
La parola e la pittura guardano al
futuro
Tutto ciò che sembra accadere oggi nell’arte
chiamata contemporanea non è altro che l’esporsi di un prodotto effimero senza
consistenza storica. Il mostrarsi
stesso dell’opera non è altro che il surrogato stesso di un’idea che si rende
visibile; il suo porsi sempre come istantanea del presente che si mostra nella
sua immediatezza, come una cartolina turistica. Con tale pretesa l’arte si sottrae dall’orizzonte
poetico del suo corrispondere ad una visione del mondo che la fa essere e
neppure si dona come testimonianza del proprio tempo. Così la pittura, quella considerata
ufficiale dalle riviste specializzate, vive i suoi nuovi fasti come in uno
specchio, in una specie di parodia.
Forse aveva ragione György
Lukács quando scriveva che l’arte è quel momento della prassi che
rispecchia la realtà in cui l’essere umano vive. Ogni interpretazione del mondo
esterno non è altro che un rispecchiamento, da parte della coscienza umana, del
mondo che esiste indipendentemente dalla coscienza. L’immediatezza viene sempre
più fortemente soggettivizzata, sempre più viene intesa come funzione
indipendente e autonoma del soggetto. Questo fatto basilare della relazione fra coscienza ed essere vale
ovviamente anche per il rispecchiamento artistico della realtà. Se è così, siamo proprio messi male.
Dobbiamo aggiungere che l’estetica
contemporanea è un campo di forze, di pulsioni passionali che si sfidano nel
nome dell’immediatezza, della realizzazione orizzontale, del consenso. E’ la società
di oggi, le persone che ne fanno parte che sono così e la politica che le
rappresenta ne è il corollario. D’altra parte il mondo come manifestazione di
un altrove verso cui andare, nel suo spostarsi costantemente, da una dimensione
irreale ad una reale e da una reale ad una irreale, è scomparso, così come
sembra scomparsa anche la parola creatrice. Rimangono le tecnologie mediali, le
reti sociali, instagram, il web. Così viene anche meno la linea di demarcazione
fra il sopra e il sotto, fra ciò che è e ciò che non è, il laterale e l’obliquo,
il cielo e la terra, la notte ed il giorno, la memoria e il ricordo.
Tutto è reso disponibile in rete, nel
tempo veloce della comunicazione di massa. Siamo tutti protagonisti di questo
apparire, di questo vivere. Dimentichiamo tutto il resto, non solo l’amore per
la verità ma anche l’amore per il pianeta, la madre terra, gli altri, il cosmo
come lo chiamavano gli antichi. C’è chi sostiene, fra chi governa questo paese,
che richiamarsi all’amore verso gli altri, alla pietas umana sia una debolezza.
Così si sprecano le parole violente, che alimentano lo scontro, l’ingiustizia,
la menzogna. Tutto questo circola sulle reti sociali senza alcun ritegno, senza
un dubbio. La parola non è trattenuta ma sembrerebbe liberarci, renderci liberi
dal momento, dalle circostanze istantanee. Questa parola non ci pone al riparo,
né ci crea, non ci libera veramente. Il suo uso eccessivo produce una
disgregazione. Essa è malevole, una diavoleria messa in giro per intrappolare
l’avversario. Intanto essa produce danni, pensiamo di vincere il momento invece
subito dopo siamo vinti da esso, dalla successione di momenti che superano il
nostro assalto senza lasciarci rispondere.
E’ una continua vittoria che alla fine
si trasforma in sconfitta. Questo è proprio ciò che accade nei miserevoli
programmi televisivi d’intrattenimento e di confronto politico. Così accade
anche per la pittura di oggi che sembra confermare la dissoluzione di ogni
riferimento poetico ed esistenziale e dare ragione a Lukacs. Essa è il riflesso della società,
dell’economia, recita la scena muta della realtà; gira su se stessa, effettuosa
e volgare, transitoria ed immediata. Pittori come Enzo Cucchi e Alex Katz
dichiarano insieme da una delle copertine alla moda di Flash arte che la
pittura non si interessa del futuro. Allora di che cosa ? Forse solo di loro
stessi, di quelli che la fanno e hanno successo. Sì la pittura si occupa del
successo e delle vendite, questa è la
novità. Miserevole cosa. E’ facile poter
dire io sono da un’altra parte tanto che anche questa affermazione non vuol
dire più niente, non tocca i pregiudizi dei cosiddetti addetti ai lavori né
tanto meno quelli del pubblico, distratto e impotente.
E’ da questa sconfitta umana prima che
artistica e non del singolo uomo che nasce la necessità di scrivere. Salvare le
parola dal transitorio, dalla sua maledizione è il compito di chi scrive o di
chi fa arte, ma sarebbe soprattutto il compito della pittura.
Dire che la pittura non si interessa del
futuro sarebbe come dire che essa è niente o meglio ancora una volta essa sembra
risolversi in una proposizione insensata, che prende lo stomaco, che conferma
la distruzione verso cui siamo orrendamente attratti. Con questa affermazione
si vuole intendere che il tempo della storia è abolito che non c’è
trascendenza, memoria ma solo l’esaltazione di se stessi l’immediatezza della
dichiarazione. La realizzazione di questo processo che appunto riflette la realtà
in cui viviamo si mostra senza alcuna oggettivizzazione proprio perché esso appare,
è ovunque. Il mondo non ha speranza perché lo stiamo distruggendo mentre lo
spazio del vivere si dilata, senza che se ne abbia esperienza, esistenza; senza
che io, in effetti, debba muovermi da dove mi trovo. Il darsi dello spazio diventa un
moltiplicarsi di eventi che il presente costantemente duplica. Il cibo e la
festa sono le risposte mitiche al dramma che stiamo vivendo, ripetendo
all’infinito l’orizzonte di attesa verso la fine.
