l’imperativo “salvate il nostro pianeta” reca con sé.
Occorre
considerare quelle parole non più come una semplice frase televisiva condita di purezza ma veramente come qualcosa
di essenziale che ci impone un obbligo morale, una chiamata a rispondere, appunto una responsabilità, un rimarginare la
ferita inflitta al nostro pianeta.
Immagini:
1
- Francesco Correggia
2
- Peter Brueghel, Landscape with the
fall of Icarus, 1558
3
- Immagini dell’articolo: Arte, ecologia, denaro sul Blog Cultura
natura, 2014
4 - Immagine di distruzione, Seoul
5 - Carl Blechen, The bay of Repall, 1829
6 - Ann Veronica Janssens, Installazione. White
cube, London, 2017
7- Barry
Flanagan at Tate Britain 2016
8
- Migranti
9
- Mario Merz, che fare ? 1973
10
- Joseph Beuys
11 – Max Klinger . Meeresgötter in der Brandung,
1884
12 - Pierre Ardouvin, La tempête ,
2017
13 - Mark-Dion, Radical Nature, 2005
14 - Brandon Ballangee, Sculpture in the wild, 2016
15 - Roni Horn , Opposite of
White, the Tate Modern, 2016
16 - Francesco Correggia,
performance , azione rituale, 1976
|
|
.