Friday, March 6, 2026

Ai confini della verità

 

                                                       Francesco Correggia


È possibile nell’epoca del digitale solo pensare la verità? Non si tratta solo di pensarla ma anche di dirla, di poterla, in qualche modo avvicinare al linguaggio. La verità è alloggiata nell’essere ed è proprio il linguaggio la sua dimora. Ma dobbiamo anche dire che l’essere si è da tempo velato o come direbbe Heidegger occultato. L’essere stesso si è fatto o lasciato dimenticare, si è appunto velato ed è un simile velo a suscitare l’oblio. L’oblio è un’epoca dell’essere che ha dimenticato la sua sostanza d’essere più propria, il suo linguaggio e con ciò anche la verità. La verità è dunque sparita con l’essere e si è persa tanto da non poterla più rintracciare o addirittura evocare come questione aperta, oppure dell’essere non ne è più e neppure possiamo ancora parlarne nell’epoca della supremazia della tecnica?   Il pensiero ontologico non lascia scampo: la verità così come l’essere si è occultata ma occultare vuol dire che essa non è sparita del tutto ma si è solo nascosa così come la natura ama nascondersi. È proprio così, dobbiamo saperla disoccultare o si è proprio eclissata tanto da rinunciare all’essere stesso, al logos, allo stesso sguardo che vorrebbe afferrarla; quel logos che è il dire stesso della verità e non certo il dire del tutto opinabile dei mortali. L’essere si palesa nella verità e si lascia vedere nell’atto di emergere dal buio in maniera innegabile e incontrovertibile. Ciò che oggi celebriamo con esultanza è la dominazione della tecnica e del calcolo che ha preso il sopravvento sulla verità dell’essere. L’ente stesso ha velato l’essere, sostiene Haidegger. L’esperienza dell’essere  rappresenta l’ente o dice l’ente sempre in quell’aspetto per il quale esso si è già a mostrato da sé in quanto ente. Tuttavia la metafisica non fa mai attenzione al fatto che proprio in questo ente, (realtà o la cosa che esiste) in quanto si è svelato, si è già anche velato. Qui sta, l’essenza stessa della tecnica in questo svelarsi-velarsi, dire e nascondere.


Non si tratta di rinunciare alla tecnica e all’era delle macchine intelligenti ma comprendere se può esistere ancora un linguaggio che dice l’essere, che dice il mondo insieme ai suoi enti quando tutto è rivelato, tutto è detto, tutto è transitato dal piano dell’apparizione al piano della realtà, tutto si è falsificato tanto da non saper distinguere il vero dal falso. Ma poi siamo proprio sicuri che bisogna distinguere e ricorrere all’interpretazione per decifrare la realtà o siamo già da sempre dentro la falsificazione?  Finché l’essere e con esso la verità si sono nascosti possiamo ancora pensare che essi rappresentino un nodo da sciogliere non perché esista una verità ma perché esistono molteplici modi di poterla cogliere anche in relazione al suo opposto la falsificazione. Ciononostante la verità è unica. Ha che fare con l’Uno. Non si può a lungo occultare. Essa è con l’essere. Saper distinguere è anche saper cogliere l’enigma come enigma.




Gli antichi pensavano che fra il Nous, la mente, la ragione o l'intuizione razionale, che per Anassagora era la divina ragione ordinatrice del mondo e la conoscenza sensibile ci fosse una sostanziale differenza.  Nel Nous stazionava l’essere , non l’esserci ma la verità dell’essere, Il concetto di verità aveva a che fare con l’essere, con la sostanza divina che tutto abbracciava, con l’uno così come lo intendevano i Greci mentre la ragione discorsiva , il logos si prestava a scivolare nel nulla a entrare nella logica oppositiva dell’è e del non è. Ma il logos non è il dire stesso del tutto opinabile dei mortali ma è il dire  dell’essere che è luminoso, illumina la verità, la rende accessibile, dal non è all’è. Tra il mondo intelligibile e il mondo dei sensi, tra l’intelletto e l’opinione verace c’è la forma con cui l’essere appare. Le forme sono. Ed è inutile aggiungere intelligibili, perché la forma è sempre intelligibile e in quanto intelligibile, essa appare anche come sensibile.