La presenza vive la sua estensione radicale
nel suo essere ovunque in una luce sempre più abbagliante che tutto illumina.
Il tutto è esposto in contemporanea, senza spazio di sottrazione in una rete
pulviscolare che assorbe ogni cosa senza rimandare ad alcunché. Il mondo che prima suggeriva, nell’orizzonte
del suo apparire, confini ed attraversamenti ora è abolito, al suo posto
troviamo la meraviglia tecnologica illuminata sempre a giorno, lo schermo reticolare
o il gigantismo con cui l’immagine contemporanea vive i suoi fasti. Viviamo in
un epoca di tecnocrati che si occupano del territorio e in fondo di noi, come
scriveva Paul Virilio, siamo pervasi dalla dromologia scienza che studia la velocità. La
tecnocrazia censura, essa accetta infatti solo di vedere la positività del suo
oggetto e dissimula senza posa ogni incidente, ogni naufragio, ogni disastro,
perfino chiude gli occhi davanti ai cambiamenti climatici.
In questo senso il mondo che prima appariva tra
il visibile e l’invisibile ora è totalmente esposto nella tecnocrazia mediale.
Siamo di nuovo in una specie di antro, forse di nuovo in una caverna platonica,
da dove l’uomo guarda ciò che gli sembra reale, senza percepirne la consistenza,
scoprendo di fatto la propria inadeguatezza a sostenere l’esperienza di una visione
del Mondo che è anche luce, esperienza di verità. Con ciò si scopre che il tendere verso
qualcosa, senza mai spostarsi da dove già si è, ha un carattere derealizzante che
ci consegna ad un piccolo mondo individuale e refrattario ad ogni alterità. Lo spazio è abitato dal tempo del presente
immediato, da una logica inversa al tempo della storia.
Il presente dice Sant’Agostino è
sempre pervaso dal tempo dell’anima che abita il mondo, da un amore che
trasforma il passato in presente che scorre dandogli la sua natura di essere
tempo nel suo passare, non tempo passato ma tempo abitato dall’anima che rimemora,
riconosce e vive la presenza . Non una
presenza qualsiasi fatta d’immediatezza ma quella trascendente dell’alterità,
dell’altro che mi guarda e mi interroga, quell’altro che si coniuga dal
singolare al plurale. E’ questo il tempo
del futuro che ci dice il futuro come aspettativa, il passato come memoria e il
presente come percezione. D’altra parte
esso è intrecciato con il passato e ci fa essere nel presente, con altri. Lo spazio che mi divide così è anche plurale,
avvicina cioè al dialogo, alla comprensione. L’essere si fa soggetto nella sua
immanenza, accogliendo e comprendendo l’altro da sé. Solo così è possibile dire
la parola.
In senso proprio, lo spazio del presente non
può coincidere con il punto inesteso o con la semplice presenza poiché quel che
manca , che è carente è proprio il tempo della storia ma anche il futuro di cui
non si deve parlare se non come promessa generosa e che appare come in una
specie di faglia nascosta. Quando viene meno ciò che necessita ed irradia l’uomo
di vera luce, di vera possibilità, di una possibilità cioè che è ancora un
riconoscere, un atto di devozione, un aspettativa, un poter essere si aprono le
porte al furore delle masse contro il pensiero nelle sue forme più alte.
Il senso del nostro vivere che è diventato un
sottovivere svela un’inattesa duplicità verso cui tendiamo: un processo di
possibilità infinite che si irrora nel presente, nell’illusione di una vita di
guadagno immediato e un senso di risentimento verso il sapere, verso la
conoscenza, verso la verità. Questo
sapere deve solo ridursi a banalità, ad una riconoscibilità immediata che serve
a qualcosa. L’odio verso tutto ciò che fa riflettere che costa fatica, verso la
filosofia e la storia, non si è mai mostrato con tanta chiarezza; Di qui la
riduzione dell’arte a propaganda e meta turistica, della filosofia a semplice
metodologia, della Scienza stessa a perseguimento dell’utile, a divulgazione
televisiva, in rete.
E’ la parola che scandisce il tempo
del nostro vivere quotidiano. Quando essa viene pronunciata lo spazio della
rimemorazione si apre, il tempo dell’anima concede i suoi preziosi frutti nel
presente. Ogni cosa torna al suo posto pur nel fluire del dire, dal detto
all’interdetto, dall’interdetto allo stesso linguaggio. Nella mancanza di
spazio la parola e la pittura annunciano il futuro che è già qui nel presente
basterebbe saperlo cogliere. Solamente,
scrive Maria Zambrano se è insieme
pensiero, immagine, ritmo e silenzio, la parola può recuperare l’innocenza
perduta ed essere quindi azione pura, parola creatrice. Noi aggiungiamo pittura
che guarda al futuro.
Immagini:
Figura 0 Una
corsa sui prati aiuta a pensare
Fig. 1 Ritratto di György Lukács
Fig.2 Sun Yuan e
Peng Yu nella mostra internazionale della Biennale 2019
Fig 3 Installation view
Fig 4 Enzo
Cucchi, goccia di terra 2007
Fig.5 Alex Katz I never had any self
- confidence until I was 30
Fig.6 Catharina
Grosse, installazione Villa Medici, 2018
Fig.7 Ritratto
di Paul Virilio
Fig.8 August
Sander, Untitled , 1922
Fig.9 Giorgio
Ghisi Le tre Parche ( Clotho Lachesis e
Atropo) (1520-82)
Fig,10 Chiesa di
Sant'agostino , Roma
Fig.11 Ritratto
di Maria Zambrano
Fig.12 Lorenzo Lotto, head of a young
man 1505
Fig. 13 Francesco Correggia,
Weltanschauung, 1989