Dobbiamo tornare all’origine antica della parola verità per comprendere meglio a quale malia contemporanea siamo sottoposti. A differenza della veritas latina che spesso indicava la conformità logica, per i greci era il termine Aletheia che significava verità. Essa voleva dire letteralmente disvelamento o svelamento o dimensione del nascosto (oblio/nascondimento), indicando il processo in cui la realtà emerge dall'oscurità o dall'oblio per diventare evidente. Con Aletheia il mondo non si spiega e l’unico che lo spiega è la doxa che per i Greci era opinione soggettiva, credenza o apparenza, contrapposta alla conoscenza vera e certa. La doxa è una forma di conoscenza basata sui sensi, spesso ingannevoli e mutevolima la verità non è l’adeguarsi della cosa alla cosa, della rappresentazione alla rappresentazione ma è l’esistenza stessa che è inseparabile dall’essenza è così che essa si chiude in tale circolo, tanto da imporsi con una necessità che nulla può vincere al mondo, la necessità di ricercare le spoglie della verità che ora nel tempo del sapere calcolante  pretendono da noi una cura e attenzione  maggiore ed essere salvate. L’Aletheia ha la necessità del diritto anche se non può arrivare a spiegare il mondo e tuttavia la doxa non può fare dimenticare l’Aletheia.  Non si può eludere la povertà dei molti sulla terra, l’accumularsi della ricchezza e ingenti capitali in poche persone. Come non possiamo non domandarci se sia possibile un sistema più equo senza rinunciare alla libertà, come abbattere le diseguaglianze e l’influenza del denaro sulla politica e sui modelli culturali oggi dominanti. Aletheia è, un processo attivo che ci impone di pensare, ci obbliga come avrebbe detto Kant a un obbligo morale, a un imperativo categorico, che, come scrive J. L, Nancy rimanda a qualcosa che ci riguarda da vicino l’assunzione di responsabilità dinnanzi al mondo, responsabilità del pensiero di questo mondo e dunque svelamento di ciò che è nascosto e non appare ma ancora di più s-velamento delle forze oscure che ci opprimono. È proprio nell’ oscuramento di ciò che è essenziale che la parola verità fa capolino, si lascia guardare, si mostra senza veli. È in questa aporia fra Aletheia e doxa che si può ancora pensare le verità e scoprire la realtà e l’autenticità delle cose. Ciò che sta al limite della verità è l’attendersi della possibilità dell’impossibilità. Cos’è la realtà se non immagine dell’immagine, linguaggio che non dice più la parola ma la sbiadisce o ancora peggio la rende serva dei media. L’attendersi non è la promessa di eternità che l’intelligenza artificiale sembra annunciare ma proprio lo svelarsi dell’autentico fine di quella possibilità a cui siamo rimandati e in cui ci attardiamo. Il linguaggio stesso è quella possibilità, quella simultaneità impossibile che tuttavia, attendiamo insieme e che Aletheia svela pur mantenendosi lontano dal clamore e dai celebranti. È questo che ci distingue dall’intelligenza artificiale, dagli algoritmi e da tutto il resto, quello di poter pensare la possibilità dell’impossibilità, l’attendersi della fine che è anche il vero non luogo, il senza linguaggio, il non del non. Ai confini della verità c’è quell’attesa svelante, quella soglia che ci fa dire questa è la vita realmente vissuta, il resto è menzogna, apparenza travestita.



Vivere la vita vuol dire viverla consapevolmente, viverla nel passato nel futuro e quindi nel presente, Non possiamo sganciare la vita dai modi con cui la  viviamo e , dunque, l’esperienza è  ciò che ci permette di entrare nel mondo , di essere con il mondo. Tuttavia l’esperienza di questo essere mondo non ci allontana dall’essere originario, dalla dimensione del disvelamento costante di ciò che è fuori dal nostro universo sensoriale. È quell’invisibile che anch’esso costituisce il mondo; è carne del mondo. La nostra esistenza si caratterizza da questa tensione tra visibile e invisibile. La vera vita consiste in questa dimensione che soggiace all’universo intelligibile, alla ragione, all’intelletto, alla stessa anima.


Le immagini sono opere di Francesco Correggia